«Teresa, almeno guarda.»
«No.»
Dalla scatola uscì una testa arancione.
Due orecchie enormi.
Due occhi spalancati.
Un gattino mezzo spelacchiato mi fissava con l’aria di chi aveva già commesso almeno tre reati.
«Assolutamente no.»
Il gattino starnutì sulla mia scarpa.
Paola si morse il labbro per non ridere.
«Il rifugio cerca qualcuno che lo tenga soltanto per il fine settimana.»
«Non sono pronta.»
Luca annuì.
«Lo sappiamo.»
Quella risposta mi fermò.
Non stavano cercando di sostituire Tito.
Non volevano convincermi che fosse arrivato il momento di dimenticare.
Mi stavano semplicemente offrendo qualcosa da accudire per tre giorni.
«Come si chiama?»
«Non ha ancora un nome.»
Peggio.
Lo presi in braccio.
Cominciò immediatamente a fare le fusa.
Tito non aveva fatto le fusa in braccio nemmeno una volta in dodici anni.
«Questo non ha dignità», dissi.
Luca scoppiò a ridere.
Tre giorni diventarono cinque.
Cinque diventarono dieci.
Dopo due settimane telefonai al rifugio.
«Credo che resterà.»
Paola, seduta davanti a me, alzò entrambe le braccia come se avesse vinto qualcosa.
Lo chiamai Brando.
Era l’opposto di Tito.
Amichevole con tutti.
Spericolato.
Incapace di calcolare una distanza.
Cadeva dal divano mentre dormiva.
Inseguiva la propria coda.
Avrebbe probabilmente venduto i miei documenti per una fetta di prosciutto.
Lo adoravo.
E continuavo a sentire la mancanza di Tito.
Le due cose convivevano.
Questo fu forse l’insegnamento più importante.
Amare di nuovo non significa sostituire.
Non sostituiamo un marito.
Non sostituiamo un amico.
Non sostituiamo un animale che ha attraversato con noi anni irripetibili.
Il vuoto resta.
Semplicemente, l’amore impara a camminargli intorno.
Ancora oggi, quando Brando si sdraia vicino al termosifone, qualche volta devo voltarmi.
Perché per un istante vedo un altro gatto.
Più grosso.
Più vecchio.
Molto più scorbutico.
Poi guardo la scatolina sulla mensola accanto alla fotografia di Gino.
E dico:
«Hai visto cosa hai combinato, Tito?»
Perché ormai ne sono convinta.
Quel vecchio gatto aveva passato dodici anni a insegnarmi qualcosa che io avevo capito soltanto quando se n’era andato.
Pensavo che per amare una persona bisognasse evitarle il peso delle proprie sofferenze.
Pensavo che essere forti significasse cavarsela da soli.
Pensavo che la solitudine diventasse più dignitosa se nessuno poteva vederla.
Tito aveva fatto la stessa cosa.
Era uscito di casa.
Aveva cercato un angolo nascosto.
Aveva provato a diventare piccolo proprio nel momento in cui aveva più bisogno di qualcuno accanto.
Ma io l’avevo trovato.
E lui mi aveva lasciata restare.
Quello fu il suo ultimo regalo.
Non il tentativo di risparmiarmi il dolore.
Il contrario.
Mi permise di esserci.
Di tenerlo.
Di attraversare con lui il momento peggiore.
Oggi, quando qualcuno del quartiere sparisce per qualche giorno, non mi limito più a pensare:
«Avrà da fare.»
Busso.
Telefono.
Porto una porzione di lasagne.
Chiedo:
«Tutto bene davvero?»
Non accetto più automaticamente il primo «sì».
Paola fa lo stesso con me.
Luca ormai entra dalla porta sul retro senza quasi bussare e apre direttamente il frigorifero.
Enzo viene la domenica pomeriggio a giocare a carte.
Mirella continua a lasciarmi limoni che nessun essere umano potrebbe consumare in una sola vita.
La mia casa non è tornata quella di quando c’era Gino.
Non poteva.
Non è nemmeno la casa di quando c’era Tito.
È diventata qualcos’altro.
Una casa dove c’è quasi sempre una sedia in più.
Una pentola abbastanza grande per qualcuno che potrebbe arrivare.
Una porta che si apre.
Il dolore non mi ha resa migliore.
Non voglio dire questo.
Il dolore, da solo, è soltanto dolore.
Ma a volte rompe un muro.
E attraverso quella crepa riesci finalmente a vedere chi era già dall’altra parte.
Per me c’erano Paola.
Luca.
Enzo.
Mirella.
Un quartiere intero di persone che si sentivano sole a pochi passi l’una dall’altra.
E in mezzo a tutto questo c’era stato un vecchio gatto arancione, scorbutico e mezzo selvatico, che attraversava i cortili fermandosi accanto a chi aveva bisogno di non restare solo.
Così, quando qualcuno mi dice ancora:
«In fondo era solo un gatto»,
non mi arrabbio più.
Sorrido.
Perché quella persona non sa.
Non sa delle notti dopo la morte di Gino.
Non sa della porta del bagno graffiata.
Non sa di Paola seduta sui gradini dietro casa.
Non sa di Luca sul muretto.
Non sa delle cene nate dopo.
Non sa del tavolo che lentamente si è riempito.
Non sa che certe creature occupano pochissimo spazio sul divano e un’enormità nella vita.
Tito non era mio figlio.
Non era mio marito.
Non era una persona.
Era Tito.
E questo bastava.
Era il custode delle mie sere.
La presenza che respirava accanto a me quando la casa sembrava troppo grande.
Il filo arancione che mi teneva legata alle giornate normali quando le giornate normali facevano male.
La mattina in cui sparì pensai che stesse cercando di lasciarmi senza farmi soffrire.
Adesso credo che il significato fosse un altro.
Mi stava mostrando quanto siamo stupidi quando pensiamo che amare qualcuno significhi diventare facili da perdere.
Se stai male, non nasconderti dietro la tua siepe.
Se sei stanco, non trasformare il silenzio in una prova di forza.
Se una persona che ami continua a dire che va tutto bene ma sta diventando sempre più silenziosa, non complimentarti perché «non dà mai fastidio».
Vai a bussare.
Porta il caffè.
Una fetta di torta.
Una scusa qualunque.
Siediti.
Non serve salvare nessuno.
A volte basta diventare il testimone della sua giornata.
Tito fece questo per me per dodici anni.
E alla fine mi permise di farlo per lui.
Quel mattino lo trovai dietro la casa perché non voleva essere un peso.
Lo presi in braccio perché finalmente avevo capito qualcosa che avrei dovuto sapere da sempre.
Chi ti ama davvero non vuole essere protetto dalla tua fragilità.
Vuole poter restare.
Anche nel fango.
Anche quando non ci sono parole giuste.
Anche quando l’unica cosa possibile è sedersi vicino a te e aspettare insieme.
Il mio vecchio gatto cercò di morire da solo.
Ma alla fine si lasciò trovare.
E da quel giorno, in questa casa, nessuno deve più diventare piccolo per meritarsi compagnia.





