Il vecchio gatto Arturo e la lettera che riportò luce a due donne sole

La domenica in cui Teresa non suonò al citofono, Arturo si sedette davanti alla porta alle tre precise e non si mosse più.

Era la quinta domenica da quando aveva cominciato a venire da noi.

Io avevo già messo l’acqua sul fuoco, tirato fuori la teiera con i piccoli fiori blu e disposto tre biscotti sul piattino buono, quello che tenevo per le visite anche quando non avevo quasi mai visite.

Alle tre e dieci mi sono detta che forse l’autobus era in ritardo.

Alle tre e venti ho guardato il telefono.

Alle tre e mezza Arturo era ancora lì, con le zampe raccolte sotto il petto e lo sguardo fisso verso l’ingresso, come certi vecchi portinai che non si alzano dal loro posto finché qualcuno non rientra.

Gli ho detto:

“Magari oggi non se la sentiva.”

L’ho detto a lui, ma in realtà cercavo di convincere me.

Perché, a una certa età, quando qualcuno manca a un appuntamento senza avvisare, il cuore non pensa al traffico.

Pensa subito al peggio.

Ho chiamato Teresa una volta.

Poi due.

Poi tre.

Nessuna risposta.

Arturo si è voltato appena verso di me al terzo squillo, come se stesse cercando di capire perché la voce metallica del telefono non si trasformasse in quella vera che chiamava sempre il suo nome in quel modo allungato, affettuoso, un po’ roco:

“Arturì…”

Verso le quattro ho spento il fuoco sotto il bollitore.

Alle quattro e dieci mi sono seduta sul pavimento accanto alla porta.

Arturo non mi si è messo in grembo. Non era un gatto da consolazioni teatrali.

Mi ha solo toccato il ginocchio con la coda, una volta sola, e poi ha continuato ad aspettare.

È stata quella la parte peggiore.

Non il silenzio.

L’attesa.

Quella sera ha mangiato poco.

È andato a dormire sul letto, ma non accanto al mio cuscino come faceva di solito. Si è sistemato ai piedi, con la testa sollevata, come se anche nel sonno volesse restare pronto a sentire il campanello.

Io invece ho dormito malissimo.

Mi sono svegliata tre volte convinta di aver sentito il citofono.

La mattina dopo ho chiamato ancora.

Questa volta ha risposto una voce giovane, educata, stanca di parlare piano.

Ho chiesto di Teresa.

C’è stato un attimo di esitazione, poi la ragazza ha detto che non poteva dirmi molto, ma che Teresa non stava bene da un paio di giorni e che era rimasta nella struttura per precauzione.

“Niente di gravissimo,” ha aggiunto subito, forse sentendo il mio silenzio dall’altra parte. “Ma è molto debole.”

Le ho chiesto se potevo lasciare detto che avevo chiamato.

“Certo,” ha risposto.

Ho riattaccato con la strana sensazione di avere le mani fredde e il viso caldo.

Arturo era sul davanzale, nello stesso punto dove l’avevo visto il giorno della telefonata del rifugio.

A volte la vita sa essere così precisa da fare quasi male.

Mi sono avvicinata e gli ho detto:

“Sta bene. Solo un po’ debole.”

Lui ha sbattuto una volta l’occhio buono.

Poi è sceso dal davanzale e si è diretto verso la ciotola, come se quella fosse una notizia sufficiente per affrontare almeno la mattina.

Io, invece, non riuscivo a trovare pace.

Sono andata al lavoro, ho fatto quello che dovevo fare, ho risposto alle persone come si risponde quando la testa è da un’altra parte.

Ma per tutto il giorno ho continuato a pensare a quella frase della lettera.

Meno soldi. Meno spazio. Più regole. Meno voce in capitolo.

E soprattutto ho continuato a pensare a Teresa che, magari, in una stanza troppo calda e troppo bianca, credeva di aver perso di nuovo qualcosa senza poterci fare niente.

La sera, tornando a casa, ho trovato Arturo seduto davanti alla porta ancora una volta.

Non era lì da ore, lo sapevo.

Ma il fatto che si fosse rimesso nello stesso posto mi ha fatto capire che lui, a modo suo, teneva il conto.

Il mercoledì ho richiamato.

Stavolta mi hanno passato Teresa.

La sua voce era sottile, come carta piegata troppe volte.

“Mi dispiace,” ha detto subito. “Non volevo farvi preoccupare.”

Quel plurale mi si è conficcato dritto nel petto.

“Ci hai fatti preoccupare,” ho risposto. “Tutti e due.”

Lei ha riso piano.

Poi ha tossito.

Mi ha spiegato che aveva avuto un giramento forte, una caduta senza niente di rotto, ma con abbastanza spavento da convincere i medici a tenerla a letto per qualche giorno.

“Non è niente di drammatico,” ha detto. “Solo il corpo che ogni tanto si ricorda quanti anni ha.”

Io guardavo Arturo mentre parlavo.

Era sul tappeto del corridoio, immobile, con le orecchie appena tese verso la mia voce.

“Posso venire a trovarti?” le ho chiesto.

