Ogni sera alle 19:12 il vicino chiedeva di una donna mai tornata

Tutte le sere alle 19:12 il mio vicino suonava alla mia porta per chiedermi di una donna morta da tre anni.

La prima volta pensai che avesse sbagliato appartamento.

La seconda mi lasciò addosso una strana inquietudine.

Alla quinta, mi ritrovai a guardare l’orologio alle 19:10, come se stessi aspettando anch’io quel campanello.

Mi chiamo Rosa, ho sessantotto anni e vivo in un vecchio palazzo a Torino.

Prima ci vivevo con mio marito.

Da quando non c’è più, ci sono sere in cui la casa è così silenziosa che sento il frigorifero come se fosse un altro essere umano.

Il nostro palazzo non è brutto.

Ma non è nemmeno un posto caldo nel vero senso della parola.

Ci si saluta sulle scale. Si tiene aperto il portone. Si dice che oggi fa freddo, che l’ascensore va piano, che il riscaldamento parte tardi.

Poi ognuno rientra in casa sua.

L’uomo del terzo piano si chiamava signor Giulio.

Magro, sempre in ordine, anche se il cardigan mostrava chiaramente i suoi anni. Portava quasi ogni sera lo stesso cappotto marrone e teneva il berretto tra le mani come uno che entra in casa d’altri con rispetto.

Suonava.

Io aprivo.

E lui chiedeva:

“È già tornata?”

Nient’altro.

Non buonasera.

Non mi scusi.

Solo quello.

All’inizio rispondevo:

“Credo che abbia sbagliato porta.”

Lui allora mi guardava con occhi persi, gentili ma lontani, e ripeteva:

“È già tornata?”

Dopo qualche giorno smisi di correggerlo.

Dicevo:

“Non ancora. Sarà qui a momenti.”

E lui annuiva, come se gli avessi davvero dato una risposta importante.

Poi si girava e risaliva lentamente le scale.

Non lo conoscevo davvero.

Lo vedevo, questo sì.

Ogni tanto era con una ragazza giovane. Ventisette, ventotto anni forse. Sempre di corsa. Sempre con una borsa pesante sulla spalla e delle occhiaie che non provava nemmeno più a nascondere.

Pensavo fosse sua figlia.

Più tardi scoprii che era sua nipote.

Si chiamava Chiara.

Un giovedì di gennaio il signor Giulio non suonò.

Fuori cadeva quella pioggia fredda che a Torino ti entra nelle ossa. I vetri sul pianerottolo tremavano per il vento. Io ero seduta in poltrona con una coperta sulle gambe e alle 19:25 mi resi conto che avevo già guardato l’orologio quattro volte.

Allora salii al terzo piano.

La porta di casa sua era socchiusa.

Bussai.

Nessuna risposta.

La spinsi piano.

In cucina non c’era luce. Però sul tavolo c’erano due piatti fondi, due cucchiai e un tovagliolo piegato in mezzo.

Come se qualcuno dovesse rientrare da un momento all’altro.

Ero lì, immobile, a guardare quella tavola apparecchiata per due, quando sentii dei passi dietro di me.

Sobbalzai.

“Scusi”, disse una voce. “Non volevo spaventarla.”

Era Chiara.

Aveva la faccia di chi aveva retto troppo a lungo. Non stanca per una notte andata male. Proprio svuotata.

“Mi sono preoccupata”, le dissi. “Pensavo gli fosse successo qualcosa.”

Lei appoggiò le borse vicino alla porta.

“È giù”, rispose. “Davanti alle cassette della posta. La sera a volte confonde i piani… o le ore.”

Poi guardò il tavolo.

Le tremarono appena le labbra.

Le chiesi piano:

“Chi sta aspettando tutte le sere alle 19:12?”

Si sedette senza togliersi il cappotto.

Come se le gambe avessero deciso per lei.

“Mia nonna”, disse.

Poteva bastare.

Avevo già capito.

Però a volte si continua a parlare perché altrimenti ci si mette a piangere.

“Lavorava in ospedale”, disse Chiara. “Turno del pomeriggio. Per anni è andata avanti così. Autobus, poi un breve pezzo a piedi. Se andava tutto bene, apriva la porta alle 19:12.”

Guardai i due piatti.

“E lui la aspetta ancora?”

Chiara annuì.

“Non sempre allo stesso modo. Ci sono mattine in cui sa benissimo che non c’è più. Poi arriva la sera…” Si fermò un attimo. “La sera dimentica la morte, ma si ricorda dell’attesa.”

Quella frase mi fece male più di quanto pensassi.

La sera dimentica la morte, ma si ricorda dell’attesa.

Il martedì dopo andò ancora peggio.

Alle 19:05 guardai dalla finestra del pianerottolo e vidi il signor Giulio nel cortile.

Era uscito in pantofole.

Senza sciarpa.

In mano teneva un garofano rosso, tutto rovinato dal freddo.

Scesi più in fretta che potei.

“Signor Giulio!”

Si girò infastidito, come un uomo a cui stanno impedendo di fare una cosa importante.

“Devo andarla a prendere”, mi disse. “Fuori fa freddo.”

Non dimenticherò mai la sua faccia.

Non sembrava ridicolo.

Non sembrava assente.

Sembrava fedele.

In quel momento Chiara entrò nel cortile quasi correndo. Era senza guanti, col fiatone, ancora vestita da lavoro.

Vide il nonno.

Poi il fiore.

Poi me.

E senza bisogno di dirci molto capii cosa bisognava fare.

Mi avvicinai al signor Giulio e gli dissi con calma:

“Non serve andare fino al portone. La sta già aspettando di sopra.”

Lui mi guardò a lungo.

Non so se mi credette davvero.

O se era semplicemente troppo stanco per discutere.

Risalimo tutti e tre.

Chiara aprì la porta.

Io accesi la luce in cucina.

Lei mise a scaldare la minestra che aveva preparato.

Io sistemai bene la tavola. Due piatti. Due cucchiai. Il tovagliolo in mezzo.

Quando l’orologio del soggiorno segnò le 19:12, il signor Giulio si sedette.

Guardò la sedia davanti a sé.

Poi guardò Chiara.

E per un secondo il suo sguardo diventò limpido. Limpido davvero.

“Sei tornata”, sussurrò.

Chiara si mise a piangere subito.

Forse stava parlando a lei.

Forse a sua moglie.

Forse a tutte e due insieme.

Da quella sera, il giovedì mangio da loro.

Una minestra, un po’ di pane, due parole dette piano.

Non è molto.

Ma basta per non lasciare nessuno da solo a tavola.

Il signor Giulio, a volte, me lo chiede ancora:

“È già tornata?”

Prima rispondevo:

“Arriverà tra poco.”

Adesso gli dico:

“Sì. È qui.”

E ogni volta che lo dico, non mi sembra affatto una bugia.

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