Ogni sera alle 19:12 il vicino chiedeva di una donna mai tornata

La sera in cui il signor Giulio non riconobbe più la sua stessa casa, capii che quello che avevamo fatto fino a quel momento non sarebbe più bastato.

Successe a marzo, quando Torino comincia a ingannarti.

Di giorno ti fa credere che l’inverno sia finito. Poi alle sette torna un’aria umida, sottile, che ti entra nelle maniche e ti ricorda che il freddo non se n’è ancora andato davvero.

Quel giovedì salii al terzo piano con una torta di mele che mi era venuta storta.

Non avevo voglia di presentarmi a mani vuote e, da quando cenavamo insieme una volta a settimana, avevo preso l’abitudine di portare qualcosa. Pane, arance, una fetta di torta, perfino solo un mazzetto di prezzemolo fresco, se non avevo altro.

Piccole cose.

Quelle che non risolvono la vita, ma la tengono insieme.

La porta era aperta.

Sentii la voce di Chiara prima ancora di entrare.

Non parlava forte, ma aveva quel tono controllato di chi sta cercando di non rompere qualcosa di invisibile.

“No, nonno. Questa è casa.”

Poi la voce del signor Giulio, spaventata come quella di un bambino che si sveglia in un posto sbagliato.

“Casa mia aveva il corridoio più lungo.”

Mi fermai sull’uscio.

Per un attimo nessuno si accorse di me.

Chiara era davanti a lui, con le mani aperte, come se stesse cercando di accompagnarlo indietro senza toccarlo. Aveva i capelli raccolti male, le occhiaie più scure del solito e la stanchezza di chi da troppo tempo vive all’erta.

Il signor Giulio invece era in piedi vicino all’attaccapanni, col cappotto già indossato.

Sul tavolo la minestra fumava ancora.

“Vuole uscire?” chiesi piano.

Chiara si voltò di scatto.

Fece un mezzo sorriso, uno di quelli che non sono davvero sorrisi ma solo un modo educato di non crollare davanti a qualcuno.

“Dice che deve tornare a casa”, sussurrò.

Allora posai la torta sul mobile all’ingresso e mi avvicinai.

“Signor Giulio,” dissi, “prima di andare, almeno mangi qualcosa. Fuori fa freddo.”

Lui mi guardò.

Mi riconobbe, ma solo a metà.

Eppure bastò.

“Solo due cucchiai,” disse. “Poi vado.”

Fu così che si sedette.

Con la diffidenza di chi ti concede una tregua, non una fiducia.

Chiara gli mise il piatto davanti e io mi sistemai di lato, senza parlare. A volte la presenza serve più delle parole. Specialmente quando le parole cominciano a slittare da una parte all’altra come piatti su un tavolo storto.

Mangiammo quasi in silenzio.

A metà minestra, il signor Giulio alzò la testa e guardò la finestra.

“Sta facendo tardi,” mormorò.

Chiara abbassò gli occhi.

Io invece lo guardai bene.

E capii una cosa semplice, e dolorosa: fino a quel momento avevamo cercato di tenerlo fermo. Ma lui non stava fermo per ostinazione. Si stava solo perdendo sempre più lontano.

E quando una persona si perde, non sempre puoi riportarla indietro dicendole la verità.

A volte devi costruirle una strada più gentile.

Dopo cena aiutai Chiara a sparecchiare.

Il signor Giulio si era assopito in poltrona col mento sul petto, il televisore acceso senza volume, le mani appoggiate una sull’altra come faceva mio marito quando ascoltava qualcosa che gli piaceva.

Chiara lavava i piatti troppo in fretta.

Il rubinetto era aperto più del necessario. Le stoviglie urtavano il lavello con piccoli colpi secchi.

“Non ce la fai più”, le dissi.

Non era una domanda.

Lei chiuse l’acqua di colpo.

Per qualche secondo rimase immobile, di spalle.

Poi disse:

“Ci sono giorni in cui penso che posso farcela. Altri in cui mi sembra di perdere lui a pezzetti e me stessa insieme.”

Le porsi il canovaccio.

“Asciuga. Almeno sembriamo due donne organizzate.”

Rise appena.

Fu una risata stanca, ma vera.

“Dormo qui tre notti a settimana,” disse. “Le altre corro avanti e indietro da casa mia. Al lavoro faccio finta di essere lucida. Ma la testa è sempre qui. Se il telefono squilla, mi si blocca il respiro.”

Non dissi subito niente.

Perché a una certa età impari che esistono confessioni che non vogliono consigli. Vogliono solo un posto dove stare qualche minuto senza vergognarsi.

“Non hai fratelli?” chiesi.

Scosse la testa.

“Mia madre è morta quando avevo ventidue anni. Era figlia unica. Mio nonno è rimasto solo dopo mia nonna. E adesso…” Fece un gesto piccolo con la mano. “Adesso sono rimasta io.”

Io guardai il signor Giulio dormire.

La bocca leggermente aperta. Il cardigan consumato ai gomiti. Le scarpe ben allineate sotto la poltrona. Tutto in lui parlava di un uomo che per una vita aveva cercato di disturbare il meno possibile.

Persino il dolore.

“Da adesso,” dissi piano, “non sei più rimasta solo tu.”

Chiara si voltò verso di me.

Aveva gli occhi lucidi, ma non pianse.

Credo che a volte la stanchezza vada più in profondità delle lacrime.

