Gli diedero esattamente quarantotto ore. O Giovanni si separava da Nino, il suo vecchio cane sordo.
Oppure avrebbe dovuto lasciare l’appartamento.
Giovanni rimase fermo davanti alla porta di casa con quel foglio arancione in mano.
Le dita gli tremavano.
Nino, un incrocio Boxer di dieci anni, appoggiò il muso grigio contro il suo ginocchio.
Non sentiva più niente da tempo.
Non sentiva la carta che si piegava.
Non sentiva il respiro pesante di Giovanni.
Non sentiva nemmeno il piccolo singhiozzo che gli uscì dalla gola.
Però capiva.
Capiva quando il suo umano aveva paura.
Lo sentiva nel corpo rigido.
Nelle mani fredde.
Nel silenzio della casa.
Giovanni aveva settantacinque anni e non gli era rimasto quasi nessuno.
Sua moglie Teresa se n’era andata cinque anni prima.
I figli vivevano lontano, presi dal lavoro, dalle famiglie, dalla vita.
Nino era rimasto.
Era lui il motivo per cui Giovanni apriva ancora le persiane ogni mattina.
Era lui il motivo per cui scendeva a comprare il pane.
Era lui il motivo per cui non lasciava la casa troppo muta.
E adesso qualcuno voleva portarglielo via.
Tutto era cominciato con un vaso rotto.
Nel piccolo residence alla periferia di Bologna c’era una nuova responsabile del comitato dei residenti. Girava spesso tra i vialetti con una cartellina rigida sotto il braccio.
Guardava i balconi.
I bidoni.
Le siepi.
I tappeti davanti alle porte.
Due giorni prima si era avvicinata al cancelletto di Giovanni mentre Nino dormiva sul terrazzino.
Nino non l’aveva sentita.
Lei aveva battuto forte la cartellina contro la ringhiera.
La vibrazione lo aveva svegliato di colpo.
Il povero cane si era alzato spaventato, aveva fatto un passo storto e aveva urtato un vaso di ceramica.
Il vaso era caduto e si era spaccato sulle piastrelle.
Nino era subito indietreggiato in un angolo.
Tremava.
Non aveva morso nessuno.
Non aveva ringhiato.
Non aveva nemmeno abbaiato.
Aveva solo avuto paura.
Ma su quel foglio arancione era diventato un “animale pericoloso”.
C’era scritta una cifra alta per danni e spese.
C’era scritto che il cane doveva essere allontanato entro quarantotto ore.
Altrimenti Giovanni avrebbe dovuto lasciare l’alloggio.
Giovanni lesse quelle righe più volte.
Non aveva quei soldi.
Viveva con una pensione piccola.
Non poteva pagare.
Non poteva chiamare un trasloco.
Non poteva trovare una nuova casa in due giorni.
E soprattutto non poteva abbandonare Nino.
Così andò in cantina e prese tre scatoloni.
Cominciò a mettere via le fotografie.
La tazza preferita di Teresa.
Due maglioni.
Le medicine.
La cornice che teneva sul comodino.
Non sapeva dove sarebbero andati.
Ma sarebbero andati insieme.
Quella notte Giovanni dormì sul tappeto del salotto, con un braccio attorno al collo di Nino.
Il cane non sentiva il suo pianto.
Ma gli restò vicino fino al mattino.
Il giorno dopo, verso le dieci, Nino alzò la testa.
Aveva sentito una vibrazione familiare nel vialetto.
Era Lucia, la postina del quartiere.
Lucia conosceva ogni portone, ogni cassetta della posta, ogni cane gentile della zona.
Nino era uno dei suoi preferiti.
Ogni mattina la aspettava vicino al cancelletto con quel sorriso storto da cane vecchio e un pupazzo consumato in bocca.
Per Lucia, certi giorni, quel cane era la parte più dolce del giro.
Salì i tre gradini con la posta in mano e un biscotto per cani nella tasca del giubbotto.
Ma Giovanni non le aprì con il solito sorriso.
La porta era socchiusa.
Lucia bussò piano.
“Signor Giovanni?”
Entrò.
Lo trovò seduto per terra, in mezzo agli scatoloni, con il viso tra le mani.
Nino era accanto a lui e gli leccava piano una lacrima dalla guancia.
Lucia non fece domande inutili.
Giovanni le porse il foglio arancione.
Lei lesse tutto.
La cifra.
La minaccia.
Il tempo rimasto.
Poi guardò Nino.
Quel cane vecchio, con il muso bianco, che non capiva perché il suo padrone stesse soffrendo così.
Lucia si mise il telefono in mano.
Fece una foto a Giovanni seduto tra gli scatoloni, con Nino appoggiato alla sua gamba.
Poi disse piano:
“Signor Giovanni, lei adesso smette di fare gli scatoloni da solo. Resta qui.”
Uscì sul pianerottolo e aprì un gruppo privato sul telefono.
Dentro c’erano corrieri, fattorini, autisti, persone che consegnavano pacchi, spesa, mobili e piccole cose in tutta la zona.
Quasi tutti conoscevano Nino.
Nel gruppo lo chiamavano “il vecchio Boxer sordo di via dei Tigli”.
Quello che portava un pupazzo a ogni consegna.
Quello che appoggiava la testa sulle gambe degli autisti.
