Il mio cane non sapeva quasi nuotare, ma ciò che fece nel lago cambiò per sempre entrambe le nostre vite

Andrea, per la prima volta dopo settimane, sembrò respirare.

Pensò che la storia fosse finita.

Anch’io lo pensavo.

Poi arrivò luglio.

Le giornate erano lunghe.

La casa sembrava ancora più vuota.

Nostromo si era ripreso abbastanza da camminare ogni mattina.

Zoppicava leggermente, soprattutto appena sveglio.

Ma aveva ritrovato appetito.

Tornava a portarmi la pallina.

Dormiva vicino alla porta della cucina.

Un sabato mattina caricai in macchina alcune cassette per portarle a un vicino.

Quando aprii il bagagliaio, Nostromo saltellò fino alla macchina.

Guardò dentro.

Poi guardò me.

Sul fondo c’era ancora una vecchia borsa da pesca.

Avevo dimenticato di toglierla.

Il cane cominciò ad agitare la coda come faceva ogni volta che andavamo al lago.

«No.»

La coda continuò.

«Non andiamo.»

Mi fissò.

Poi guardò la strada.

Mi sentii stringere lo stomaco.

Avevo creduto di aver rinunciato al lago per lui.

In quel momento capii che forse avevo fatto una cosa diversa.

Avevo rinunciato al lago per me stesso, perché avevo paura.

Nostromo non aveva paura del lago.

Aveva quasi lasciato lì una spalla e forse la vita.

Eppure lo voleva ancora.

Quella sera andai a sedermi sulla panchina davanti alla tomba di Lucia.

Lo so che suona strano.

Ma quando sei stato sposato quasi quarant’anni, continui a consultare tua moglie anche dopo che non può più risponderti.

«Che faccio?», dissi.

Il vento mosse appena le foglie.

Naturalmente Lucia non rispose.

Poi ricordai una frase che mi diceva sempre quando Andrea era piccolo e io diventavo troppo protettivo.

«Non confondere l’amore con la paura, Carlo.»

Mi venne quasi da ridere.

Sette anni dopo, riusciva ancora ad avere l’ultima parola.

La settimana successiva comprai un’altra barca.

Non una barca da pesca.

Una barca piatta, stabile, larga, con un piccolo motore.

La scelsi pensando soltanto a Nostromo.

Pavimento antiscivolo.

Ingresso basso.

Niente salti.

Niente remi.

Niente movimenti bruschi.

Poi presi un vecchio materasso da una poltrona, lo feci rifoderare e costruìi davanti una specie di sedile largo.

Andrea arrivò mentre stavo avvitando l’ultima tavola.

Guardò la barca.

Guardò il sedile.

Guardò me.

«No.»

«Sì.»

«Papà.»

«Non pesco.»

«Non è questo il punto.»

«È esattamente questo il punto.»

Gli spiegai tutto.

Il motore.

La stabilità.

Il giubbotto galleggiante per me.

Il salvagente apposito per Nostromo.

Il fatto che non avrebbe mai più messo una zampa in acqua.

Andrea mi ascoltò con le braccia incrociate.

Poi indicò il sedile imbottito.

«E quello cos’è?»

«Il posto del comandante.»

Mi guardò per cinque secondi.

Poi scoppiò a ridere.

Fu la prima risata vera dopo l’incidente.

La domenica successiva tornai al lago con Nostromo.

Appena vide l’acqua si fermò.

Io trattenni il fiato.

Per un istante pensai che forse avevo capito tutto male.

Che magari gli sarebbe tornato in mente quello che era successo.

Che avrebbe avuto paura.

Invece tirò piano verso il pontile.

Salì sulla barca attraverso la piccola passerella che avevo preparato.

Si sistemò sul sedile davanti.

Girò la testa verso di me.

Come per dire:

«Allora? Andiamo?»

Misi in moto.

Uscimmo lentamente.

Niente canne.

Niente esche.

Niente secchi.

Niente pesca.

Solo noi due.

Nostromo alzò il muso.

Le orecchie si mossero nel vento.

Il sole gli prendeva la parte bianca del muso.

Ogni tanto guardava la riva.

Ogni tanto guardava me.

Io piangevo e ridevo nello stesso momento.

Da allora, quando il tempo lo permette, andiamo sul lago ogni settimana.

Non pesco più.

Davvero.

Non mi manca.

La gente fa fatica a crederci.

«Carlo, ma almeno una canna portala.»

«No.»

«Ma che ci fai due ore in mezzo al lago senza pescare?»

«Niente.»

«E non ti annoi?»

«Mai.»

La verità è che per quasi tutta la mia vita avevo pensato che servisse sempre uno scopo.

Si lavorava per portare a casa lo stipendio.

Si risparmiava per comprare una casa.

Si facevano sacrifici per i figli.

Si pescava per prendere un pesce.

Perfino quando ci riposavamo dovevamo avere qualcosa da mostrare.

Una cassetta piena.

Un orto in ordine.

Una cantina sistemata.

Un lavoro finito.

In quella barca, invece, io e Nostromo non dobbiamo dimostrare niente.

Andiamo.

Giriamo piano.

Torniamo.

Fine.

E sono diventate le ore più importanti della mia settimana.

Al paese ormai ci conoscono tutti.

«Ecco Carlo col comandante.»

Nostromo accetta gli elogi come se fossero dovuti.

Ha sempre avuto una certa dignità.

Un uomo una volta si avvicinò al molo con il nipotino.

Il bambino chiese se poteva accarezzarlo.

«Piano sulla spalla sinistra», dissi.

L’uomo conosceva già la storia.

Si chinò davanti a Nostromo.

Gli mise una mano sul petto.

Poi disse una cosa che non dimenticherò.

«Bravo, vecchio mio. Hai riportato a casa un padre.»

Mi girai verso il lago.

Perché a sessantaquattro anni puoi ancora avere bisogno di fingere che il vento ti sia entrato negli occhi.

Il veterinario aveva ragione.

La spalla non è mai tornata come prima.

Nostromo zoppica.

Quando arriva novembre, la rigidità aumenta.

La mattina gli massaggio la zampa per qualche minuto.

Ho messo tappeti nei punti più scivolosi della casa.

Gli ho costruito una pedana anche per salire in macchina.

Andrea dice che ormai casa mia sembra progettata da un architetto specializzato in cani anziani.

Forse è vero.

Non mi interessa.

Per quarant’anni ho organizzato la mia vita intorno al lavoro.

Per altri anni l’ho organizzata intorno alla famiglia.

Adesso una parte importante della mia vita è organizzata intorno a un cane che mi ha trascinato fuori da un lago.

Mi sembra perfettamente sensato.

Qualcuno ogni tanto mi dice:

«Hai speso una fortuna per quella barca.»

Io sorrido.

Una fortuna?

Nostromo mi ha restituito tutti gli anni che ancora devo vivere.

Se avrò dieci anni davanti, sono suoi.

Se ne avrò venti, sono suoi anche quelli.

Come fai a mettere un prezzo a una cosa del genere?

Andrea ha smesso di chiedermi di vendere la casa.

Prima dell’incidente insisteva spesso.

«Vieni più vicino a noi.»

«Qui sei isolato.»

«La casa è grande.»

«Cosa te ne fai di tutto questo spazio?»

Argomenti sensati.

Figlio sensato.

Ma la vita non è fatta soltanto di cose sensate.

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