La settimana dopo bussai al secondo piano.

Poi al quarto.

Poi al primo interno B, dove abitava la signora Teresa, quella che spiava tutti dalla tenda del salotto ma sapeva fare il brodo migliore del quartiere.

Non raccontai tutto.

Le cose intime non si mettono in piazza nemmeno quando fanno male.

Dissi solo che il signor Giulio aveva bisogno di presenza. Che Chiara non poteva reggere tutto da sola. Che forse, tra persone che abitano sotto lo stesso tetto di cemento da vent’anni, potevamo fare qualcosa di semplice.

Una cena ogni tanto.

Una spesa lasciata davanti alla porta.

Dieci minuti di compagnia sulle scale.

Mi aspettavo imbarazzo.

Ricevetti invece esitazione, che è una cosa diversa.

Nel nostro palazzo non eravamo cattivi.

Eravamo solo allenati a farci gli affari nostri.

Il primo a dire di sì fu il signor Aldo del quarto piano, vedovo anche lui, mani grandi da ex falegname e un carattere che sembrava ruvido finché non lo si sentiva parlare dei canarini che aveva da ragazzo.

“Posso passare il lunedì,” disse. “Gioco a carte da solo lo stesso. Almeno perdo con qualcuno.”

La signora Teresa sbuffò, come se la proposta la infastidisse.

Ma due giorni dopo mi fermò sulle scale con un contenitore di plastica in mano.

“Per il signor Giulio,” disse. “Passato di verdure. Senza pepe. Che il pepe la sera gli dà fastidio.”

Non le chiesi come facesse a saperlo.

Certe persone non sono indiscrete.

Osservano perché, in fondo, gli importa.

Piano piano successe una cosa strana.

Il nostro palazzo, che fino ad allora era stato una somma di porte chiuse, cominciò ad avere degli orari che non erano solo individuali.

Il lunedì saliva Aldo.

Il giovedì c’ero io.

Il sabato pomeriggio, se non lavorava, passava anche Chiara con più calma e restava a bere un caffè invece di inghiottire tre bocconi in piedi.

La signora Teresa lasciava su uno sgabello, davanti alla porta del terzo piano, un pezzo di crostata, due polpette, un po’ di minestrone, sempre fingendo che fosse troppo anche per lei.

Persino il ragazzo del primo piano, quello che non salutava mai nessuno e viveva con le cuffie nelle orecchie, una mattina aiutò il signor Giulio a riportare su le borse della spesa.

Lo vidi dalla finestra del pianerottolo.

Il ragazzo andava veloce, come se volesse sbrigarsela in fretta.

Il signor Giulio invece faceva un gradino alla volta.

A metà rampa si fermò e gli disse qualcosa.

Il ragazzo si tolse una cuffia.

Ascoltò.

Poi sorrise.

Quando incrociai il ragazzo più tardi, gli chiesi:

“Che ti ha detto?”

Lui infilò le mani in tasca, quasi imbarazzato.

“Mi ha chiesto se studiavo per diventare dottore.”

“E tu?”

“Gli ho detto di no. Faccio il magazziniere.”

Fece una pausa.

“E lui mi ha risposto: bravo lo stesso. Basta che non torni a casa troppo tardi la sera, che c’è sempre qualcuno che aspetta.”

Rimasi zitta.

Perché certe frasi, dette da una mente che si sta sfilacciando, arrivano più dritte di tante altre perfettamente lucide.

Ad aprile il glicine del cortile fiorì in anticipo.

Non era un glicine particolarmente bello. Cresceva storto sul retro, vicino ai bidoni, e nessuno gli aveva mai dato troppa attenzione. Però quell’anno sembrava quasi ostinato a farsi notare.

Il signor Giulio lo guardava spesso dalla finestra.

Un pomeriggio dissi a Chiara:

“Portiamolo giù.”

“Giù dove?”

“In cortile. Cinque minuti. Una sedia, una coperta sulle gambe e un po’ d’aria.”

Temeva che si agitasse.

Invece no.

Quella volta il signor Giulio scese tranquillo, appoggiato al mio braccio da un lato e a quello di Chiara dall’altro. Lo facemmo sedere sotto il glicine. C’erano bambini che rientravano da scuola, una donna che scrollava uno zerbino, qualcuno che litigava al telefono in fondo alla strada.

La vita normale.

La miglior medicina che conosco.

Il signor Giulio alzò il viso verso i fiori e sorrise.

“Lei li amava,” disse.

Chiara si piegò appena in avanti.

“Chi?”

“Mia moglie.”

Lo disse con una chiarezza che ci fermò tutte e due.

“Diceva sempre che i fiori più belli sono quelli che non chiedono il permesso.”

Ci guardammo.

Io e Chiara non avevamo bisogno di commentare.

Restammo semplicemente lì, come si resta in chiesa o davanti a un letto d’ospedale quando succede qualcosa di piccolo e solenne.

Poi il signor Giulio aggiunse:

“Come si chiamava, Rosa?”

Sentii il mio nome e mi si strinse il petto.

“Amelia”, rispose Chiara subito, con dolcezza. “La nonna si chiamava Amelia.”

Lui annuì.

“Amelia”, ripeté. “Giusto.”

Fu solo un attimo.

Ma un attimo intero.

Quella sera Chiara mi abbracciò sulle scale.

Non lo faceva mai.

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