Il mio vecchio gatto sparì per morire da solo: quando lo trovai capii che stava proteggendo me, non se stesso
«Tito! Tito, dove sei?»
Picchiettai il cucchiaino contro la ciotola, proprio come facevo ogni mattina.
Niente.
Il termosifone era acceso, il pavimento della cucina ancora freddo sotto i piedi e il suo cuscino, quello spelacchiato accanto al muro, era vuoto.
Fu allora che vidi la porta sul retro.
Socchiusa.
Abbastanza perché un gatto potesse passarci.
Mi si chiuse lo stomaco.
Tito aveva quattordici anni e negli ultimi mesi camminava con la lentezza di certi vecchi del paese che incontravo davanti al bar: schiena rigida, passo corto e una dignità ostinata che impediva loro di ammettere di essere stanchi.
Non usciva quasi più.
Soprattutto non in inverno.
Amava troppo il termosifone.
Amava troppo il divano.
E, anche se non l’avrebbe mai ammesso, amava troppo me.
La sera prima era stato strano.
Non aveva toccato la cena.
Si era seduto in corridoio e mi aveva guardata a lungo con quegli occhi verdi diventati opachi con gli anni.
Non chiedeva cibo.
Non voleva essere accarezzato.
Mi guardava soltanto.
Come quando una persona sta per partire e cerca di imprimersi nella memoria una stanza sapendo che forse non la vedrà più.
«Che hai, vecchio brontolone?» gli avevo detto.
Lui aveva socchiuso gli occhi.
Poi era andato verso la cucina.
Avrei dovuto capire.
Ma noi capiamo quasi sempre dopo.
Mi chiamo Teresa, ho sessantotto anni e vivo in una piccola casa alla periferia di un paese della Bassa.
Uno di quei posti dove un tempo le porte restavano aperte fino a sera, le donne mettevano le sedie fuori casa in estate e bastava affacciarsi alla finestra per sapere chi aveva litigato, chi si era sposato e chi aveva fatto il ragù.
Adesso è diverso.
I figli sono andati a lavorare a Milano, Bologna, Torino.
Le botteghe chiudono.
Le finestre si illuminano sempre meno.
Ci sono case grandi abitate da una persona sola.
Tavoli da sei apparecchiati per uno.
Armadi pieni dei vestiti di qualcuno che non tornerà.
Anche la mia casa era diventata così.
Mio marito Gino era morto dodici anni prima.
Un infarto, una mattina qualunque.
Avevamo bevuto il caffè insieme.
Avevamo discusso perché lui aveva lasciato ancora una volta le scarpe in mezzo al corridoio.
Due ore dopo, quelle scarpe erano ancora lì.
Lui no.
Per molto tempo non riuscii a spostarle.
Tito arrivò due settimane dopo.
Lo trovai sotto il portico.
Era magro, sporco, arancione e arrabbiato con il mondo intero.
Gli misi una ciotola di avanzi vicino alla porta.
Il giorno dopo tornò.
Anche quello dopo.
Poi cominciò a dormire sopra una vecchia coperta.
Un mese più tardi era sul mio divano come se la casa fosse stata costruita per lui.
Non era affettuoso nel modo in cui la gente immagina un gatto affettuoso.
Odiava essere preso in braccio.
Se lo accarezzavi un secondo più del necessario, partiva una zampata.
Una volta graffiò il tecnico venuto a controllare la caldaia.
Un’altra volta fece cadere dal tavolo una scodella di purè guardandomi dritta negli occhi.
Non saprò mai perché.
Ma ogni sera, senza eccezioni, saliva sul divano.
Si sistemava contro la mia gamba.
E restava lì.
Non mi salvò la vita.
Non voglio raccontare sciocchezze.
Il dolore per Gino rimase.
Ma Tito mi insegnò nuovamente ad alzarmi la mattina.
Dovevo dargli da mangiare.
Pulire la ciotola.
Aprire le persiane perché lui potesse sdraiarsi al sole.
