Ho regalato a un bambino sconosciuto la cosa più preziosa del mio garage. Tre giorni dopo, ho trovato un biglietto nella cassetta.
«Non toccare, per favore», dissi con una voce più dura di quanto volessi.
Il bambino tolse subito le mani dalla scatola.
Avrà avuto otto anni. Magro, con le scarpe consumate sui lati e una felpa un po’ larga. Teneva gli occhi bassi, come quei bambini che hanno già imparato a non chiedere troppo.
Sua madre si avvicinò in fretta.
Aveva il viso stanco, i capelli raccolti male, una giacca semplice e le mani rovinate dal lavoro.
«Mi scusi tanto», disse. «Matteo, vieni qui. Stavamo solo guardando.»
Io annuii.
Non volevo spaventarlo. Non ce l’avevo con lui.
Da quando era morta mia moglie Teresa, parlavo spesso male. Troppo secco. Troppo forte. Come se il silenzio della casa mi fosse rimasto attaccato alla gola.
Quel sabato avevo messo un tavolo pieghevole davanti al garage, in una strada tranquilla di Parma.
Stavo vendendo pezzi della mia vita.
Vecchi attrezzi. Piatti. Libri. Una lampada. Scatoloni pieni di cose che non riuscivo più a vedere ogni giorno senza sentire un peso al petto.
E in fondo al tavolo c’era lui.
Il trenino elettrico.
Ancora nella sua scatola originale.
Era un modello degli anni Sessanta. Teresa e io lo avevamo comprato poco dopo il matrimonio. Eravamo giovani. Avevamo pochi soldi, ma tanti sogni.
«Lo teniamo per nostro figlio», aveva detto lei.
Ma un figlio non era mai arrivato.
Così il trenino era rimasto chiuso.
Prima nell’armadio.
Poi in cantina.
Poi nel garage.
Lo avevo protetto dalla polvere, dai graffi, dalle mani distratte.
Lo avevo tenuto perfetto.
E senza capirlo, lo avevo tenuto morto.
Matteo guardava quella scatola come se dentro ci fosse una magia.
Sua madre vide il prezzo.
50 euro.
Non disse niente, ma io vidi il suo viso cambiare.
Per qualcuno non erano tanti. Per lei, in quel momento, erano troppi.
Gli posò una mano sulla spalla.
«Dai, amore», disse piano. «Siamo venuti a cercare un giubbotto, ti ricordi?»
Matteo annuì subito.
Non fece capricci.
Non insistette.
Guardò solo la scatola un’ultima volta.
E quel silenzio mi fece più male di qualsiasi richiesta.
Non so cosa mi prese.
Forse ero stanco di rientrare in una casa dove nessuno mi aspettava.
Forse negli occhi di quel bambino avevo rivisto tutto quello che Teresa e io avevamo sperato.
«Aspettate», dissi.
Si fermarono vicino al cancello.
Presi la scatola tra le braccia. Pesava più di quanto ricordassi. O forse ero io a essere diventato più debole.
Mi avvicinai a Matteo.
«Come ti chiami?»
«Matteo», rispose quasi sottovoce.
«Allora, Matteo», dissi. «Un trenino così non è fatto per stare chiuso in una scatola. Ha bisogno di un capostazione.»
Sua madre sbiancò.
«No, signore. Davvero, non posso. Non ho i soldi.»
«Non lo sto vendendo», dissi. «Lo sto affidando.»
Matteo guardò sua madre.
Lei guardò me.
Aveva gli occhi pieni, ma cercava di non farlo vedere.
Alla fine annuì.
Matteo prese la scatola come se avesse paura di farle male.
«Lo terrò bene», disse.
Io mandai giù il nodo che avevo in gola.
«Lo so.»
Pensai che fosse finita lì.
Un piccolo gesto. Una cosa buona in mezzo a tanti giorni vuoti.
Mi sbagliavo.
Tre giorni dopo trovai un foglio nella cassetta della posta.
Era un cartoncino giallo, tagliato storto.
Sopra, con un pennarello nero, c’era scritto:
BIGLIETTO DEL TRENO
ESPRESSO MATTEO
SABATO ORE 10
NEL CORTILE
Rimasi fermo davanti alla cassetta con quel foglio in mano.
Per la prima volta dopo mesi, sentii una cosa semplice.
Qualcuno mi stava aspettando.
Il sabato andai da loro con la mia vecchia cassetta degli attrezzi.
Abitavano al piano terra di una palazzina poco distante da casa mia. Un cortile piccolo, qualche vaso, due sedie di plastica, un muretto basso.
Matteo era già lì.
Aveva sistemato i binari in un cerchio storto sulle mattonelle.
«Ha portato il biglietto!» gridò.
«Certo», dissi. «Senza biglietto non si sale.»
Sua madre, Elena, uscì con tre bicchieri di acqua e sciroppo.
«Grazie», disse piano. «Non parla d’altro da giorni.»
Mi sedetti vicino a Matteo.
Per due ore provammo a sistemare i fili. Le mie mani tremavano un po’. Da quando Teresa non c’era più, non avevo quasi riparato nulla.
Neanche le cose piccole.
Ma i fili sono semplici. Se li metti al posto giusto, qualcosa succede.
Quando la locomotiva partì, lenta e un po’ incerta, Matteo saltò in piedi.
«Va! Va davvero!»
Elena si mise una mano sulla bocca.
Io risi.
Non un sorriso educato.
Una risata vera.
Da quel giorno, l’Espresso Matteo partì ogni sabato.
Matteo aveva le sue regole.
Il treno doveva fermarsi alla stazione.
Il vagone merci non poteva viaggiare vuoto.
A volte trasportava un bottone. A volte una vite. A volte una piccola chiave arrugginita che avevo trovato nella mia cassetta.
Elena ogni tanto si sedeva con noi.
Parlava dei turni alla casa di riposo. Della stanchezza. Delle bollette. Di quelle sere in cui avrebbe solo voluto chiudere gli occhi cinque minuti in pace.
Io parlavo di Teresa.
Poco, all’inizio.
Poi un po’ di più.
Un sabato, Matteo inciampò nei lacci delle scarpe mentre portava l’ultimo vagone rosso.
Il vagone cadde sulle mattonelle.
Una ruota si spezzò.
Matteo rimase immobile.
Poi gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«L’ho rotto», sussurrò. «Ho rovinato il suo trenino.»
Elena si alzò subito, mortificata.
Io guardai il vagone.
Per un secondo tornò il vecchio me. Quello che voleva tenere tutto intero. Tutto pulito. Tutto al sicuro.
Poi aprii la cassetta degli attrezzi.
«Matteo», dissi, «i treni a volte deragliano. Le cose si rompono. Per questo servono i meccanici.»
Lui mi guardò con il viso bagnato.
«Non è da buttare?»
«No», dissi. «Adesso ha una storia.»
Incollammo la ruota.
Da allora quel vagone traballa un po’ a ogni giro.
Matteo lo ama più di prima.
Lo chiama il vagone coraggioso.
Oggi, il sabato, nel cortile vengono anche altri bambini della palazzina.
Il trenino è graffiato, incollato, storto in certi punti.
Ma vive.
E io ho capito una cosa semplice.
Per anni avevo aspettato il momento giusto.
La giornata giusta.
La vita giusta.
Intanto, però, il trenino restava chiuso.
E anche io.
Certe gioie non vanno conservate troppo.
Bisogna aprire la scatola.
Anche se poi arrivano i graffi.
Anche se qualcosa si rompe.
Perché quello che viene usato, condiviso e aggiustato non perde valore.
Diventa finalmente parte della vita.
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