Erano arrivati i debiti.
Il proprietario dell’appartamento aveva venduto.
Il nuovo affitto era troppo alto.
Anna aveva vissuto alcuni mesi in macchina.
Poi la macchina si era rotta.
Da lì, il precipizio.
Chi ha vissuto abbastanza sa che la povertà raramente arriva tutta insieme.
Prima perdi cento euro.
Poi una rata.
Poi una casa.
Poi smetti di chiamare gli amici perché ti vergogni.
Alla fine ti guardano e dicono: «Com’è potuto succedere?»
Come se fosse caduto il soffitto in un solo giorno.
Anna evitava i dormitori grandi.
Da bambina aveva vissuto un incendio e non riusciva a dormire in stanze con finestre bloccate.
Preferiva luoghi illuminati, aperti, dove la porta fosse visibile.
Per questo usava le lavanderie notturne.
L’operatrice l’aveva vista con Martedì due volte.
La prima poco prima di Natale.
Anna aveva avvolto la sua sciarpa rosso-grigia intorno al cane.
La seconda la vigilia.
Le avevano offerto un letto.
Anna aveva chiesto:
«Il cane può venire?»
La risposta era stata no.
Lei aveva rinunciato.
Quando controllai le vecchie registrazioni, trovai Anna nella mia lavanderia.
Sette notti tra Natale e i primi giorni di gennaio.
Arrivava dopo mezzanotte.
Non lavava vestiti.
Comprava un solo gettone.
Metteva un asciugamano umido nell’asciugatrice diciotto.
Quella macchina era vicina al tubo dell’acqua calda ed era sempre la più tiepida.
Anna sedeva accanto al cane.
Aspettava.
Quando l’asciugamano usciva caldo, lo avvolgeva intorno a Martedì.
Poi aggiungeva la sua sciarpa.
Non rubava niente.
Se il distributore si bloccava, lasciava le monete sul tavolo.
Una notte asciugò con carta assorbente l’acqua che aveva portato dentro con le scarpe.
Un’altra piegò tre magliette dimenticate da un cliente.
Quaranta minuti di calore.
Era tutto ciò che prendeva.
Cominciai a cercarla.
Ospedali.
Mense.
Parrocchie.
Centri d’accoglienza.
Portici.
Teresa telefonava ovunque.
L’operatrice sociale controllava elenchi e segnalazioni.
Niente.
Martedì cercava a modo suo.
Controllava ogni autobus serale.
Seguiva le donne col cappotto verde o grigio.
Reagiva a passi trascinati.
Chiavi metalliche.
Odore di fumo.
All’alba percorreva sempre la stessa direzione.
Lo seguii.
Una mattina controllò tre giacigli abbandonati sotto un cavalcavia.
Annusò un telo blu.
Tornò indietro.
Un’altra volta trovò un bicchiere di cartone con dentro due monete.
Lo prese in bocca.
Lo portò fino alla lavanderia.
Lo lasciò davanti alla macchina dei gettoni.
Quella cosa mi spezzò.
Martedì non conosceva il denaro.
Non sapeva cosa fossero cinquanta centesimi.
Aveva solo visto Anna mettere oggetti rotondi in una macchina.
Poi usciva calore.
Monete significavano calore.
Calore significava Anna.
Per lui il mondo funzionava così.
Il 26 gennaio entrò una donna con un cappotto verde.
Martedì impazzì.
Non in modo aggressivo.
Sembrava che ogni parte del suo corpo si fosse svegliata insieme.
Corse verso di lei.
Annusò la tasca sinistra.
Le mani.
Le scarpe.
Il bordo del cappotto.
«Dove l’ha preso?» chiesi.
La donna si spaventò.
«In un centro di raccolta.»
Il cappotto era stato trovato sotto un cavalcavia.
Piegato accanto a una coperta e a un guanto nero.
Martedì annusò ogni centimetro.
Ma Anna non c’era.
Quando la donna uscì, fece per seguirla.
Poi si fermò.
Guardò la fermata.
Guardò l’asciugatrice diciotto.
Tornò dentro.
Per la prima volta non si sdraiò sulla sciarpa.
La mise sulla sedia vuota.
Alle 23:47 il segnale dell’asciugatrice suonò.
Martedì guardò la porta.
Nessuno entrò.
Aspettò fino al mattino.
Il giorno dopo contattai le autorità per segnalare formalmente la scomparsa.
Un agente raccolse fotografia, età e ultime informazioni.
Nel pomeriggio mi richiamò.
Una donna compatibile con Anna era stata trasportata in ambulanza la sera del 6 gennaio.
Senza documenti.
Aveva fornito un cognome diverso prima di perdere conoscenza.
L’agente non poteva darmi altri dettagli.
Quella notte, alle 1:06, passò un’ambulanza.
Martedì si alzò come colpito da una scossa.
Afferrò la sciarpa.
Corse.
Teresa era ancora lì.
«Prendo la macchina.»
Io presi il guinzaglio.
Pensavamo che ci avrebbe portati da Anna.
Avevamo torto.
Ci portò dove aveva visto sparire Anna.
Seguì il suono dell’ambulanza per strade che sembrava conoscere.
Non controllò i suoi soliti posti.
Non si fermò sotto il cavalcavia.
Corse fino a un grande ospedale cittadino.
Le guardie non permisero al cane di entrare.
Teresa rimase sotto la tettoia con lui.
Io mostrai la foto al personale.
Un’infermiera la riconobbe.
Anna era arrivata il 6 gennaio con una grave ipotermia, polmonite e una ferita infetta al piede sinistro.
Un addetto alla pulizia urbana l’aveva trovata priva di sensi dietro un negozio chiuso.
Era rimasta diversi giorni in terapia intensiva.
Poi era stata trasferita in una struttura di riabilitazione fuori città.
Aveva usato il cognome del suo ex marito.
Per questo nessuno l’aveva trovata.
«Ha chiesto di un cane», disse l’infermiera.
Mi bloccai.
«Che cosa ha detto?»
«Continuava a chiedere se il cane tigrato fosse salito sull’ambulanza.»
La struttura ci autorizzò a visitarla il giorno dopo.
Prima lavammo Martedì.
Lui accettò l’acqua, ma non lasciò la sciarpa.
Una nostra cliente la lavò a mano mentre il cane osservava.
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