Pensavo che l’Espresso Matteo mi avesse già ridato il sabato. Non sapevo che mi avrebbe ridato una famiglia.
All’inizio era solo un trenino su un cerchio di binari storto.
Poi, piano piano, quel cortile diventò una piccola stazione.
I bambini arrivavano con le tasche piene di cose inutili e importanti.
Un tappo.
Una biglia.
Un soldatino senza braccio.
Una molletta rotta.
Matteo decideva cosa poteva salire sul vagone merci.
«Questo sì», diceva serio. «Questo deve fare un viaggio lungo.»
Io lo guardavo e mi veniva da sorridere.
Aveva otto anni, ma quando parlava dell’Espresso Matteo sembrava un capostazione vero, con responsabilità enormi sulle spalle.
Elena spesso usciva solo qualche minuto.
Aveva sempre qualcosa da fare.
Un bucato da stendere.
Una pentola sul fuoco.
Una telefonata da richiamare.
Ma quando riusciva a sedersi con noi, anche solo dieci minuti, il suo viso cambiava.
Si alleggeriva.
Come se anche lei, per un giro di trenino, potesse smettere di tenere tutto insieme da sola.
Un sabato di novembre, Matteo mi aspettò con una faccia diversa.
Non correva.
Non gridava.
Teneva una busta azzurra tra le mani.
«Signor Carlo», disse.
Io mi fermai vicino al muretto.
Da quando aveva scoperto il mio nome, lo diceva sempre così.
Signor Carlo.
Mai solo Carlo.
Come se avessi un berretto, una divisa e un fischietto.
«Che succede?»
Lui guardò sua madre.
Elena gli fece un piccolo cenno.
«A scuola facciamo la giornata dei mestieri», disse Matteo. «Ognuno può portare qualcuno che sa fare una cosa.»
Io pensai subito a un muratore.
A un infermiere.
A un cuoco.
A una parrucchiera.
A gente utile, vera.
Gente con le mani ancora piene del proprio lavoro.
«Bello», dissi.
Matteo abbassò gli occhi sulla busta.
«Io vorrei portare lei.»
Mi mancò una risposta semplice.
«Me?»
«Sì. Perché lei aggiusta le cose.»
Sentii qualcosa stringermi il petto.
Non era dolore.
O forse sì, ma di un tipo più dolce.
«Matteo, io aggiusto solo un trenino vecchio.»
Lui scosse la testa.
«No. Lei aggiusta anche i sabati.»
Elena si voltò verso il cortile, come se avesse visto qualcosa di urgente tra i vasi.
Ma io capii che stava cercando di non piangere.
Presi la busta.
Dentro c’era un foglio della scuola, scritto bene, con gli orari e le indicazioni.
Un invito normale.
Per me sembrava una cosa enorme.
Tornai a casa con quel foglio piegato nella tasca del giaccone.
Lo misi sul tavolo della cucina.
Poi rimasi lì a guardarlo.
La casa era silenziosa.
Troppo ordinata.
Troppo ferma.
Sul mobile c’era ancora la fotografia di Teresa con il vestito blu, quella fatta al mare tanti anni prima.
«Che dici?» chiesi piano.
Mi vergognai subito.
Parlavo ancora con una foto.
Ma certe abitudini non fanno male a nessuno.
La mattina dopo aprii l’armadio dove tenevo le cose vecchie.
Cercavo una camicia decente.
Ne trovai una bianca, stirata male.
Teresa avrebbe riso.
Poi tirai fuori una scatola che non aprivo da mesi.
Dentro c’erano piccoli oggetti che non avevo avuto il coraggio di buttare.
Bottoni.
Chiavi.
Vecchie ricevute.
Un ditale di Teresa.
E una scatolina di legno con dentro alcune mini casette per il trenino.
Le avevo costruite io, molti anni prima.
Una stazione.
Un deposito.
Una casetta con le persiane verdi.
Teresa le aveva dipinte a mano, seduta al tavolo della cucina, con la lingua tra i denti per la concentrazione.
«Quando arriverà nostro figlio, avrà un paese intero», aveva detto.
Nostro figlio non era arrivato.
Il paese era rimasto chiuso nella scatola.
Lo presi in mano.
La vernice era un po’ sbiadita.
La stazione aveva ancora scritto sopra, in piccolo: Santa Teresa.
Mi sedetti sul bordo del letto.
Per tanti anni avevo pensato che aprire quella scatola fosse come tradire il passato.
Invece, forse, era l’unico modo per non lasciarlo marcire.
Il giorno della scuola, Matteo mi aspettava davanti al cancello.
Aveva i capelli pettinati con troppa acqua e una felpa pulita.
Quando mi vide arrivare con la cassetta degli attrezzi e una borsa di stoffa, fece un sorriso che gli prese tutta la faccia.
«È venuto davvero.»
«Avevo il biglietto», dissi.
Lui rise.
Elena era appena dietro di lui.
