A 78 anni adottò una cagna anziana, ma ciò che lei scavava ogni mattina sotto il pero lo sconvolse

Il primo foglio era una ricevuta di una clinica veterinaria della provincia, datata giugno dell’anno precedente.

Intervento d’urgenza.

Flebo.

Antibiotici.

Complicazioni durante il parto.

Paziente: Mara.

Il secondo foglio conteneva sette righe scritte a mano.

Maschio, collare nero.

Femmina, filo giallo.

Femmina, nessun segno.

Maschio, petto bianco.

Maschio, il più piccolo.

Femmina, zampe marroni.

Femmina, nata per ultima.

Tre erano già morti quando Ada era riuscita a raggiungere la clinica.

Gli altri quattro erano sopravvissuti solo per poco.

Una grave infezione li aveva portati via entro due giorni.

Sette cuccioli.

Nessuno sopravvissuto.

Lessi il foglio due volte.

Mara annusò l’angolo.

Poi ci appoggiò sopra una zampa.

L’ultimo documento era un colloquio compilato da una volontaria quando Mara era stata consegnata al rifugio.

C’era scritto:

Cane vissuto con proprietaria in una casa di campagna vicino a Gubbio.

Parto avvenuto sotto il tavolo della cucina.

Cuccioli sepolti nel giardino a ovest, vicino al vecchio melo.

Il cane è rimasto sul posto per giorni.

La proprietaria ha rimosso i segnali perché Mara si feriva scavando.

Poi un’ultima frase.

Torna lì ogni mattina alle…

Il resto era cancellato da una macchia di caffè.

Guardai Anna.

Non serviva leggere l’ora.

La sapevo.

7:12.

La vecchia casa di Ada distava poco meno di trenta chilometri dalla mia.

Verso ovest.

Mara non aveva scelto il mio pero perché sotto ci fosse qualcosa.

Aveva scelto il mio pero perché era nell’angolo occidentale di un giardino recintato.

Perché il terreno scendeva leggermente.

Perché la luce del mattino arrivava tra i rami nello stesso modo.

Aveva trovato la forma più simile possibile al posto che aveva perduto.

Con l’aiuto di Anna rintracciai la figlia di Ada.

Si chiamava Laura.

Quando mi telefonò, Mara era sdraiata vicino alla cucina.

“Lei ha il cane di mia madre?”

Appena sentì quella voce, Mara sollevò la testa.

Laura disse:

“Mara?”

La cagna si alzò.

Avvicinò il naso al telefono.

Laura rimase in silenzio.

Poi ripeté il nome.

Mara spinse il muso contro la mia mano, cercando dietro l’apparecchio.

Laura mi raccontò tutto.

Ada aveva preso Mara quando era una cucciola.

Vivevano sole.

Un giorno Mara era uscita da un cancello danneggiato ed era rimasta incinta.

Ada aveva preparato una cesta nella lavanderia.

Mara aveva preferito partorire sotto il tavolo della cucina.

Il parto era iniziato troppo presto.

Quando Ada aveva visto il sangue aveva chiesto aiuto a un vicino con la macchina.

Dopo l’intervento, tornò a casa con sette piccoli corpi avvolti in panni.

Li seppellì sotto il melo.

Mara osservò tutto dalla veranda.

La notte Ada la chiuse dentro.

Prima dell’alba Mara ruppe la zanzariera.

Corse al melo.

Scavò.

Ada ricoprì la terra.

La mattina seguente Mara scavò ancora.

Al terzo giorno, Ada si sedette vicino a lei.

Lasciò che annusasse ciascun piccolo panno.

Poi richiuse lentamente la terra.

Da quel momento Mara non arrivò più fino ai corpi.

Scavava soltanto fino alla profondità delle coperte.

Si sdraiava.

Aspettava.

Poi richiudeva.

Ogni mattina.

Alle 7:12.

Per tredici mesi.

Poi Ada ebbe l’ictus.

Mara fu portata via.

“Scava ancora?” mi chiese Laura.

“Sì.”

Ci fu una lunga pausa.

Poi Laura disse:

“Allora non sa dove sono finiti.”

Guardai Mara attraverso la finestra.

Era sotto il pero.

Il sole le illuminava la schiena.

I cuccioli non erano andati da nessuna parte.

Era stata lei a essere portata via.

La casa di Ada era stata venduta a una giovane coppia, Matteo e Samira.

Quando Laura spiegò la situazione, non esitarono.

“Portatela”, dissero.

Partimmo il sabato successivo.

Mara non aveva mai amato l’automobile.

Di solito si agitava.

Quel giorno, dopo una ventina di chilometri, cambiò.

Smetteva di ansimare.

Alzava le orecchie.

Annusava attraverso il finestrino.

Quando imboccai la strada che portava alla vecchia casa, mise entrambe le zampe anteriori contro il sedile.

“Mara…”

Lei emise un solo lamento.

Matteo ci aspettava davanti al cancello.

La casa era cambiata.

Nuovo colore.

Nuove finestre.

Una parte della recinzione era scomparsa.

Mara scese.

Si bloccò.

Annusò l’aria.

Poi tirò il guinzaglio.

A settantotto anni, con un ginocchio operato, non potevo seguirla.

Matteo mi prese per il gomito.

Mara superò il lato della casa.

Non annusò la porta.

Non cercò la vecchia ciotola.

Non controllò il portico.

Andò direttamente verso il giardino occidentale.

Il melo era quasi morto.

Tre pietre piatte emergevano dall’erba alta.

A dieci passi dall’albero Mara rallentò.

Abbassò il corpo.

Percorse gli ultimi metri con il naso vicino a terra.

Annusò la prima pietra.

Poi la seconda.

Alla terza, le zampe posteriori cedettero.

Si sdraiò.

Questa volta non scavò.

Appoggiò il petto sul terreno intatto.

Mosso lentamente il naso da sinistra a destra.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Trovò tutti i punti.

Senza aprire la terra.

Nessuno parlò.

Dopo undici minuti Mara emise un solo lamento.

Non sette.

Uno.

Poi chiuse gli occhi.

Rimase lì tre ore.

Io mi sedetti sull’erba accanto a lei.

Il ginocchio mi faceva male.

Non mi mossi.

Verso le due Mara si alzò.

Fece un piccolo giro.

Tornò alla pietra spezzata.

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