Pensava che, dopo quel trasloco, il dolore fosse finito.
Invece Giovanni scoprì che anche la salvezza, certe volte, fa paura.
La prima notte nel nuovo appartamento non riuscì a dormire.
Il letto era montato.
La lampada funzionava.
La foto di Teresa era sul comodino.
Nino russava piano sul tappeto nuovo, con il muso bianco appoggiato sulle zampe.
Eppure Giovanni restò seduto sul bordo del materasso per ore.
Guardava la stanza.
Le pareti pulite.
La porta d’ingresso così vicina al salotto.
Il piccolo pezzo di verde fuori.
Tutto era meglio di prima.
Tutto era gentile.
Ma dentro di lui c’era ancora quella vergogna pesante che non sapeva dire a nessuno.
Si sentiva un vecchio salvato dagli altri.
Uno che non era più capace di tenersi in piedi da solo.
Uno che aveva dovuto mettere la propria vita dentro scatoloni e farsi portare via.
Verso le tre del mattino, Nino aprì gli occhi.
Non aveva sentito niente.
Ma aveva visto Giovanni seduto nel buio, con le mani sulle ginocchia.
Si alzò piano, con fatica.
Attraversò la stanza e appoggiò il muso sulla sua gamba.
Giovanni gli accarezzò la testa.
“Tu non ti vergogni mai di me, vero?”
Nino gli leccò le dita.
Non era una risposta.
Era meglio di una risposta.
La mattina dopo, Giovanni trovò davanti alla porta una piccola busta di carta.
Dentro c’erano due panini freschi, una mela e un biglietto scritto con una calligrafia rotonda.
“Benvenuti nel cortile. Io abito accanto. Mi chiamo Marta.”
Giovanni rimase a guardare quel biglietto come si guarda una cosa fragile.
Non bussò subito.
Non era abituato.
Per anni aveva salutato i vicini con educazione, ma senza entrare davvero nella vita di nessuno.
Aveva imparato a non disturbare.
A non chiedere.
A non pesare.
Nino invece non aveva tutta quella paura.
Annusò la busta, poi si avvicinò alla porta e batté piano la coda contro il mobiletto.
Giovanni sorrise appena.
“Va bene, ho capito.”
Prese il bastone, mise il guinzaglio a Nino e uscì.
Marta abitava proprio nell’appartamento accanto.
Aveva sui sessant’anni, i capelli corti color sale, le mani da persona che aveva sempre fatto qualcosa.
Quando aprì, non fece grandi discorsi.
Guardò Giovanni.
Poi guardò Nino.
Poi disse:
“Lui è il famoso Nino?”
Giovanni abbassò gli occhi.
“Famoso magari no.”
Marta rise piano.
“Qui lo conoscevamo prima ancora che arrivasse.”
Nino si avvicinò a lei con calma.
Non saltò.
Non tirò.
Le appoggiò solo il muso contro la mano.
Marta rimase immobile un secondo.
Poi gli accarezzò la testa.
“Ma tu sei un signore.”
Da quel giorno, qualcosa cominciò a cambiare.
Non subito.
Non come nei film.
Nessuno guarisce in una settimana, quando ha passato anni a sentirsi sempre più piccolo.
Però Giovanni iniziò ad aprire la porta un po’ più spesso.
Lucia passava quando poteva.
A volte lasciava solo una busta.
A volte entrava cinque minuti.
A volte si sedeva in cucina e beveva un caffè troppo lungo, mentre Nino dormiva sotto il tavolo con la testa sui suoi piedi.
I corrieri che avevano aiutato col trasloco ogni tanto suonavano.
Non sempre avevano pacchi per lui.
Qualcuno fingeva di aver sbagliato citofono.
Qualcuno diceva:
“Passavo di qua.”
Giovanni non era ingenuo.
Capiva.
Ma faceva finta di non capire, perché anche quello era un modo gentile di ricevere affetto senza sentirsi nudi.
Un pomeriggio arrivò il ragazzo che aveva portato la coperta sulle spalle il giorno del trasloco.
Si chiamava Elia.
Aveva le mani grandi, il viso stanco e un taglio piccolo sul sopracciglio, di quelli che restano da bambini.
Teneva in mano una cuccia morbida.
“L’avevo comprata per il cane di mia sorella,” disse. “Ma lui preferisce il divano. Se Nino la vuole…”
Giovanni provò a rifiutare.
Non perché non gli servisse.
Perché non sapeva più ricevere senza sentirsi in debito.
Elia posò la cuccia a terra.
“Facciamo così. Non è un regalo per lei. È per lui. Con lui me la vedo io.”
Nino annusò la cuccia, ci girò attorno due volte e poi ci si lasciò cadere dentro con un sospiro pesante.
Elia indicò il cane.
“Ha deciso lui.”
Giovanni rise.
Era una risata piccola.
Un po’ arrugginita.
Ma era vera.
Passarono tre settimane.
Il nuovo appartamento prese odore di casa.
La tazza di Teresa tornò sullo stesso ripiano della cucina.
Gli album finirono in un mobile basso.
Il tappeto di Nino si riempì di peli chiari.
Fuori dalla porta, Giovanni mise una sedia pieghevole.
La prima volta lo fece per caso.
Voleva respirare un po’.
Sedette lì con Nino accanto.
Dopo dieci minuti passò Marta.
Poi passò un vicino con la spesa.
Poi una signora anziana del piano di sopra, che scendeva piano appoggiandosi al corrimano.