Dall’altra parte c’è stato silenzio.

Non un silenzio brutto.

Un silenzio commosso.

“Se non ti pesa,” ha detto infine.

Quella frase mi ha fatto capire quanto tempo dovesse essere passato dall’ultima volta che qualcuno era andato da lei senza dovere, senza turno, senza obbligo.

Il giorno dopo sono passata da una pasticceria del quartiere e ho preso dei biscotti secchi che sapevo le piacevano.

Non perché me lo avesse detto.

Perché nelle domeniche precedenti li sceglieva sempre per ultimi, li prendeva con una specie di pudore e poi li mangiava lentamente, come se una cosa semplice meritasse comunque rispetto.

Prima di uscire ho preso anche la vecchia foto che aveva lasciato al rifugio.

C’era Arturo da giovane, molto più pieno, con gli occhi puliti e le orecchie dritte, in braccio a due donne che si somigliavano intorno alla bocca.

Una era Teresa.

L’altra doveva essere sua sorella.

Ho esitato sulla porta.

Arturo mi guardava dal tappeto.

“Non posso portarti,” gli ho detto. “Non ancora.”

Lui ha socchiuso gli occhi come fanno i gatti quando non approvano ma non intendono litigare.

La struttura dove viveva Teresa era a venti minuti da casa mia.

Fuori sembrava ordinata, dignitosa, quasi gentile.

Dentro sapeva di minestra, disinfettante e televisione bassa.

Non era triste nel modo violento delle cose abbandonate.

Era triste in un modo peggiore.

In quel modo ordinato in cui ogni cosa è pulita, al suo posto, eppure nessuno ci mette davvero radici.

Teresa era in una stanza piccola, con una finestra che dava su un cortile di cemento e due vasi secchi sul davanzale.

Un letto singolo.

Una lampada.

Due cassetti.

Quando l’ho visto, ho capito perché quella descrizione della lettera mi fosse rimasta addosso.

Non era un’esagerazione.

Era la sua vita, ridotta alla misura minima.

Lei era seduta composta, con un cardigan color crema e i capelli sistemati come si sistemano le persone cresciute in un tempo in cui la dignità passava anche da una spazzola.

Ma aveva il viso più magro di come lo ricordavo.

Gli occhi, invece, erano gli stessi.

Stanchi, sì.

Però vivi.

“Ti sei disturbata troppo,” ha detto appena mi ha vista.

“No,” le ho risposto. “Mi sono disturbata molto di più domenica.”

Ha sorriso.

Mi ha fatto cenno di sedermi.

Le ho dato i biscotti.

Lei li ha presi come si prendono le cose che non si aspettavano più.

Poi le ho allungato la foto.

Se l’è portata vicino al viso con due mani.

Non ha pianto subito.

Prima ha accarezzato con il pollice il bordo consumato.

Poi il punto in cui la sorella teneva Arturo in braccio.

Solo dopo le si sono riempiti gli occhi.

“Era dispettoso,” ha detto con una voce che sembrava arrivare da molto lontano. “Da giovane apriva gli armadi.”

“Adesso apre solo il mio lato tenero,” ho risposto.

Lei ha riso così all’improvviso che ho riso anch’io.

Per un attimo quella stanza si è allargata.

Le ho raccontato di come Arturo la domenica si piazzasse davanti alla porta all’ora del tè.

Le ho detto che da quando mancava guardava più spesso il corridoio.

Le ho detto che fingevo di non accorgermene, per non umiliarlo.

“Fa bene,” ha detto Teresa. “I vecchi, umani o gatti che siano, ci tengono alla loro fierezza.”

Abbiamo parlato per quasi un’ora.

Della sorella.

Del quartiere com’era una volta.

Dei rumori che fanno i palazzi la sera.

Di come il freddo peggiori tutto, perfino i pensieri.

A un certo punto le ho chiesto se le avrebbe fatto piacere vedere Arturo.

Non in quel momento.

Non lì.

Ma magari, quando si fosse ripresa un po’.

Lei ha abbassato gli occhi sulle mani.

“Sì,” ha detto. “Ma non voglio scombussolare le sue abitudini.”

Quella frase mi ha fatto quasi arrabbiare per tenerezza.

C’era una donna sola, in una stanza minuscola, che aveva paura di chiedere troppo perfino a un gatto di quindici anni.

“Tersa,” le ho detto, chiamandola male per l’emozione e facendola sorridere, “lui ti aspetta alla porta.”

Lei si è morsa il labbro per non piangere.

La settimana dopo, con il permesso della struttura, l’ho portato nel piccolo giardino interno.

Non era un giardino bellissimo.

Due panchine di ferro.

Una siepe un po’ spelacchiata.

Un limone in vaso che faceva quel che poteva.

Ma c’era sole, e a una certa età il sole fa metà del lavoro.

Ho sistemato Arturo nel trasportino con una coperta morbida.

Lui ha protestato il minimo indispensabile, quel tanto che bastava a ricordarmi che non era diventato improvvisamente accomodante solo perché aveva deciso di volermi bene.

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