Il colloquio era già finito male quando Bruno, il vecchio cane di Matteo, si alzò lentamente e appoggiò il muso sulle ginocchia dell’uomo che aveva appena rifiutato di assumerlo.
«Senti, ragazzo, qui non facciamo beneficenza.»
Vittorio Rinaldi chiuse con un colpo secco il registro della falegnameria.
Aveva sessantadue anni, spalle enormi, barba grigia e due mani che sembravano scolpite nel legno.
«Mi serve qualcuno che sappia lavorare. Non uno che impari da zero mentre io pago le bollette.»
Matteo abbassò lo sguardo verso gli scarponi consumati.
Aveva ventinove anni e non sapeva quasi nulla di falegnameria.
Tre mesi prima aveva perso sua madre, Sara.
Una malattia lunga, silenziosa, di quelle che prima svuotano una persona e poi svuotano una casa.
Dopo il funerale erano rimasti i debiti, una macchina vecchia e Bruno.
Bruno era un meticcio color miele, con il muso ormai bianco e gli occhi velati dall’età.
Sara lo aveva preso dieci anni prima dal canile della provincia.
Da allora, nei momenti peggiori, quel cane aveva sempre saputo dove stare.
Accanto a lei.
Accanto a Matteo.
Senza chiedere niente.
Matteo aveva lasciato la città perché l’affitto era diventato impossibile.
Era arrivato a San Martino sul Fiume, un paese dell’Emilia dove pensava di trovare lavoro in una piccola fabbrica.
La fabbrica non assumeva.
Il supermercato di zona nemmeno.
Il bar della piazza cercava soltanto personale per il fine settimana.
La falegnameria Rinaldi era rimasta l’ultima porta.
E adesso anche quella si stava chiudendo.
«La ringrazio comunque.»
Matteo prese il guinzaglio.
«Andiamo, Bruno.»
Il cane non si mosse.
«Bruno.»
Niente.
Il vecchio animale si alzò con fatica, le zampe rigide, e invece di andare verso la porta raggiunse Vittorio.
Matteo sentì lo stomaco stringersi.
«Bruno, torna qui.»
Il cane posò il muso sul ginocchio impolverato di segatura del falegname.
Vittorio si irrigidì.
Per un attimo sembrò infastidito.
Poi abbassò una mano e gli accarezzò la testa.
Le sue dita incontrarono il collare.
Non era un collare comprato in negozio.
Sara lo aveva intrecciato a mano con vecchie strisce di cuoio.
Sotto il mento del cane pendeva una strana medaglietta di metallo.
Sembrava metà di una moneta antica, tagliata esattamente al centro.
Vittorio smise di respirare.
Le sue dita si chiusero attorno al metallo.
«Dove hai preso questa?»
Matteo lo guardò confuso.
«Era di mia madre.»
«Come si chiamava tua madre?»
La voce dell’uomo non era più dura.
Era diventata sottile.
Fragile.
«Sara.»
Vittorio arretrò con la sedia.
Poi portò una mano sotto la camicia da lavoro.
Da una catenina tirò fuori un piccolo pezzo di metallo.
L’altra metà.
Matteo sentì il sangue gelarsi.
Vittorio si inginocchiò sul pavimento.
Accostò i due pezzi.
Combaciavano perfettamente.
Sulla metà di Bruno si leggevano poche parole incise:
“La strada che…”
Sulla metà di Vittorio:
“…ci riporta a casa.”
Quando i pezzi si unirono, la frase tornò intera.
La strada che ci riporta a casa.
Vittorio emise un suono che Matteo non avrebbe mai dimenticato.
Non era soltanto un pianto.
Era il rumore di quarant’anni che si spezzavano tutti insieme.
L’uomo appoggiò la fronte sul collo di Bruno e scoppiò in lacrime.
Matteo rimase immobile.
«Chi sei?»
Vittorio alzò il viso.
«Tua madre aveva quattro anni quando l’ho vista l’ultima volta.»
Matteo non capì.
Poi Vittorio pronunciò le parole che cambiarono ogni cosa.
«Sono suo fratello maggiore.»
Matteo si appoggiò alla scrivania.
«Mio zio?»
Vittorio annuì.
Da ragazzo aveva dodici anni quando i loro genitori erano morti in un incidente.
Non c’erano parenti pronti ad accoglierli.
I due bambini erano finiti in strutture diverse.
La sera prima della separazione, Vittorio aveva trovato una vecchia moneta di ottone.
L’aveva tagliata in due nella piccola officina di un educatore.
Aveva inciso una frase sulle due metà.
Una per lui.
Una per Sara.
Le aveva promesso che, se l’avessero conservata, un giorno si sarebbero ritrovati.
Ma Sara era stata affidata a una famiglia lontana.
Il cognome era cambiato.
Le pratiche si erano perse.