Si fermarono tutti.
Due parole.
Un sorriso.
Una carezza a Nino.
Il giorno dopo Giovanni mise fuori anche una ciotola d’acqua.
“Per i cani che passano,” disse a Marta.
Marta lo guardò.
“E per le persone che hanno bisogno di fermarsi.”
Lui fece finta di non aver sentito.
Ma quella frase gli rimase addosso.
Un venerdì pomeriggio, Lucia arrivò con il viso diverso.
Non triste.
Preoccupato.
Giovanni lo capì subito.
“Che è successo?”
Lucia si chinò su Nino e gli diede il biscotto.
“Nulla di grave. Però c’è una cosa che vorrei chiederle.”
Giovanni si irrigidì.
Ogni volta che qualcuno diceva così, lui sentiva ancora il rumore del foglio arancione.
Lucia se ne accorse.
“No, no. Stia tranquillo. Nessuno deve andare via.”
Giovanni respirò.
Lucia indicò il vialetto.
“C’è un bambino nel palazzo di fronte. Si chiama Enea. Ha nove anni. Da qualche mese ha paura dei cani. Tanta paura. Anche quando sono buoni.”
Giovanni guardò Nino.
Il vecchio cane dormiva con un orecchio piegato male.
“E io cosa c’entro?”
Lucia sorrise appena.
“Lei niente. Forse Nino sì.”
Giovanni scosse subito la testa.
“Non voglio problemi. Nino è buono, ma è vecchio. È sordo. Se si spaventa…”
“Lo so,” disse Lucia. “Infatti non deve fare niente. Solo stare lì. Come sta sempre.”
Giovanni non rispose.
La parola “pericoloso” gli era rimasta dentro come una scheggia.
Anche se sapeva che era falsa.
Anche se tutti gliel’avevano dimostrato.
A volte basta una parola cattiva per far tremare una persona per mesi.
Lucia non insistette.
“Ci pensi. Solo se se la sente.”
Quella sera Giovanni guardò Nino dormire.
Pensò al vaso rotto.
Alla cartellina battuta sulla ringhiera.
Al foglio arancione.
Pensò a quante volte un cane buono viene giudicato da un momento di paura.
E quante volte succede anche alle persone.
Il giorno dopo, poco dopo le quattro, Giovanni si sedette fuori con Nino.
Non disse a nessuno che stava aspettando.
Ma mise la ciotola d’acqua un po’ più avanti.
E lasciò accanto alla sedia il vecchio pupazzo consumato di Nino.
Dopo un po’, Lucia arrivò con una donna e un bambino.
La donna si chiamava Serena.
Aveva il viso tirato di chi dorme poco.
Enea le stava attaccato al fianco.
Magro, serio, con gli occhi grandi.
Appena vide Nino, si fermò.
La mano gli strinse la giacca della madre.
Nino non si mosse.
Era sdraiato a terra, con il muso sulle zampe.
Guardò il bambino.
Poi chiuse di nuovo gli occhi.
Giovanni parlò piano.
“Lui non sente. Quindi non serve chiamarlo.”
Enea non rispose.
Guardava il cane come si guarda una porta chiusa.
Serena fece un mezzo sorriso imbarazzato.
“Scusi. Non vogliamo disturbare.”
Giovanni pensò a tutte le volte in cui aveva detto quella stessa frase.
Non vogliamo disturbare.
Come se esistere fosse già troppo.
Indicò la sedia accanto.
“Non disturbate.”
Lucia restò in piedi.
Serena si sedette.
Enea no.
Rimase a distanza, con le scarpe ferme sul cemento.
Passarono cinque minuti.
Nessuno forzò niente.
Marta uscì a stendere un panno e fece finta di non guardare.
Un uomo passò con due buste della spesa e rallentò senza fermarsi.
Nino dormiva.
Alla fine Enea parlò.
“Davvero non sente?”
Giovanni scosse la testa.
“No. Da un po’ di tempo. Però capisce tante cose.”
“Come fa?”
Giovanni guardò il cane.
“Guarda. Sente le vibrazioni. Sente se uno ha fretta. Se uno ha paura. Se uno è gentile.”
Enea deglutì.
“I cani sentono se hai paura?”
“Secondo me sì.”
“E poi mordono?”
Giovanni rimase zitto un momento.
Doveva rispondere bene.
Non da maestro.
Da uomo che aveva avuto paura anche lui.
“Qualcuno forse si agita. Come noi. Quando abbiamo paura, a volte facciamo cose brutte. Ma Nino, quando capisce che uno ha paura, di solito si fa più piccolo.”
Come se avesse sentito il suo nome, Nino aprì gli occhi.
Non si alzò.
Spinse solo il pupazzo con il muso.
Il vecchio gioco rotolò piano verso Enea.
Il bambino fece un passo indietro.
Poi si fermò.
Il pupazzo rimase lì, in mezzo.
Consumido, storto, con una cucitura aperta.
Enea lo guardò.
“È suo?”
“Sì,” disse Giovanni. “Lo porta a chi gli sta simpatico.”
“Ma non mi conosce.”
“Appunto. Sta provando.”
Enea non lo raccolse quel giorno.
Ma non scappò.
Per Giovanni, fu già tantissimo.
Da allora Enea passò ogni pomeriggio.
All’inizio restava lontano.
Poi si sedette sulla sedia accanto alla madre.
Poi prese il pupazzo con due dita e lo rimise vicino a Nino.
Poi, un giovedì, gli sfiorò appena la schiena.
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