Era più larga.
Irregolare.
Compatibile con un vecchio intervento d’urgenza.
Mara era rimasta nel rifugio sessantatré giorni.
Mangiava soprattutto quando le persone se ne andavano.
Dormiva rivolta verso lo scarico del box.
Durante le passeggiate raccoglieva foglie secche e le portava nel suo angolo.
Anna pensava fosse una forma di “nido”.
Io avevo pensato soltanto che volesse qualcosa di morbido sotto le costole.
La prima notte a casa mia ignorò completamente il cuscino nuovo comprato da Chiara.
Dormì sul pavimento davanti alla mia camera.
Con il muso puntato verso il retro della casa.
La mattina, alle 7:12, chiese di uscire.
Trovò il pero in meno di quattro minuti.
Dopo aver visto il filmato, iniziai a tenere un quaderno.
Avevo lavorato per trentacinque anni come manutentore in una scuola.
Ero abituato a pensare che ogni comportamento ripetuto avesse una causa.
Una porta gratta perché una cerniera si è abbassata.
Un tubo vibra perché si è allentato un sostegno.
Un termosifone batte perché c’è aria.
Così iniziai a registrare.
24 agosto: uscita 7:08. Scavo 7:12. Fine 7:18.
25 agosto: pioggia leggera. Sette tocchi. Tre minuti sdraiata sul fianco destro.
26 agosto: scoiattolo vicino alla rete. Ignorato.
27 agosto: camion della nettezza urbana alle 7:14. Pausa di venti secondi. Poi riprende.
28 agosto: porta una foglia secca di pero nella buca.
Quella foglia mi disturbò più del resto.
Mara non la seppellì.
La posò vicino alla zampa sinistra mentre era sdraiata.
Prima di ricoprire la buca, la riprese delicatamente e la lasciò sotto la recinzione.
Il giorno dopo aprii la porta dieci minuti prima.
Mara rimase sulla veranda.
Alle 7:11 si alzò.
Non guardava orologi.
Non poteva sapere l’ora.
Eppure alle 7:12 scese i gradini.
Provai a mettere alcune pietre sopra il terreno.
Ne spostò due con i denti.
Provai con una piccola recinzione provvisoria.
Fu peggio.
Mara seguì la rete da un’estremità all’altra.
Cercò un’apertura.
Quando non la trovò, si sdraiò fuori.
Respirava in modo corto, quasi trattenuto.
A mezzogiorno non si era ancora mossa.
Tolsi un pannello.
Entrò senza guardarmi.
E cominciò a scavare.
Quella sera trovai una delle unghie anteriori spezzata.
Le tenni la zampa in una bacinella d’acqua tiepida.
Mara appoggiò la testa sulla mia coscia.
“Ti fai male per una buca vuota”, le dissi.
Lei continuò a guardare la porta.
La mia vicina, Teresa, aveva settantuno anni ed era stata ostetrica.
Una mattina osservò Mara attraverso la recinzione.
“Non sta cercando niente”, disse.
“Lo so.”
“E non vuole scappare.”
“Lo so.”
Teresa rimase a fissarla.
Mara era sdraiata accanto alla buca con il muso appoggiato sul bordo.
Poi Teresa pronunciò una frase che mi rimase addosso.
“Carlo, quella cagna sembra una madre seduta accanto a un letto.”
Mara si alzò quando Teresa entrò nel mio giardino.
Si mise tra lei e la buca.
Non ringhiò.
Non mostrò i denti.
Ma non la lasciò avvicinare.
Era strano.
Non aveva mai protetto cibo.
Non proteggeva giochi.
Non proteggeva me.
Proteggeva quello spazio vuoto.
Il giorno dopo Teresa portò un piccolo mazzetto di trifoglio bianco legato con spago da cucina.
Lo lasciò a qualche metro di distanza.
Mara lo annusò.
Lo prese delicatamente.
Lo portò accanto alla buca.
Lo appoggiò vicino alla zampa.
Poi, prima di ricoprire il terreno, prese i fiori e li lasciò sotto la rete, esattamente dove aveva lasciato la foglia.
Teresa seguì tutto in silenzio.
Infine disse:
“Qualcosa c’era.”
“Qui non c’è mai stato niente.”
“Non intendo qui.”
Quella notte riguardai il filmato.
Feci attenzione alla cicatrice sul ventre.
Mara entrava nella buca.
Toccava il terreno in sette punti.
Formava una piccola curva.
Poi si sdraiava lungo quella curva, con la cicatrice esattamente al centro.
Il primo lamento arrivava dopo pochi secondi.
Due ravvicinati.
Una pausa.
Un altro.
Silenzio.
Poi quattro.
La zampa anteriore si chiudeva attorno alla terra vuota.
Mandai il video al rifugio.
La mattina seguente Anna mi richiamò.
Aveva coinvolto il veterinario.
L’uomo osservò la cicatrice e confermò il sospetto.
Mara aveva quasi certamente subito un cesareo d’urgenza, forse seguito da complicazioni.
“Quanti cuccioli?” chiesi.
“Non possiamo saperlo dal corpo.”
“Sette?”
“È possibile.”
“Può ricordare dove sono stati sepolti?”
Il veterinario rimase in silenzio per qualche istante.
“I cani ricordano luoghi, odori, percorsi, consistenza del terreno, abitudini. Ma nessuno può dirle con certezza cosa Mara creda di trovare sotto quel pero.”
“Lei sa che la buca è vuota. Controlla ogni volta.”
“Forse è proprio per questo che la riapre.”
Anna iniziò a cercare nei vecchi archivi.
L’anno in cui Mara era arrivata il rifugio era pieno e alcuni animali erano stati registrati prima su moduli cartacei.
Le vecchie cartelle erano state spostate in un magazzino comunale.
Dopo due giorni Anna mi telefonò.
“Carlo, abbiamo trovato qualcosa.”
Dentro una scatola c’era una ricevuta veterinaria piegata e fissata con una graffetta a un modulo mai digitalizzato.
In alto qualcuno aveva scritto a penna:
Morelli, Ada — femmina tipo pastore — perdita della cucciolata.
Sotto c’erano sette piccoli cerchi blu.
Andai al rifugio.
Anna appoggiò i documenti su un tavolo.
Mara sedeva contro la mia gamba.
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