Vidi la bocca di Vittorio aprirsi appena.
«No…»
Fu quasi un soffio.
Mi avvicinai.
«Ha detto qualcosa?»
Lui non rispose.
Argo avanzò di un passo.
Vittorio continuava a fissarlo.
Aveva gli occhi lucidi.
Non avevo mai visto quell’espressione sul suo viso.
Era paura.
Ma non la paura della morte.
Sembrava la paura di un uomo che vede tornare qualcosa che aveva sepolto dentro di sé ottant’anni prima.
Argo arrivò accanto al letto.
Si fermò.
Dritto.
Immobilissimo.
Vittorio inspirò con fatica.
Poi disse:
«Permesso di avvicinarsi, soldato?»
Elena mi guardò.
Io guardai lei.
Argo abbassò la testa una volta.
Un movimento minimo.
Ma netto.
Vittorio chiuse gli occhi per un istante.
Quando li riaprì, stava piangendo.
Senza singhiozzi.
Le lacrime gli scendevano dritte lungo le guance.
Argo mise le zampe anteriori sul materasso.
Si fermò.
Vittorio fece un piccolissimo cenno con la testa.
Elena aiutò il cane a salire per non affaticargli le anche.
Argo si sistemò lungo il fianco destro di Vittorio.
Proprio quello paralizzato.
Appoggiò il corpo contro di lui.
Vittorio girò lentamente la testa.
Lo guardò.
E allora il suo braccio destro si sollevò.
All’inizio pensai fosse un riflesso.
Un tremore.
Poi il gomito si staccò dal materasso.
Mi si gelarono le mani.
Quel movimento non avrebbe dovuto esserci.
Il braccio salì lentamente.
Tremando.
Dieci centimetri.
Venti.
Trenta.
Vittorio stringeva i denti.
Il viso era contratto dallo sforzo.
Ma non si fermava.
La mano superò il petto.
Arrivò alla spalla.
Poi alla tempia.
Le dita si distesero.
Per tre secondi Vittorio Balestri, novantasette anni, con un braccio immobile da vent’anni, fece un saluto militare perfetto.
Tre secondi.
Forse quattro.
Elena cominciò a piangere.
Io dimenticai completamente di respirare.
Argo rimase immobile.
Fissava Vittorio.
Poi Vittorio lasciò ricadere lentamente il braccio.
La mano atterrò sulla schiena del cane.
Le dita non si mossero più.
Vittorio chiuse gli occhi.
«Riposo, soldato.»
Argo poggiò la testa sul suo petto.
E nessuno disse niente.
Uscii nel corridoio.
Mi appoggiai al muro.
Piangevo.
Non era professionale.
Non mi importava.
Elena uscì dietro di me.
«Anna.»
Non risposi.
«Quel braccio…»
«Lo so.»
«Ma mi avevi detto…»
«Lo so.»
«Da quanto?»
«Vent’anni.»
Elena si asciugò il viso.
«Hai visto anche tu il cenno di Argo?»
«Sì.»
Ci guardammo.
Poi smettemmo di cercare spiegazioni.
Ci sono momenti in cui spiegare tutto sembra quasi una mancanza di rispetto.
Tornai nella stanza poco dopo le tre.
Argo non si era mosso.
Vittorio dormiva.
Aveva la mano destra ancora appoggiata sulla schiena del cane.
Il suo viso era diverso.
Da quando era arrivato aveva sempre tenuto la mascella serrata.
Anche nel sonno.
Come gli uomini della sua generazione.
Quelli cresciuti con l’idea che un uomo potesse perdere tutto tranne la dignità.
Quelli che non dicevano «ti voglio bene» ai figli perché pensavano bastasse lavorare dodici ore al giorno per dimostrarlo.
Quelli che, dopo una lite, potevano trascorrere dieci anni senza telefonare al fratello ma continuavano a chiedere al vicino se stesse bene.
Quelli che portavano dentro cose enormi e le chiamavano semplicemente «la vita».
Adesso quella tensione era sparita.
Vittorio sembrava finalmente stanco.
Soltanto stanco.
Non solo.
Ogni venti minuti entravo a controllarlo.
Verso le quattro aprì gli occhi.
Con la mano sinistra cercò il muso di Argo.
Gli accarezzò la testa.
«Bravo.»
Poi tornò a dormire.
Poco prima delle cinque i valori cominciarono a scendere.
Conoscevo quei segnali.
Li conosco troppo bene.
Mi sedetti accanto al letto.
Argo sollevò la testa.
Mi guardò.
«Resta pure.»
Il cane si sistemò di nuovo.
Vittorio respirava sempre più lentamente.
Una pausa.
Un respiro.
Un’altra pausa.
Poi un respiro molto lungo.
Alle cinque e dodici del pomeriggio non respirò più.
Argo sollevò immediatamente il muso.
Prima ancora che controllassi il polso.
Fece un suono basso.
Non un guaito.
Non un ululato.
Sembrava un lungo sospiro.
Come quando una persona accompagna qualcuno alla porta e sa che questa volta non tornerà.
La mano di Vittorio era ancora sulla sua schiena.
Pensavo fosse finita lì.
Pensavo che sarei tornata a casa, avrei preparato una pasta veloce, avrei raccontato a mio marito di quel braccio impossibile e poi avrei cercato di dormire.
Mi sbagliavo.
Argo non voleva scendere dal letto.
Elena gli mise il guinzaglio.
«Andiamo, vecchio mio.»
Argo non reagì.
Lei tirò appena.
Niente.
Non ringhiava.
Non era agitato.
Semplicemente non si spostava.
Quaranta chili di ostinazione silenziosa.
«Argo.»
Il cane guardò Elena.
Poi tornò a poggiare la testa accanto a Vittorio.
Elena si sedette.
«Non l’ha mai fatto.»
Passarono quasi trenta minuti.
Alla fine chiamò Marco, l’uomo che aveva seguito Argo durante gli ultimi anni di servizio.
Marco aveva sessantotto anni.
Arrivò con una vecchia giacca scura e un passo un po’ rigido.
Entrò.
Guardò Vittorio.
Guardò Argo.
Non fece domande.
Si avvicinò al letto.
«In piedi, soldato.»
Le orecchie di Argo si mossero.
Marco ripeté:
«Su.»
Il cane si alzò.
Marco lo aiutò a scendere, sostenendolo sotto il petto per non fargli male alle anche.
Prima di uscire, Argo si voltò verso il letto.
Una volta.
Solo una.
Marco se ne accorse.
Gli mise una mano sulla testa.
«Lo so.»
Poi uscirono.
Rimasi per sistemare gli effetti personali di Vittorio.
Non erano molti.
Uno spazzolino.
Gli occhiali.
Il libro.
Il portafoglio.
Un pettine minuscolo.
La sveglia di Teresa ferma sulle sei meno un quarto.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





