A 97 anni, dopo vent’anni senza muovere il braccio destro, Vittorio fece il saluto militare a un vecchio cane. Due ore dopo trovai la foto sotto il cuscino.
«Permesso di avvicinarsi, soldato?»
La voce di Vittorio Balestri uscì appena dalle labbra.
Bassa. Ruvida. Quasi consumata.
Il pastore tedesco fermo accanto al letto lo fissò negli occhi.
Poi abbassò lentamente la testa.
Una volta sola.
Come un cenno.
Io rimasi immobile con la cartella clinica stretta contro il petto.
Elena, la volontaria che aveva accompagnato il cane, si portò una mano alla bocca.
Nessuna delle due disse nulla.
Perché proprio in quel momento accadde la cosa che, ancora oggi, quando preparo il caffè nella moka la mattina, mi torna davanti agli occhi.
Il braccio destro di Vittorio cominciò a muoversi.
Quel braccio non si muoveva da vent’anni.
Mi chiamo Anna.
Ho quarantasei anni e lavoro come infermiera in una struttura di cure palliative poco fuori Bologna.
Faccio questo mestiere da abbastanza tempo da aver imparato una cosa che a venticinque anni non avrei mai capito: alla fine della vita quasi nessuno parla di soldi.
Non importa quanti ne abbia avuti.
Nessuno mi ha mai stretto la mano dicendo:
«Avrei voluto comprare una macchina più grande.»
Parlano dei figli.
Delle mogli.
Dei fratelli con cui non si sono riconciliati.
Della casa dei genitori venduta troppo in fretta.
Delle domeniche a tavola quando c’erano ancora tutti.
Di una parola che avrebbero dovuto dire trent’anni prima e che hanno continuato a rimandare fino a quando non c’era più nessuno disposto ad ascoltarla.
Per questo credevo di conoscere ormai quasi tutte le forme del rimpianto.
Poi arrivò Vittorio.
Novantasette anni.
Insufficienza cardiaca grave.
I medici erano stati chiari: potevano essere pochi giorni.
Forse meno.
Quando lo portarono da noi era un martedì mattina.
Aveva pochi capelli bianchi pettinati all’indietro, il viso scavato e quelle mani sottili degli uomini che hanno lavorato una vita senza mai considerarlo qualcosa di speciale.
La destra, però, era diversa.
Dopo un ictus avuto vent’anni prima, il braccio destro era rimasto quasi completamente immobile.
La gamba si muoveva appena.
Il braccio, praticamente niente.
Durante l’accettazione gli chiesi chi dovessimo avvisare.
Vittorio guardò il soffitto.
«Nessuno.»
Pensai non avesse capito.
«Un figlio? Un nipote? Un vicino? Qualcuno del paese?»
Mi guardò.
Aveva occhi chiarissimi.
«Mia moglie Teresa è morta quattordici anni fa.»
Fece una pausa.
«Mia figlia Laura è morta prima di lei.»
Deglutì.
«Mio figlio vive al Nord. Non ci parliamo da otto anni.»
Non disse altro.
Sul modulo scrissi: nessun referente disponibile.
Odio quella frase.
È fredda.
Pulita.
Amministrativa.
Non dice la verità.
La verità sarebbe stata:
Quest’uomo ha vissuto quasi un secolo e adesso non c’è nessuno disposto a sedersi accanto al suo letto.
Ma sui moduli certe cose non si possono scrivere.
Gli domandai se avesse amici.
Vittorio fece un mezzo sorriso.
«Signora mia, a novantasette anni gli amici non li perdi. Li accompagni.»
Poi voltò la testa verso la finestra.
Rimase quasi in silenzio per due giorni.
Sul comodino non aveva fotografie.
Niente fiori.
Niente santini.
Niente biglietti dei nipoti.
Solo gli occhiali, un piccolo portafoglio di pelle marrone, un libro western con la copertina piegata e una sveglia vecchia che non funzionava.
La prima notte gli chiesi perché volesse tenere quella sveglia.
Lui rispose:
«Era di Teresa. Suonava alle sei meno un quarto ogni mattina.»
«E adesso non funziona.»
«Meglio.»
Lo guardai.
«Perché meglio?»
«Così continua a segnare l’ultima ora in cui eravamo ancora giovani.»
La lancetta era ferma sulle sei meno un quarto.