Comprare quelle crocchette che mangiava solo lui e che, secondo me, costavano più del prosciutto.
Quando piangevo chiusa in bagno perché non volevo farmi vedere da nessuno, graffiava la porta.
Non entrava.
Non mi consolava.
Graffiava e basta.
Come per dire:
«So che sei lì.»
Per dodici anni era stato questo.
Il testimone silenzioso della mia vita.
E quella mattina non c’era.
Uscii nel cortile senza nemmeno infilarmi le scarpe.
«Tito!»
Guardai sotto il tavolo di plastica.
Dietro le cassette vuote della frutta.
Vicino alla legnaia.
Sotto la vecchia panca che Gino aveva costruito trent’anni prima.
Scossi il sacchetto dei bocconcini.
Niente.
Poi vidi l’erba schiacciata dietro il piccolo capanno degli attrezzi.
Tito non andava mai lì.
Mi avvicinai.
Sul legno della recinzione erano rimasti incastrati alcuni peli arancioni.
Mi tornò in mente mia nonna.
Diceva sempre che certi animali, quando sentono arrivare la fine, cercano un angolo lontano.
«Non vogliono far soffrire il padrone.»
Da ragazza pensavo fosse una delle solite storie delle donne anziane.
Quella mattina smisi di pensarlo.
Girando dietro il capanno lo vidi.
Era rannicchiato tra la siepe e il muro.
Piccolo.
Molto più piccolo di come lo ricordavo.
Sollevò appena la testa quando sentì i miei passi.
Mi inginocchiai nel fango.
«Tito…»
La voce mi si spezzò.
«Brutto vecchiaccio. Cosa sei venuto a fare qui?»
Lui mi guardò.
Nessuna paura.
Solo una stanchezza enorme.
Infilai le mani sotto il suo corpo.
Era leggerissimo.
Ossa, pelo e poco altro.
Me lo appoggiai sulle gambe.
«Non devi farlo da solo.»
Piansi con il viso dentro il suo pelo.
«Hai capito? Non devi andartene da solo per non disturbarmi.»
Emise un piccolo suono.
Nemmeno un vero miagolio.
Più un respiro.
Restammo così.
Dal cortile di una casa vicina arrivava il rumore di qualcuno che sbatteva una tovaglia.
Passò un furgoncino sulla strada.
Una finestra si aprì.
La vita continuava.
È questa la cosa più crudele delle perdite.
Il mondo non rallenta.
La moka continua a borbottare.
Il pane arriva al forno.
Qualcuno litiga perché non trova le chiavi.
La campana segna l’ora.
E tu, intanto, hai il cuore che si spezza.
Il respiro di Tito diventò più lento.
Poi ancora più lento.
Infine non arrivò il successivo.
Rimasi con lui sulle ginocchia.
Non so quanto.
Cinque minuti.
Mezz’ora.
Forse di più.
Continuavo ad accarezzargli la schiena.
Per dodici anni avevo pensato che fosse stato lui a trovare me.
Quella mattina capii una cosa diversa.
Forse ci eravamo trovati a vicenda.
Lo portai dentro avvolto in un vecchio asciugamano azzurro che tenevo vicino alla porta.
Aveva delle paperelle sbiadite.
Tito lo odiava.
Ogni volta che cercavo di asciugarlo dopo la pioggia mi guardava come se avessi insultato sette generazioni della sua famiglia.
Pensarci mi strappò quasi una risata.
Quasi.
Lo adagiai sul divano.
Poi mi sembrò sbagliato.
Troppo ordinato.
Così lo ripresi e mi sedetti sulla poltrona con lui in braccio.
Alle otto e dieci partì automaticamente la caffettiera elettrica che avevo preparato la sera prima.
L’odore del caffè riempì la cucina.
Io ero seduta con un gatto morto sulle ginocchia.
Ecco cos’è veramente il lutto.
Non le frasi belle.
Non le fotografie in bianco e nero.
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