Quello che non abbaiava mai, ma salutava tutti.
Lucia mandò la foto e scrisse:
“Il nostro Nino di via dei Tigli deve andare via domani. Giovanni non vuole lasciarlo. Non ha soldi, non ha un furgone, non ha nessuno vicino. Noi abbiamo braccia e mezzi. Chi viene?”
Il giorno dopo, poco prima di mezzogiorno, Giovanni era seduto sulla panchina davanti a casa.
In una mano teneva il guinzaglio di Nino.
Nell’altra teneva la foto di Teresa.
Accanto a lui c’erano due borse.
Tutto quello che riusciva a portare.
Pensava di camminare fino alla strada principale e cercare una stanza da qualche parte.
Una stanza piccola.
Una stanza qualsiasi.
Bastava che Nino potesse dormire vicino a lui.
In fondo al vialetto, la responsabile del comitato aspettava con le braccia incrociate.
Aveva la cartellina stretta al petto.
Nino alzò improvvisamente la testa.
Le orecchie si mossero, anche se non sentivano più niente.
Poi lo sentì anche Giovanni.
Una vibrazione nel terreno.
Non era un solo motore.
Erano tanti.
All’angolo della via comparve un furgoncino.
Poi un secondo.
Poi un terzo.
Poi altri ancora.
Arrivarono piano, uno dietro l’altro, senza fare confusione.
Lucia scese per prima.
Dietro di lei scesero corrieri, autisti, due uomini abituati a trasportare mobili, una donna con i guanti da lavoro, un ragazzo con una coperta sulle spalle.
La responsabile alzò subito la voce.
“Non potete entrare tutti qui. Questa è una zona privata.”
Un uomo alto, con le spalle larghe, si avvicinò tenendo una busta sottile in mano.
“Dobbiamo fare una consegna, signora.”
Lei guardò la busta.
Era vuota.
Quando rialzò gli occhi, gli altri erano già al lavoro.
Due presero gli scatoloni.
Una donna avvolse con cura la tazza di Teresa.
Lucia sistemò gli album di fotografie in una cassa.
Un giovane autista coprì la televisione con una coperta portata da casa.
Nessuno urlava.
Nessuno provocava.
Nessuno cercava litigi.
Facevano soltanto quello che sapevano fare.
Sollevare.
Portare.
Caricare.
Aiutare.
Giovanni rimase sul terrazzino senza riuscire a muoversi.
Le lacrime gli scendevano sul viso.
Nino guardava tutti quei volti conosciuti e muoveva piano la coda.
Ogni tanto si avvicinava a qualcuno e gli appoggiava il muso sulla mano.
In meno di un’ora, la casa era vuota.
Non vuota come una casa abbandonata.
Vuota con rispetto.
L’uomo alto si avvicinò a Giovanni e gli prese piano il braccio.
“Venga, signor Giovanni. La portiamo a casa.”
Giovanni lo guardò confuso.
“A casa?”
Lucia sorrise.
“Sì. A casa.”
Non lo portarono chissà dove.
La sera prima, Lucia aveva fatto telefonate fino a tardi.
Aveva trovato un piccolo appartamento al piano terra, in un paese vicino. Tranquillo. Semplice. Con un pezzetto di verde davanti alla porta.
All’ingresso c’era un cartello verde:
“Animali ammessi.”
Quando Giovanni lesse quelle parole, gli cedettero quasi le gambe.
I corrieri scaricarono tutto.
Montarono il letto.
Collegarono la lampada.
Misero gli scatoloni lungo la parete.
Posarono la tazza di Teresa in cucina.
E la fotografia di sua moglie finì sul comodino.
Proprio come prima.
Prima di andare via, l’uomo alto diede a Giovanni una busta bianca.
Questa volta non era vuota.
Ognuno aveva messo qualcosa.
Cinque euro.
Dieci euro.
Venti euro.
Poco, preso da una sola tasca.
Ma insieme abbastanza per aiutare Giovanni a respirare per un po’.
Giovanni provò a parlare.
Non ci riuscì.
Allora mise solo la mano tremante sulla testa di Nino.
Lucia gli disse piano:
“Lei e Nino ci avete salutati per anni. Ogni mattina. Anche questo conta, signor Giovanni.”
Oggi Giovanni vive in quel piccolo appartamento al piano terra.
Nino dorme su un tappeto nuovo in mezzo al salotto.
È ancora sordo.
Non sente il campanello.
Non sente i passi.
Non sente le voci nel corridoio.
Ma sente le vibrazioni.
Il piccolo tremore davanti alla porta.
Il passo familiare sul pavimento.
Il colpo leggero di una mano sul vetro.
Allora apre gli occhi.
Si alza piano e va all’ingresso.
Dietro la porta c’è Lucia.
In una mano tiene un piccolo pacco.
Nell’altra un biscotto grande per cani.
E Giovanni sorride.
Non un sorriso enorme.
Un sorriso vero.
Quello di un uomo che, tardi nella vita, ha capito una cosa semplice:
La famiglia non porta sempre il tuo cognome.
A volte arriva con un furgoncino.
Con le mani stanche.
Con le scarpe consumate.
Con persone normali, che non fanno grandi discorsi.
Ma restano.
E ti fanno capire che non eri solo quanto pensavi.
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