Mi sistemò il colletto della camicia con un gesto veloce, quasi senza pensarci.
Poi si fermò, imbarazzata.
«Scusi.»
«Non si preoccupi», dissi. «Teresa lo faceva sempre. Diceva che sembravo uscito da un temporale anche col sole.»
Elena sorrise piano.
Entrammo.
La maestra ci accolse in una classe piena di disegni, cartelloni e sedie troppo piccole per la mia schiena.
C’erano genitori, nonni, zii.
Un uomo parlò del pane.
Una donna mostrò come si cura una pianta.
Un signore con le mani grandi raccontò il lavoro in officina.
Poi arrivò Matteo.
Si alzò in piedi davanti a tutti.
Teneva il suo foglio tra le dita.
La voce gli tremava.
«Io ho portato il signor Carlo», disse. «Lui è il capostazione dell’Espresso Matteo.»
Alcuni bambini risero.
Non per cattiveria.
Perché suonava buffo.
Matteo diventò rosso.
Io feci un passo avanti.
«Buongiorno», dissi. «Il capostazione conferma.»
La classe rise di nuovo, ma stavolta anche Matteo rise.
Aprii la borsa.
Tirai fuori la piccola stazione di legno.
La posai sul banco.
Per un secondo nessuno parlò.
Poi una bambina con gli occhiali si avvicinò.
«L’ha fatta lei?»
«Io l’ho costruita. Mia moglie l’ha dipinta.»
«È morta?» chiese un bambino, diretto come sanno essere i bambini.
La maestra fece per intervenire.
Io alzai una mano.
«Sì», dissi. «È morta. Ma alcune cose che facciamo con amore restano. Cambiano posto, cambiano mani, però restano.»
Matteo mi guardò.
Io capii che stava ascoltando ogni parola.
Misi sul banco un pezzetto di binario, un cacciavite piccolo, una ruota rotta che avevo tenuto come esempio.
«Oggi non vi parlo solo di treni», dissi. «Vi parlo delle cose che sembrano finite.»
Presi la ruota.
«Questa si era spezzata. Matteo pensava di aver rovinato tutto.»
Matteo abbassò la testa, ma sorrise.
«Invece l’abbiamo incollata. Ora il vagone traballa. Non è perfetto. Però è diventato il più importante.»
Una bambina alzò la mano.
«Anche mio nonno aggiusta le sedie.»
«Allora tuo nonno sa una cosa preziosa», dissi. «Sa che non tutto quello che si rompe va buttato.»
Quando finii, la maestra aveva gli occhi lucidi.
Io finsi di non accorgermene.
Non sono mai stato bravo con la gente che piange.
Sono bravo con le viti.
Con i fili.
Con le cose piccole.
Ma quel giorno capii che forse le cose piccole bastano.
Uscendo dalla scuola, Matteo camminava accanto a me con il petto in fuori.
Come se avessimo vinto una coppa.
«Ha visto?» disse. «A Giacomo è piaciuta la stazione.»
«A me è piaciuto il tuo discorso.»
«Non ho detto tanto.»
«Hai detto il necessario.»
Elena ci raggiunse al cancello.
«La maestra mi ha chiesto se un sabato possiamo portare il trenino anche a scuola», disse.
Matteo spalancò gli occhi.
Io rimasi zitto.
Il vecchio me sarebbe tornato subito fuori.
Troppo rischio.
Troppi bambini.
Troppi graffi.
Troppi pezzi che possono sparire.
Poi pensai al trenino chiuso per quarant’anni.
Perfetto.
Inutile.
Morto.
«Vediamo come organizzarlo bene», dissi.
Matteo mi abbracciò di colpo.
Non ero pronto.
Avevo dimenticato quanto pesa un abbraccio di bambino.
Pesa poco sulle braccia.
Tantissimo sul cuore.
Da quel giorno, qualcosa cambiò anche dentro di me.
Non subito.
Non come nei film.
Nessuna musica, nessuna grande decisione.
Solo piccole cose.
Cominciai ad aprire le finestre al mattino.
Riparai la maniglia della cucina che ballava da mesi.
Portai due sedie vecchie nel cortile di Elena.
Sistemai una lampada per la signora del secondo piano.
Aggiustai la ruota di un carrellino della spesa.
Ogni volta qualcuno diceva:
«Grazie, signor Carlo.»
E io rispondevo:
«Era una sciocchezza.»
Ma non era una sciocchezza.
Era un filo rimesso al posto giusto.
E quando i fili tornano al posto giusto, qualcosa riparte.
Poi arrivò dicembre.
Il cortile era più freddo, e Matteo giocava con il cappotto addosso.
Elena lavorava più ore.
La vedevo arrivare tardi, con il passo pesante, ma sempre con un sorriso per suo figlio.
Una sera bussarono alla mia porta.
Era Matteo.
Solo lui, con Elena dietro che teneva due sacchetti della spesa.
«Signor Carlo», disse il bambino. «Il treno non parte più.»
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