Vittorio aveva passato anni a cercarla.
Aveva scritto lettere.
Telefonato a vecchi uffici.
Speso soldi che non aveva.
Poi aveva smesso di credere che sarebbe successo.
Sara, invece, aveva conservato la sua metà.
Prima in una scatolina di velluto.
Poi, molti anni dopo, sul collare del cane che aveva salvato dal canile.
«Lei non mi ha mai raccontato tutto.»
Matteo parlava quasi sussurrando.
«Diceva soltanto che da bambina aveva un fratello. Diceva che era coraggioso.»
Vittorio chiuse gli occhi.
«Non abbastanza.»
Matteo lo guardò.
«Ha passato tutta la vita a cercarla.»
«E non l’ho trovata in tempo.»
Bruno si sedette tra loro.
Il vecchio cane respirò piano.
Come se avesse appena concluso un viaggio iniziato molto prima di lui.
Vittorio si asciugò il viso con la manica.
Poi indicò Matteo.
«Non sai usare una pialla.»
Matteo quasi rise.
«No.»
«Non sai distinguere il faggio dal frassino.»
«Non credo.»
«E probabilmente mi distruggerai qualche tavola.»
Matteo annuì.
Vittorio si chinò a grattare Bruno dietro le orecchie.
«Cominci domani.»
Quella sera Matteo non dormì in macchina.
Vittorio gli preparò la stanza libera sopra la falegnameria.
L’appartamento era piccolo.
Una cucina con le ante ingiallite.
Un vecchio televisore.
Un tavolo con una sola sedia tirata fuori.
Una tazza nel lavello.
Una casa che non era abbandonata.
Peggio.
Era una casa abituata alla solitudine.
Vittorio mise a scaldare una minestra.
Poi guardò Matteo.
«Sara canticchiava ancora quando cucinava?»
Matteo sentì un nodo alla gola.
«Sì. E bruciava sempre il primo lato del pane in padella.»
Vittorio sorrise.
Fu la prima volta.
«Lo faceva anche da bambina.»
Mangiarono lentamente.
Parlarono di Sara.
Di quanto lavorava.
Della sua testardaggine.
Del modo in cui riusciva a rendere dignitosa anche una casa con il frigorifero mezzo vuoto.
A un certo punto Vittorio prese una scatola di latta da una credenza.
Dentro c’erano decine di lettere.
Su quasi tutte compariva lo stesso nome.
Sara.
Alcune non avevano indirizzo.
Una diceva soltanto:
A mia sorella, ovunque sia.
Matteo ne toccò una.
«Le scrivevi anche senza sapere dove mandarle?»
«Era l’unico modo che avevo per non sentirmi un fratello morto.»
Poi arrivò un colpo alla porta del piano di sotto.
Un colpo breve.
Secco.
Vittorio smise di parlare.
Scese.
Matteo lo seguì.
Fuori c’era una donna con una busta gialla.
Vittorio firmò.
Matteo riuscì a leggere poche parole.
ULTIMO AVVISO.
IPOTECA.
TERMINE DI PAGAMENTO.
Il miracolo durò meno di un’ora.
La falegnameria stava per essere pignorata.
Vittorio aveva accumulato debiti durante gli anni peggiori.
Aveva tenuto aperto quando gli ordini diminuivano.
Aveva pagato i dipendenti prima di se stesso.
Aveva rimandato tasse e rate sperando nella stagione successiva.
Adesso aveva trenta giorni.
Se non avesse trovato il denaro, avrebbe perso edificio e terreno.
«Perché non me l’hai detto subito?»
Vittorio infilò la busta sotto alcuni documenti.
«Perché ti conosco da poche ore.»
«Se lavoro qui, mi riguarda.»
Vittorio lo fissò.
«Sei appena entrato nella mia vita. Non significa che devi caricarti addosso anche i miei fallimenti.»
Matteo rispose senza pensarci.
«Sei famiglia.»
Vittorio distolse lo sguardo.
Il giorno dopo Matteo cominciò.
Alle sei e mezza del mattino.
Vittorio gli insegnò a misurare due volte prima di tagliare.
A seguire la vena del legno.
A non avere mai troppa fiducia in una lama.
A tenere il pavimento pulito.
«La segatura sembra innocente finché non ti manda all’ospedale.»
Matteo sbagliò tutto quello che poteva sbagliare.
Tagliò male una tavola.
Rovesciò una scatola di viti.
Carteggiò troppo un angolo.
Vittorio brontolava.
Ma spiegava.
Sempre.
Poco dopo arrivarono gli altri.
Giulia, sessant’anni, amministrazione e verniciatura.
Beppe, cinquantotto, falegname con un ginocchio malandato.
Elisa, quarantadue, specialista nelle finiture.
Luca, trentacinque, il più giovane dopo Matteo e quello più scettico.
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