Così non giudicai quel figlio.
Ma quando chiusi la scatola con gli effetti personali di Vittorio, sentii un peso nello stomaco.
Dentro c’erano quasi cento anni di vita.
E riempivano a malapena una scatola.
Chiesi alla responsabile cosa fare della fotografia.
Secondo le regole avrebbe dovuto seguire il resto degli oggetti.
Le spiegai tutto.
Lei ha sessantadue anni e lavora nelle cure palliative da più tempo di me.
Prese la foto.
La osservò.
Lesse la frase sul retro.
Poi si tolse gli occhiali.
«Anna, questa non è una fotografia.»
«Cosa sarebbe?»
«Una promessa.»
Facemmo le cose correttamente.
Compilai la richiesta.
La famiglia non manifestò interesse per l’oggetto.
Alla fine mi fu consentito conservarne una copia restaurata, mentre l’originale rimase tra gli effetti destinati agli aventi diritto.
Feci stampare la copia.
La misi in una cornice semplice.
Adesso è sul davanzale della mia cucina.
Ogni mattina, quando preparo il caffè, vedo quel ragazzo di diciannove anni con il braccio attorno a Rex.
A volte penso che sia assurdo.
Io non conoscevo Vittorio.
Non davvero.
L’ho assistito per pochi giorni.
Eppure quella fotografia è diventata parte della mia casa.
Mio marito ormai sa che quando rimango ferma a guardarla non deve chiedermi niente.
Marco adottò Argo definitivamente.
Dopo la morte di Vittorio decise che il cane aveva dato abbastanza.
Niente più visite nelle stanze di fine vita.
«Ha undici anni», mi disse. «Adesso gli tocca fare il pensionato.»
Ogni tanto mi manda una foto.
Argo sul divano.
Argo davanti alla porta della cucina.
Argo addormentato con il muso sopra una ciabatta.
Argo in giardino, seduto al sole con quell’orecchio storto.
Le anche peggiorano.
Cammina più piano.
Ma mangia.
Dormicchia.
E ogni mattina segue Marco fino al bar del quartiere, dove aspetta fuori mentre lui beve il caffè.
Qualche mese dopo gli mandai la fotografia di Rex.
Scrissi soltanto:
Guarda l’orecchio.
Marco rispose dopo dieci minuti.
Quattro parole.
Ora capisco quel saluto.
Io non so cosa sia successo davvero quel pomeriggio.
Lo dico ancora oggi.
Non so come il braccio di Vittorio sia riuscito a sollevarsi.
Non so perché Argo sia entrato in quella stanza senza scodinzolare.
Non so perché abbia aspettato accanto al letto come se riconoscesse un ordine antico.
Non so perché Vittorio abbia usato proprio quelle parole.
Permesso di avvicinarsi, soldato?
Riposo, soldato.
Forse vide semplicemente Rex in Argo.
Forse per qualche secondo non aveva più novantasette anni.
Forse era tornato ragazzo.
Forse non vedeva una stanza bianca, un comodino e una pompa per i farmaci.
Forse vedeva una collina nel 1944.
Terra.
Fumo.
Paura.
Una mano giovane.
Il fiato caldo di un cane accanto al collo.
Forse il suo corpo ricordò qualcosa che la malattia non era riuscita a cancellare.
Mi piace pensare che esistano memorie più profonde dei muscoli.
Memorie che si nascondono da qualche parte dove né l’età né la malattia riescono ad arrivare.
Sei mesi dopo andai al cimitero.
Vittorio era stato sepolto nel suo paese natale, nell’Appennino.
Non era lontano, ma continuavo a rimandare.
Poi una domenica mattina presi la macchina.
Nel paese c’erano poche persone.
Due uomini davanti al bar.
Una signora che portava dei fiori.
Le campane suonavano.
Per un attimo pensai a tutte le domeniche che Vittorio doveva aver vissuto lì.
Le tavolate.
Il ragù sul fuoco.
Le sedie aggiunte all’ultimo minuto.
I bambini che correvano.
Le donne che dicevano «mangia» anche quando avevi già mangiato tre volte.
Gli uomini che litigavano sul vino, sul calcio, sulla legna, sulla strada da prendere.
Poi gli anni passano.
Le sedie si svuotano.
La tovaglia resta la stessa.
Ma i nomi da chiamare a tavola diventano sempre meno.
Trovai la tomba di Vittorio.
Semplice.
Nome.
Cognome.
Date.
Novantasette anni compressi tra due numeri.
Avevo portato con me la copia della fotografia.
Mi sedetti sulla panchina di pietra davanti alla tomba.
La tirai fuori dalla borsa.
Guardai il giovane Vittorio.
Poi guardai il nome dell’uomo morto.
Mi sembrò impossibile che fossero la stessa persona.
Forse è questo che dimentichiamo dei vecchi.
Li vediamo camminare piano.
Li vediamo ripetere le stesse cose.
Li vediamo contare le monete al supermercato.
Li vediamo arrabbiarsi perché abbiamo spostato una sedia che «è sempre stata lì».
E dimentichiamo.
Dimentichiamo che sono stati giovani.
Che hanno corso.
Che hanno avuto paura.
Che qualcuno li ha baciati per la prima volta sotto un portone.
Che hanno ballato in una sala parrocchiale.
Che hanno preso treni con una valigia di cartone.
Che hanno perso amici che noi non abbiamo mai conosciuto.
Che a volte portano nel cassetto, nel portafoglio o sotto il cuscino una storia che nessuno ha più chiesto di ascoltare.
Appoggiai la fotografia sulle ginocchia.
«L’ho trovato, Vittorio», dissi.
Mi sentii sciocca.
Continuai lo stesso.
«Ho trovato Rex.»
Naturalmente non era vero.
Rex era morto decenni prima.
Ma in quel momento non mi importava.
Una folata di vento mosse le foglie dei cipressi.
Da qualche parte, dietro il muro del cimitero, un cane abbaiò.
Una volta.
Poi una seconda.
Non mi voltai.
Guardai ancora la fotografia.
Vittorio aveva diciannove anni.
Sorrideva.
Il braccio destro era stretto attorno al collo di Rex.
Quel braccio che ottantadue anni dopo avrebbe trovato la forza di sollevarsi un’ultima volta.
Tre secondi.
Solo tre.
Ma forse una promessa durata una vita non aveva bisogno di più tempo.
Rimisi la fotografia nella borsa.
Passai una mano sulla pietra.
E prima di alzarmi dissi piano:
«Riposo, soldato.»





