«Lo so.»
«Ma lui non doveva firmare senza parlartene.»
Matteo la guardò.
Giulia fissò il fiume.
«Vittorio non vende perché ama il denaro. Vende perché ha passato la vita a proteggere gli altri.»
Gli raccontò cose che Matteo non sapeva.
Stipendi pagati di tasca propria.
Conti medici.
Affitti anticipati.
Settimane di lavoro regalate.
«Quando scegli gli altri abbastanza a lungo, prima o poi arriva il conto.»
Prima di andarsene, Giulia gli consegnò una busta.
«Era caduta dietro un mobile dell’ufficio.»
Sulla busta c’era scritto:
Vittorio Rinaldi.
La grafia era di Sara.
Matteo la riconobbe subito.
La lettera risaliva a diciannove anni prima.
“Vittorio,
non so se questa lettera ti troverà.
Per anni sono stata arrabbiata perché non eri venuto a cercarmi. Poi sono diventata grande e ho capito che eri soltanto un bambino anche tu.
Ho ancora la mia metà.
La promessa non l’ho dimenticata.
Ho un figlio. Si chiama Matteo.
Quando si arrabbia ha una certa espressione che mi ricorda te, anche se forse è soltanto il desiderio di ricordarti.
Per molto tempo ho creduto che casa fosse un posto che qualcuno ti permetteva di tenere.
Adesso penso che casa sia la persona che scegli di non lasciare indietro, anche quando andartene sarebbe più facile.
Se ricevi questa lettera, scrivimi.
Se non la ricevi, forse la promessa troverà un’altra strada.
Sara.”
Matteo lesse quelle righe quattro volte.
A mezzanotte rientrò in falegnameria.
Vittorio era ancora lì.
Quando vide la lettera, impallidì.
«Perché non l’avevi aperta?»
Vittorio si sedette.
«Avevo seguito troppi falsi indizi. Quando quella busta arrivò, riconobbi la grafia senza sapere come. Mi spaventai.»
«Ti spaventasti?»
«Pensai: se la apro e non è lei, sarà l’ultima volta che riesco a sperare. La misi via per una notte.»
Abbassò il capo.
«Poi per un’altra. Poi per un’altra ancora.»
Matteo non disse niente.
Vittorio sfiorò la lettera.
«La vigliaccheria, quando dura abbastanza, sembra soltanto rimandare a domani.»
Matteo tirò fuori un quaderno.
«Ho un’idea.»
Aveva disegnato tavoli semplici per la scuola.
Tagli standardizzati.
Pochi sprechi.
Legno recuperato.
Niente dettagli inutili.
«Costruiamo i mobili per il complesso.»
Vittorio lo guardò.
«E vendiamo?»
«No. Accettiamo soltanto l’ordine dei mobili.»
«Non accetteranno.»
«Allora che cerchino un altro falegname.»
Vittorio quasi rise.
«Parli così perché non hai mai dovuto pagare cinque stipendi.»
«Vero. Ma dimmi una cosa: se abbatti questo posto per salvarci, che cosa stai salvando davvero?»
Vittorio rimase zitto.
Matteo indicò la lettera.
«Mamma l’ha scritto. Casa è chi scegli di non lasciare indietro.»
Alle due di notte Vittorio telefonò alla rappresentante.
«Il terreno non è più in vendita.»
Dall’altra parte ci fu silenzio.
«Vittorio, non sei nella posizione di imporre condizioni.»
Lui guardò Matteo.
«È l’unica posizione che mi resta.»
Accettò un contratto più piccolo.
Niente vendita.
Niente buonuscita.
Soltanto mobili.
Il mattino dopo riunì la squadra.
«Potremmo perdere tutto.»
Luca alzò le mani.
«Ottimo inizio.»
«Se qualcuno vuole andarsene, lo capisco.»
Nessuno si mosse.
Giulia prese un blocco.
«Bene. Beppe, inventario. Elisa, finiture. Matteo, caffè. Luca, smetti di fare quella faccia e accendi la sega.»
Lavorarono per dieci giorni.
Giorno e notte.
Mobili per il contratto.
Tavoli per la scuola.
Matteo costruì per Bruno un piccolo letto rialzato con scarti di rovere.
Il cane vi salì e sospirò.
Vittorio lo osservò.
«È la prima cosa decente che hai costruito.»
«Grazie.»
«Non montarti la testa.»
In paese cominciarono a parlare.
C’era chi diceva che Vittorio fosse un pazzo.
Chi sosteneva che avrebbe dovuto prendere i soldi e andarsene.
Chi era stanco di vedere botteghe, case e terreni trasformarsi in cose belle soltanto per chi passava qualche settimana l’anno.
Nessuno era completamente nel giusto.
Nessuno completamente nel torto.
La questione era semplice soltanto per chi non rischiava niente.
Al nono giorno arrivò la telefonata della banca.
Il deposito del contratto non era ancora arrivato.
Se non fosse entrato entro mezzogiorno del giorno seguente, sarebbe partita la procedura.
Alle undici e cinquantadue Giulia aveva le mani che tremavano.
Luca, fino a quel momento il più scettico, disse:
«Conosco uno che lavora per un fornitore del complesso. Sono in ritardo con tutto. Hanno bisogno dei nostri mobili più di quanto fingano.»
Vittorio lo guardò.
Poi prese il telefono.
«Se il deposito non arriva entro cinque minuti, fermo la consegna.»
La rappresentante cercò di protestare.
Vittorio la interruppe.
«Volete mobili fatti qui perché volete raccontare che sono locali e artigianali. Bene. Quell’autenticità non nasce da una fotografia. Nasce da persone vere, in un posto vero, con stipendi veri.»
Tre minuti dopo arrivò il pagamento.
Giulia scoppiò a piangere.
Beppe si sedette.
Elisa abbracciò Matteo.
Luca disse:
«Perfetto. Ora possiamo fallire più tardi.»
Risero tutti.
Consegnarono prima i tavoli alla scuola.
Vittorio lo decise senza discussioni.
«La gente deve mangiare prima che qualcuno scelga il colore dei cuscini.»
Nella mensa alcuni genitori sistemavano borse e documenti.
Dei bambini coloravano seduti in un angolo.
Una bambina passò la mano sulla prima panca.
«È nostra?»
Vittorio tossì.
«È della scuola.»
Lei annuì.
«È quello che ho detto.»
Vittorio dovette voltarsi.
Sotto ogni tavolo Matteo aveva bruciato nel legno una frase.
La strada che ci riporta a casa.
Il contratto fu completato.
La vendita del terreno cancellata.
Il pagamento bastò a soddisfare l’ipoteca e dare ossigeno alla falegnameria.
Non ricchezza.
Non miracoli.
Tempo.
Quella sera mangiarono pollo arrosto e patate intorno a uno dei grandi tavoli appena finiti.
Vittorio sollevò una tazza.
«Non sono bravo con i discorsi.»
«Finalmente una cosa su cui siamo tutti d’accordo,» disse Giulia.
Risero.
Vittorio guardò la squadra.
«Ho sbagliato. Ho lasciato che la paura decidesse da sola. Non si gestisce così né un laboratorio né una famiglia.»
Poi guardò Matteo.
«E lui carteggia ancora come un criminale.»
Matteo rise.
Fu allora che si accorse che Bruno non si era mosso.
Il cane era sdraiato sul suo nuovo letto.
Respirava appena.
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