Si chiamavano Elena e Davide.
Con loro c’era la figlia, Giulia, tredici anni.
Niente vestiti eleganti.
Niente casa da rivista.
Davide aveva mani ruvide e una camicia con un bottone diverso dagli altri.
Elena portava i capelli raccolti male, come chi li sistema mentre fa altre tre cose.
Giulia aveva l’apparecchio ai denti, un ginocchio sbucciato e l’espressione di chi detesta essere costretto a sorridere.
Fu proprio Giulia la prima a parlare.
«Quindi sei tu quello che ha camminato con la gatta.»
Elena sospirò.
«Giulia.»
«Che ho detto? È vero.»
Matteo avrebbe voluto sparire.
Poi Giulia aggiunse:
«È stata una cosa bella.»
Non lo disse come gli adulti.
Non c’era pietà.
Sembrava quasi un giudizio tecnico.
Questo gli piacque.
Davide si sedette.
«Non siamo venuti qui per convincerti di niente.»
«E allora perché siete qui?»
Elena rispose:
«Per vedere se possiamo stare nella stessa stanza senza raccontarci bugie.»
Matteo la guardò.
Era una risposta strana.
Ma buona.
Più tardi uscirono nel cortile condominiale.
C’erano una sedia di plastica scolorita, due vasi di basilico e dei pomodori che sembravano sopravvivere per testardaggine.
Davide si appoggiò alla ringhiera.
«Noi non abbiamo una casa grande.»
Matteo batté le palpebre.
Elena gli lanciò un’occhiata esasperata.
«Davide.»
«Prima o poi lo vedrà.»
Poi si rivolse di nuovo a Matteo.
«Viviamo in un appartamento con due camere. Il bagno è piccolo. La porta si gonfia quando c’è umidità e devi darle una spallata.»
Giulia intervenne:
«E ogni domenica il pianerottolo puzza di ragù perché la signora del piano sotto cucina per quindici persone anche se sono in quattro.»
Matteo li fissò.
Non aveva mai conosciuto persone che cercassero di impressionarlo elencando i difetti della propria casa.
Elena sorrise appena.
«Se un giorno venissi da noi, vedresti casa nostra com’è davvero. Non quella che si prepara quando arrivano ospiti.»
Matteo strinse le mani.
«Perché dovrei venire?»
Ci fu un silenzio.
Poi Elena disse:
«Perché anch’io sono cresciuta per qualche anno tra affidi e case dove sapevo di essere di passaggio.»
Quella frase oltrepassò tutte le difese di Matteo.
«Allora ti faccio pena.»
Elena scosse lentamente la testa.
«No.»
Lo guardò dritto.
«Ti riconosco.»
Fu diverso.
Molto diverso.
Giulia incrociò le braccia.
«E comunque io all’inizio non ero d’accordo.»
Elena chiuse gli occhi.
«Giulia.»
«È meglio che lo sappia.»
Matteo si girò verso di lei.
«Dovevi essere d’accordo?»
«Certo. Dovrei dividere la camera con te.»
«Ah.»
Giulia scrollò le spalle.
«Non volevo che i miei decidessero una cosa enorme e poi mi dicessero che dovevo essere felice perché era una cosa buona.»
Per la prima volta Matteo sorrise davvero.
«E cosa ti ha fatto cambiare idea?»
«Ho letto la lettera.»
«E?»
«Ho pensato che uno che vuole così bene a una vecchia gatta forse non è la persona peggiore con cui dividere un bagno.»
Davide scoppiò a ridere.
Persino Elena dovette voltarsi per nascondere un sorriso.
E per un istante Matteo se la immaginò.
La porta del bagno che si incastrava.
Il pianerottolo che sapeva di ragù.
Giulia che protestava.
Davide che aggiustava qualcosa.
Elena che cucinava.
Una casa normale.
La speranza, però, a dodici anni è pericolosa.
Gli adulti la descrivono come una cosa dolce.
Non lo è.
È un animale con i denti.
Quando muore, morde.
Nei giorni successivi Matteo scoprì che Elena e Davide non erano considerati la soluzione ideale.
Non avevano molto denaro.
L’appartamento era piccolo.
Giulia avrebbe dovuto condividere la stanza.
Qualcuno parlava di «spazi adeguati».
Qualcun altro di «margine economico».
Tutti usavano parole pulite.
Matteo sentiva il significato sporco sotto.
Un pomeriggio Carla gli disse la verità.
«Per ora non hanno approvato l’affido.»
Matteo guardò il bicchiere di cioccolata calda che aveva davanti.
«Perché non sono ricchi.»
Carla strinse le labbra.
«Nessuno lo direbbe così.»
«Ma è questo.»