Non sapevo se fosse una battuta.
Vittorio non sorrise.
Il giorno seguente mangiò tre cucchiai di minestra.
Lasciò il resto.
Quando gli portai un po’ di pane, lo spezzò con la mano sinistra e lo annusò.
«Sa di niente.»
«Il pane?»
«Il pane di oggi.»
Poi chiuse gli occhi.
«Una volta mia madre lo faceva il sabato. La domenica mattina tutta la cucina sapeva di crosta calda. Noi bambini aspettavamo che papà tornasse dalla messa e guai a chi lo toccava prima.»
Quella fu la conversazione più lunga che avemmo fino al mercoledì.
Capivo che Vittorio non aveva paura di morire.
Aveva paura di morire senza essere ricordato da nessuno.
È diverso.
Molto diverso.
La nostra struttura collaborava con un piccolo gruppo di volontari che portava animali anziani a trovare pazienti che ne facevano richiesta.
Niente grandi nomi.
Niente campagne pubblicitarie.
Solo persone normali.
Cani abituati alla presenza degli anziani.
Alcuni erano stati cani da soccorso.
Altri avevano lavorato per anni in unità cinofile.
Molti, ormai vecchi, avevano problemi alle articolazioni e passavano le giornate con famiglie affidatarie.
Un martedì, mentre Vittorio dormiva, lessi nel suo fascicolo una nota biografica molto breve.
Aveva prestato servizio durante la Seconda guerra mondiale.
Aveva diciannove anni nel 1944.
Pensai che forse un cane da lavoro avrebbe significato qualcosa per lui.
Quando si svegliò glielo proposi.
«Domani potrebbe venire qualcuno a trovarla.»
Vittorio sospirò.
«Le ho già detto che non ho parenti.»
«Non è un parente.»
«Un prete?»
«No.»
«Meglio.»
Per la prima volta gli vidi negli occhi una piccola scintilla.
«Chi è?»
«Un altro vecchio soldato.»
Vittorio mi guardò come se stessi prendendolo in giro.
«Più vecchio di me?»
«In anni umani quasi.»
Lui rimase zitto per qualche secondo.
Poi borbottò:
«Va bene.»
Il cane si chiamava Argo.
Aveva undici anni.
Un pastore tedesco grande, quasi quaranta chili, nero e fulvo.
Il muso era diventato grigio.
Aveva problemi alle anche.
E l’orecchio sinistro non stava perfettamente diritto.
Pendeva appena verso l’esterno, dandogli un’aria strana: severa e stanca insieme.
Aveva lavorato per molti anni come cane da ricerca.
Poi l’età aveva fatto ciò che fa con tutti.
Aveva rallentato.
Era stato affidato a un volontario anziano che, pochi mesi prima, era morto improvvisamente.
Da allora Argo viveva in stallo presso Elena.
Quando Elena me ne parlò al telefono disse una frase che allora non mi sembrò importante.
«Da quando è morto il suo uomo, Argo è cambiato.»
«In che senso?»
«Aspetta.»
«Cosa aspetta?»
«Non lo so.»
Mercoledì arrivarono alle due e un quarto del pomeriggio.
Me lo ricordo perché guardai l’orologio del corridoio.
Le quattordici e quindici.
Entrai prima io.
Vittorio era sveglio.
«Signor Balestri, il suo visitatore è arrivato.»
«Quello vecchio?»
«Quello vecchio.»
«Fatelo entrare.»
Aprii la porta.
Argo entrò.
E immediatamente qualcosa cambiò.
Non saprei spiegarlo meglio.
Chi ha avuto cani per una vita forse capirà.
A volte un animale entra in una stanza e la stanza resta una stanza.
Altre volte sembra che abbia riconosciuto qualcosa prima ancora di guardarsi attorno.
Argo non scodinzolò.
Non annusò il pavimento.
Non cercò Elena.
Camminò lentamente verso il letto.
Passo dopo passo.
Le zampe posteriori erano un po’ rigide.
Si fermò a meno di un metro da Vittorio.
Poi alzò la testa.
Vittorio, che da due giorni sembrava non avere più interesse per niente, spalancò gli occhi.
Non guardò me.
Non guardò Elena.
Guardò il cane.
Prima il muso.
Poi il petto.
Poi le zampe.
Infine l’orecchio sinistro.
Quell’orecchio che non stava completamente dritto.
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