A sette anni fuggì nella pioggia: il cane più temuto del parcheggio fece qualcosa che nessuno dimenticò mai

Ti stiamo portando via qualcosa.

Chiara aveva sentito due operatori parlare nel corridoio.

Aveva capito che per Nicolò c’era una possibilità concreta.

Per lei, no.

Quindici anni.

Cinque precedenti collocamenti falliti.

Un carattere difficile, così c’era scritto nei rapporti.

Samuele aveva imparato che “difficile” era una parola comodissima.

Poteva voler dire aggressiva.

Diffidente.

Arrabbiata.

Oppure semplicemente: ha già creduto agli adulti troppe volte.

Rocco annusò una felpa di Nicolò.

Poi partì.

Trovarono una coperta impigliata in una rete.

Poi una scarpa.

Infine sentirono una voce.

«Non avvicinarti!»

Chiara era sotto la tettoia di un vecchio deposito.

Stava davanti al fratello con le braccia aperte.

Nicolò tremava dietro di lei.

«Mi chiamo Samuele.»

«Lo so leggere, il distintivo.»

«Bene. Così saltiamo le presentazioni.»

Lei non sorrise.

Rocco invece si sedette.

Nicolò lo fissò.

Il cane abbassò la testa e appoggiò il muso sulle zampe.

«Posso toccarlo?»

Chiara si voltò di scatto.

«Nicolò, no.»

Samuele lasciò il guinzaglio morbido.

«Solo se vuoi.»

Nicolò fece due passi.

Rocco non si mosse.

Il bambino gli appoggiò una mano sulla testa.

Poi un’altra.

«È caldo.»

Samuele sentì la voce di se stesso, a sette anni.

Bruno è caldo.

La pioggia continuava a battere sulle lamiere.

«Perché siete scappati?» chiese.

Chiara rise senza allegria.

«Perché domani prendono quello facile.»

Nicolò abbassò gli occhi.

Chiara indicò il fratello.

«Lui è gentile. Disegna. Dice grazie. Se ha paura, sta zitto. Quindi tutti lo vogliono.»

Poi indicò se stessa.

«Io invece rispondo male. Io ricordo tutto. Io faccio domande. Io sono quella che rovina le occasioni.»

Samuele rimase fermo.

«Chi te l’ha detto?»

«Non serve dirlo. Basta vedere come vi comportate.»

Il “vi” gli fece male.

Non perché fosse giusto.

Perché capiva da dove veniva.

«Io non sono qui per portarvelo via uno dall’altra.»

«Non puoi prometterlo.»

«Hai ragione.»

Quella risposta la spiazzò.

Samuele continuò.

«Posso promettere solo questo: stanotte nessuno vi separerà mentre io sono qui.»

Nicolò abbracciò il collo di Rocco.

Chiara guardò Samuele a lungo.

Poi lasciò cadere a terra il pezzo di legno che teneva tra le mani.

Tornarono insieme.

Nella stanza comune, Nicolò bevve una cioccolata calda seduto sul pavimento accanto a Rocco.

Chiara rimase in piedi.

Marta spiegò che la coppia interessata a Nicolò sembrava seria.

Avevano già fatto alcuni incontri.

Lui si era trovato bene.

«Gli hanno regalato dei pennarelli,» disse Marta.

Chiara strinse le braccia al petto.

«Meraviglioso.»

«E dei biscotti alla cannella,» aggiunse Nicolò.

Per un istante sul volto della sorella comparve qualcosa di strano.

Dolore e tenerezza insieme.

Samuele si sedette davanti al bambino.

«Ti piacciono?»

Nicolò annuì.

«E ti sono simpatici?»

Altro cenno.

Poi il bambino sussurrò:

«Però non voglio stare bene senza Chiara.»

Nessuno parlò.

Il giorno dopo arrivarono Paolo e Francesca.

Una coppia sui quarant’anni.

Gente normale.

Lui con mani da artigiano.

Lei con i capelli legati male perché era uscita di casa di fretta.

Nessuna perfezione.

Nessun sorriso preparato.

Paolo guardò prima Chiara.

«Ci hanno parlato di Nicolò.»

«Che sorpresa.»

«E ci hanno parlato anche di te.»

Chiara alzò il mento.

«Allora vi avranno detto che sono un disastro.»

Francesca non fece finta di niente.

«Ci hanno detto che fai fatica a fidarti.»

«Bella maniera di dirlo.»

«Ci hanno detto anche che proteggi tuo fratello.»

Chiara si irrigidì.

«Quello non è un problema.»

«Non abbiamo detto che lo è.»

Marta spiegò la questione più difficile.

L’autorizzazione della coppia prevedeva al momento un bambino più piccolo.

Accogliere anche una ragazza adolescente richiedeva altre verifiche.

Più spazio.

Altri colloqui.

Altre carte.

«Quanto tempo?» chiese Samuele.

«Settimane.»

Chiara rise.

«Ecco.»

Nicolò stava disegnando.

Due stanze.

Una porta tra le due.

E in mezzo un cane enorme.

Paolo indicò il foglio.

«Cos’è?»

«Casa nostra.»

Non “casa mia”.

Nostra.

Francesca si portò una mano alla bocca.

Chiara se ne accorse.

«Non fate quella faccia.»

«Quale?»

«Quella degli adulti dispiaciuti.»

Paolo annuì.

«Va bene.»

Lei lo fissò, sorpresa.

«Non voglio dispiacerti. Voglio essere chiaro.»

Si appoggiò al tavolo.

«La prima richiesta riguardava Nicolò. È vero.»

Chiara diventò pallida.

«Perfetto.»

«Lasciami finire. Quando abbiamo saputo di te, abbiamo chiesto se potevamo incontrarvi entrambi.»

Marta abbassò lentamente lo sguardo.

Samuele la vide.

Chiara pure.

«E perché io non lo sapevo?»

Nessuno rispose subito.

Le procedure erano ancora da verificare.

Le possibilità non erano certe.

Nessuno voleva creare aspettative.

Le solite buone intenzioni.

«Capito?» disse Chiara. «Decidete perfino quali speranze posso permettermi.»

Quella frase rimase nella stanza.

Samuele uscì qualche minuto dopo.

Nel corridoio trovò la responsabile della struttura.

Una donna esausta, precisa, con anni di emergenze negli occhi.

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