Scese quaranta metri in un vecchio pozzo per salvarlo, ma ciò che il cane fece dopo commosse tutti

Volevo ricordargli che un posto può essere contemporaneamente la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro.

Pozzo entrò nel mio appartamento con le zampe ancora deboli.

La prima notte gli preparai una cuccia in cucina.

Alle due mi svegliai.

Lui era davanti alla porta della mia camera.

«Che fai?»

Mi guardò.

«Hai paura?»

Fece due passi dentro.

Si sdraiò accanto al letto.

Da quella notte dormì sempre lì.

Non sopportava il buio completo.

Lasciavo una piccola luce accesa nel corridoio.

Non gli piacevano i luoghi stretti.

Quando passavamo vicino a grate o tombini tirava il guinzaglio.

E soprattutto odiava restare solo.

Nei primi mesi dovetti cambiare molte abitudini.

Un collega mi prendeva in giro.

«Ti sei fatto adottare dal cane.»

Aveva ragione.

Con Pozzo cominciai a tornare a casa volentieri.

La cucina smise di essere soltanto una stanza con un frigorifero.

La domenica preparavo qualcosa.

Male, all’inizio.

Una volta bruciai perfino il ragù perché mi ero addormentato sul divano con Pozzo sulle gambe.

Mia madre telefonò.

«Che stai facendo?»

«Cucinando.»

Silenzio.

«Tu?»

«Sì.»

«Stai male?»

Risi.

Poi le raccontai del cane.

Due settimane dopo venne a trovarmi con due teglie di lasagne, una coperta fatta a mano e tre sacchetti di biscotti per animali.

Pozzo conquistò anche lei in dieci minuti.

A Natale eravamo in tre.

L’anno dopo quattro, perché mia madre portò una vicina rimasta vedova che non voleva passare la festa da sola.

Poi arrivarono colleghi.

Amici.

Un cugino che non vedevo da anni.

Senza accorgermene, quella casa che prima sembrava troppo grande per una persona diventò piccola.

Pozzo stava sempre al centro.

Come se fosse stato lui a invitare tutti.

Passarono gli anni.

Continuavo a pensare a Elena.

Non l’avevo mai conosciuta.

Avevo visto soltanto una fotografia che una vicina aveva conservato.

Una donna normale.

Capelli castani.

Un sorriso leggermente storto.

Un vestito blu.

In mano teneva proprio il cane.

Quell’immagine mi rimase impressa.

Una sera tornai sul terreno del pozzo.

Era stato chiuso per sicurezza.

Poi, negli anni successivi, venne riempito del tutto.

Rimase soltanto un cerchio leggermente diverso nell’erba.

Io però sapevo esattamente dov’era.

Il giorno dell’anniversario portai un fiore.

Una margherita.

La posai lì.

Mi sentivo un idiota.

Un uomo adulto, solo in mezzo a un terreno, che parlava con una donna morta che non aveva mai incontrato.

Eppure dissi:

«Elena, il tuo cane sta bene.»

Mi fermai.

«Lo so che non me l’hai affidato tu. Ma lo tratterò bene.»

L’anno successivo tornai.

E quello dopo ancora.

Sempre un fiore.

Sempre la stessa frase.

Poi, al quinto anno, cominciai ad aggiungere qualcosa.

«Ha rubato una bistecca dal tavolo.»

Oppure:

«Mia madre dice che lo vizio troppo.»

Oppure:

«Oggi ha dormito per metà pomeriggio al sole.»

Sembrava sciocco.

Ma mi faceva bene.

Con il tempo compresi una cosa.

Avevo sempre considerato quel pozzo il luogo della sua tragedia.

Poi iniziai a vederlo diversamente.

Era stato anche un incrocio.

Un punto minuscolo dove due vite che non avrebbero mai dovuto incontrarsi si erano toccate.

Una donna era morta troppo presto.

Un cane era scappato per cercarla.

Quel cane era caduto.

Una vicina aveva sentito un lamento.

La centrale aveva mandato proprio la nostra squadra.

Io avevo detto proprio quelle parole.

«Vado io.»

Bastava cambiare un solo dettaglio.

Se la signora avesse chiuso la finestra.

Se avesse pensato che fosse un gatto.

Se quel giorno fossi stato libero.

Se fosse sceso un altro.

Se la pietra nel pozzo fosse stata dieci centimetri più bassa.

Pozzo sarebbe morto.

Io non lo avrei mai conosciuto.

E forse la mia vita sarebbe rimasta quella di prima.

Lavoro.

Casa.

Televisione.

Silenzio.

Non credo di essere diventato superstizioso.

Ma credo nei segni che capiamo soltanto dopo molti anni.

Io pensavo di essere sceso nel pozzo per salvare un cane.

In realtà quel cane stava già venendo verso di me da tre giorni.

Attraverso il dolore.

Attraverso la ricerca.

Attraverso il buio.

Mi trovò nel modo peggiore possibile.

Ma mi trovò.

Pozzo visse con me otto anni.

Otto anni buoni.

Con il muso che diventava lentamente bianco.

Con le zampe che correvano sempre meno.

Con la sua abitudine di aspettarmi dietro la porta.

Con il suo posto fisso accanto alla tavola la domenica.

Nel frattempo anch’io cambiai.

Conobbi Laura.

La incontrai a un pranzo organizzato da alcuni amici.

Quando venne per la prima volta a casa mia, Pozzo le annusò le scarpe per quasi un minuto.

«Mi sta giudicando?» chiese.

«Sì.»

«E il verdetto?»

Pozzo si sdraiò sui suoi piedi.

«Sei ammessa.»

Laura rimase.

Tre anni dopo ci sposammo.

Mia madre piangeva.

I colleghi facevano troppo rumore.

Pozzo portava al collo un piccolo fazzoletto bianco e durante quasi tutta la cerimonia sembrò annoiato.

Poi nacque nostra figlia, Marta.

La prima volta che tornammo dall’ospedale, appoggiai la culla in salotto.

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