A 52 anni aveva smesso di credere nelle seconde possibilità, poi quel gatto ignorato fece un gesto inatteso

Di notte aspettava che stessi quasi dormendo e poi mi saltava sulla pancia.

Non gli interessava che avessi cinquantadue anni e una schiena che scricchiolava come un mobile antico.

Però ogni mattina era lì.

Accanto alla caffettiera.

Davanti al bagno.

Vicino alla finestra.

Ai miei piedi quando restavo troppo a lungo seduta sul divano.

Sembrava essersi nominato responsabile della mia permanenza nel mondo.

Così cominciai a mantenere piccole promesse.

Mi vestivo prima di mezzogiorno.

Aprivo le finestre.

Lavavo i piatti.

Facevo il giro dell’isolato.

Rispondevo alle email.

Un pomeriggio aggiornai perfino il curriculum.

Oliviero si sedette sulla tastiera e aggiunse una serie di lettere al mio cognome.

“Non stai aiutando.”

Lui mi guardò lentamente.

Eppure il curriculum era aperto.

Io lo stavo compilando.

Quindi, a modo suo, aveva ragione.

Una settimana dopo gli scattai una fotografia.

Era salito sul davanzale.

Il sole del pomeriggio gli illuminava il pelo.

Stava seduto in una posizione assurda, con quella zampa enorme penzolante e gli occhi che sembravano non avere raggiunto un accordo su dove guardare.

Mandai la foto a mia sorella Lucia.

Non litigavamo.

Non eravamo nemmeno davvero lontane.

Eravamo semplicemente diventate una di quelle famiglie italiane in cui tutti si vogliono bene, ma nessuno telefona perché è sempre tardi, c’è sempre qualcosa da fare e tanto ci si vede domenica.

Lucia rispose dopo trenta secondi.

“Ma cos’è?”

“Il mio gatto.”

“Quello non è un gatto. È una creatura uscita da una credenza della nonna.”

Risi così forte che mi andò il caffè di traverso.

Poi arrivò un secondo messaggio.

“Però sono contenta che tu l’abbia preso.”

Tutto qui.

Niente prediche.

Niente compassione.

Nessuna frase da calendario.

Rimasi a fissare quelle parole.

Tre giorni dopo Lucia telefonò.

“Come stai davvero?”

“Bene.”

Silenzio.

“Marisa.”

Avevo cinquantadue anni.

Lei cinquantasei.

Ci conoscevamo da quando avevo imparato a camminare.

Non funzionava più mentirle.

“Non benissimo.”

Dall’altra parte non disse nulla per qualche secondo.

Poi:

“Allora raccontami la versione vera.”

Lo feci.

Le raccontai del licenziamento.

Della vergogna.

Delle giornate in cui rimanevo dieci minuti nell’automobile sotto casa perché non avevo voglia di salire.

Le raccontai delle candidature senza risposta.

Della paura di essere diventata improvvisamente vecchia senza accorgermene.

Poi dissi una cosa che non avevo mai detto ad alta voce.

“Credo di aver preso Oliviero perché avevo bisogno che almeno un essere vivente si accorgesse se un giorno non mi fossi alzata dal letto.”

Lucia respirò profondamente.

“Marisa, meno male che me lo hai detto adesso.”

Quelle parole mi colpirono più di una predica.

Adesso.

Prima che quella solitudine diventasse qualcos’altro.

Mi fece promettere tre cose.

Parlare con qualcuno invece di tenere tutto chiuso dentro.

Uscire ogni giorno.

E smetterla di confondere l’indipendenza con il diventare invisibile.

Quest’ultima frase mi irritò parecchio.

Perché era vera.

Cominciai perfino a portare Oliviero nel cortile condominiale con una pettorina.

Dire che passeggiava sarebbe generoso.

Durante la prima uscita si sdraiò per terra rigido come un asse, con l’espressione di chi ritiene di essere vittima di una grave ingiustizia.

Fu così che il quartiere cominciò a conoscerlo.

La signora Teresa, settantotto anni, secondo piano, lo chiamava “il professore storto”.

Il ragazzo universitario del piano terra lo chiamava “il re dei goblin”.

Il tecnico che veniva a sistemare le lavatrici lo vide alla finestra e disse:

“Quel gatto ha la faccia di uno che sa quanto devi pagare di tasse.”

Poco a poco, persone che prima mi salutavano appena cominciarono a fermarsi.

“Come sta Oliviero?”

E io capii una cosa.

A volte la gente domanda del gatto perché non sa come domandare di te.

Così iniziai a rispondere.

“Sta bene. Io un po’ meno, ma sto migliorando.”

“Ho fatto un colloquio.”

“Oggi sono uscita.”

Piccole frasi.

Ma erano crepe nel muro.

Un mese dopo tornai al rifugio.

Portavo una confezione di crocchette che Oliviero aveva deciso di odiare e un topolino di stoffa ormai senza coda.

La ragazza che mi aveva aiutata si chiamava Giulia.

Era dietro il bancone con un caffè freddo accanto.

Quando mi vide sorrise.

“Come va il nostro Oliviero?”

“Benissimo. Io invece sono ancora disoccupata.”

Giulia sgranò gli occhi.

“Scusa. Era una battuta. Brutta. Oliviero sta da re.”

Lei rise.

Poi mi indicò una bacheca.

C’erano fotografie di animali adottati.

Famiglie.

Cani con fazzoletti colorati.

Gatti dentro trasportini.

In un angolo c’era la fotografia di Oliviero.

La foto del giorno in cui era arrivato.

Orecchie abbassate.

Sguardo impossibile.

Sotto qualcuno aveva scritto:

“Finalmente scelto.”

Sentii un nodo alla gola.

Giulia disse:

“Sai che dopo la sua adozione alcune persone hanno chiesto di lui?”

“Come?”

“Quando pubblicavamo le sue foto, ricevevamo tante reazioni.”

“Allora perché nessuno è venuto?”

Giulia abbassò le spalle.

“Ecco.”

Me lo mostrò.

Decine di commenti.

Molti gentili.

Alcuni stupidi.

Qualcuno faceva battute sul suo muso.

Qualcun altro lo definiva buffo.

Tanta gente lo condivideva.

Quasi nessuno si era presentato davvero.

Guardai quelle parole.

E pensai a quante volte avevo visto succedere la stessa cosa nella vita.

Le persone sono bravissime a commuoversi da lontano.

Mettono un cuore.

Scrivono “povero amore”.

Dicono che è una vergogna.

Poi devono andare a fare la spesa.

Preparare cena.

Vivere.

Il dolore degli altri resta sullo schermo.

“Posso darvi una mano qui qualche volta?”

Giulia rispose prima che terminassi la frase.

“Martedì?”

Cominciai così.

Due pomeriggi alla settimana.

Pulivo ciotole.

Piegavo coperte.

Spazzolavo cani vecchi.

Mi sedevo davanti alle gabbie dei gatti che avevano smesso di miagolare perché avevano già capito che gridare non cambiava nulla.

C’era una gatta nera di dodici anni chiamata Gina.

Aveva tre denti e l’espressione di una zia contrariata durante un pranzo di famiglia.

C’era Bruno, un cane anziano con una cicatrice sul petto e due orecchie morbidissime.

C’era una soriana chiamata Mimma che non sopportava quasi nessuno.

La sua scheda diceva:

“Carattere deciso.”

Era il modo educato per dire che, se non le piacevi, te lo faceva sapere.

Mi innamorai un po’ di tutti.

Notai anche una cosa.

Quasi tutti entravano e guardavano prima gli animali davanti.

I giovani.

Quelli più belli.

Quelli socievoli.

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