Lei non rispose.
Era abbastanza.
«Hanno una casa.»
«Sì.»
«Hanno da mangiare.»
«Sì.»
«Mi vogliono.»
«Sì.»
Matteo alzò gli occhi.
«Allora cosa manca? Un salotto più grande? Piatti tutti uguali?»
Carla sospirò.
«A volte gli adulti confondono perfetto con sicuro.»
Matteo guardò fuori dalla finestra.
«A volte gli adulti sono stupidi.»
Carla trattenne un sorriso.
«A volte sì.»
Quello stesso giorno andò da Mimì.
La gatta era sulla finestra, distesa sopra il cardigan.
Matteo la prese in braccio e rimase così per molto tempo.
Dalla cucina arrivavano parole basse.
«Commissione.»
«Valutazione.»
«Altra possibilità.»
Matteo si irrigidì.
Un’altra possibilità.
Un’altra famiglia.
Quella notte non dormì.
Immaginò una casa grande.
Pulita.
Silenziosa.
Con mobili che nessuno toccava e un bel tavolo della domenica dove si faceva la bella figura davanti ai parenti.
Una famiglia perfetta da mostrare.
E lui seduto lì, come un mobile nuovo che però non si abbina del tutto.
Il sabato incontrò di nuovo Elena, Davide e Giulia al parco.
Mangiarono panini su un tavolo di legno.
Giulia palleggiava contro un muretto.
Davide aveva un livido sul polso per il lavoro.
Elena passò a Matteo il panino prima di prendere il proprio.
«Siamo ancora qui», disse Davide.
Matteo lo guardò.
«Qui dove?»
«A provarci.»
Elena annuì.
«Sappiamo che è complicato. Ma non ce ne siamo andati.»
Quelle parole furono piccole.
Eppure Matteo sentì qualcosa muoversi.
Non ce ne siamo andati.
«E se scelgono qualcun altro?»
Elena rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi disse:
«Mi arrabbierò moltissimo.»
Non cercò di sembrare buona.
Era proprio arrabbiata.
Matteo si fidò più di quella rabbia che di cento frasi gentili.
Giulia addentò il panino.
«Mamma ha già litigato con una signora.»
«Giulia.»
«È vero.»
Matteo sollevò lo sguardo.
«Per cosa?»
Giulia imitò una voce seria.
«I ragazzi che hanno vissuto traumi hanno bisogno soprattutto di struttura, non di sentimentalismi.»
Matteo rimase immobile.
«E tu cosa hai risposto?» chiese a Elena.
Lei abbassò la bottiglietta d’acqua.
«Che i ragazzi che hanno vissuto traumi restano ragazzi.»
La frase rimase sospesa.
Ragazzi.
Non pratiche.
Non problemi.
Non storie commoventi.
Ragazzi.
Qualche giorno dopo, a scuola, un’insegnante gli suggerì di non restare «troppo legato al passato».
Matteo la fissò.
«In che senso?»
«Nel senso che a volte bisogna accettare i cambiamenti e guardare avanti.»
La nonna era morta da poche settimane.
Mimì viveva altrove.
Lui dormiva ancora con i vestiti più importanti dentro lo zaino per paura che qualcuno gli dicesse improvvisamente di spostarsi.
E una donna gli stava consigliando di guardare avanti.
Matteo si alzò.
«Con rispetto, lei non sa niente.»
Naturalmente finì nei guai.
Gli adulti potevano dire cose dolorose con voce educata.
Un ragazzino, invece, non poteva mostrare di essere stanco.
Pochi giorni dopo anche la responsabile della casa famiglia lo fece sedere.
Sul tavolo c’era una cartellina.
Matteo ormai odiava le cartelline.
«Sei sicuro di voler cambiare di nuovo casa?»
Lui la guardò incredulo.
«Loro mi vogliono.»
«Non si tratta solo di essere voluti.»
Matteo abbassò gli occhi.
Quella frase gli sembrò terribilmente triste.
Perché la donna non era cattiva.
Sembrava convinta di avere ragione.
Forse aveva seguito così tante regole da non ricordare più il rumore che fa l’amore quando chiede spazio.
«E se la cosa corretta mi fa stare male?»
La donna sospirò.
«I sentimenti non possono essere l’unica cosa che conta.»
Matteo la fissò.
«Di solito sono l’ultima.»
Quella sera preparò di nuovo lo zaino.
Non perché dovesse partire.
Per abitudine.
Poi arrivò il giorno in cui tutto rischiò di perdere importanza.
Carla lo accompagnò da Mimì.
Anna aprì la porta col viso pallido.
«Ha passato una brutta notte.»
Matteo corse dentro.
Mimì era sul divano.
Raggomitolata.
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