Sono dettagli assurdi.
Il caffè pronto quando non vuoi bere.
Il bucato da stendere.
La bolletta sul tavolo.
Una pentola da lavare mentre una parte della tua vita non esiste più.
Telefonai all’ambulatorio veterinario del paese dopo l’apertura.
La ragazza che rispose parlava lentamente.
Forse aveva sentito quella voce centinaia di volte.
«Lo porti quando se la sente, signora Teresa.»
Quando se la sente.
Come se ci fosse davvero un momento giusto.
Misi Tito nel trasportino.
Da vivo lo odiava.
Ogni volta che lo chiudevo lì dentro iniziava una protesta che sembrava una riunione condominiale.
Quel giorno silenzio.
Fu quel silenzio a distruggermi.
Nella sala d’attesa c’erano un signore anziano con un cane dalla zampa fasciata, una donna con un coniglio e una giovane che stringeva una gabbietta coperta da un panno.
Nessuno parlava.
Eppure ci capivamo tutti.
Una ragazza dello staff si avvicinò.
Guardò Tito.
Poi guardò me.
«Si vede che è stato molto amato.»
È stato.
Passato.
Fu quella parola ad aprirmi in due.
Cominciai a piangere.
Non con eleganza.
Non con quelle lacrime silenziose che nei film scendono perfettamente lungo una guancia.
Singhiozzavo.
Avevo il naso rosso.
Mi tremavano le mani.
Continuavo a dire:
«Scusate.»
La ragazza fece una cosa semplicissima.
Mi mise una mano sulla spalla.
«Non deve scusarsi.»
Ancora oggi ricordo quella frase.
Non deve scusarsi.
Perché noi della mia generazione siamo cresciuti imparando a scusarci quasi di tutto.
Se stai male, non disturbare.
Se hai bisogno, arrangiati.
Se piangi, fallo in casa.
Se sei sola, non farlo pesare ai figli.
Se sei vecchia, cerca di non diventare un problema.
Se soffri, almeno fallo con dignità.
Che parola assurda, dignità, quando viene usata per impedire alle persone di chiedere aiuto.
Scelsi una semplice impronta della zampa e la cremazione individuale.
Costava più di quanto avessi previsto.
Pagai.
Qualcuno avrebbe detto che ero matta.
Magari la stessa gente che spende centinaia di euro per un telefono nuovo e poi giudica una vedova perché vuole riportare a casa le ceneri del gatto che le ha fatto compagnia per dodici anni.
Tornai con il trasportino vuoto sul sedile accanto.
Fu peggio dell’andata.
Prima c’era ancora un peso.
Adesso soltanto spazio.
Aprii la porta di casa.
Ogni oggetto cominciò ad accusarmi.
La ciotola.
La coperta.
I graffi sullo stipite.
Il cuscino vicino al termosifone.
Soprattutto quel cuscino.
Mi sedetti per terra e piansi finché mi fece male la testa.
La prima settimana fu cattiva.
Non tragica.
Cattiva.
Versavo istintivamente l’acqua in due ciotole.
Aprivo piano la porta perché lui non scappasse.
Mi svegliavo durante la notte con le gambe piegate per lasciargli spazio.
Una sera sentii un rumore in corridoio e dissi:
«Tito?»
Ad alta voce.
Poi ricordai.
Il dolore funziona così.
Non arriva una volta.
Ti tende agguati.
Tre giorni dopo pubblicai una fotografia sul mio profilo.
Tito era sullo schienale del divano, grosso come una pagnotta, con l’espressione offesa di chi è stato interrotto durante una riunione importante.
Scrissi poche righe.
Dissi che se n’era andato.
Che era stato scorbutico, testardo e meraviglioso.
Che la casa non sembrava più sapere come fare la casa senza di lui.
Arrivarono tanti messaggi gentili.
Persone che non sentivo da anni mi raccontarono dei loro animali.
Un vecchio compagno di scuola scrisse:
«Quelli più difficili da accarezzare, a volte, sono quelli che ci restano accanto più fedelmente.»
Piansi di nuovo.
Poi arrivarono i commenti che conosciamo tutti.
«Era solo un gatto.»
«Ne prenderai un altro.»
«Ci sono cose peggiori.»
Lessi quelle parole diverse volte.
Non perché ci credessi.
Ma perché sapevo che chi le aveva scritte ci credeva davvero.
Non risposi.
Spensi il telefono.
La mattina dopo trovai una busta infilata sotto la porta.
Dentro c’era un foglio piegato.
La firma era di Paola, una donna che abitava due vie più in là.
La conoscevo di vista.
Capelli corti, sempre di corsa, lavorava in un negozio fuori paese.
Aveva scritto:
«Signora Teresa, forse non lo sa, ma Tito veniva spesso nel mio cortile. Dopo la separazione passavo molto tempo seduta sui gradini dietro casa. Lui compariva sotto la siepe. Non si lasciava toccare. Non mi faceva le feste. Si sedeva e basta. Credo avesse un talento particolare per stare vicino alle donne tristi.»
Risi.
La prima vera risata dopo giorni.
Mi asciugai le lacrime con il dorso della mano.
«Brutto mascalzone», dissi guardando la sua fotografia.
«Quante famiglie avevi?»
Due giorni dopo bussarono.
Alla porta c’era un ragazzo sui sedici anni.
Lo avevo visto qualche volta passare in bicicletta.
Si chiamava Luca.
Teneva le mani dentro le tasche della felpa e guardava il pavimento.
«Lei è la signora del gatto arancione?»
Annuii.
«Ho visto quello che ha scritto.»
Aspettai.
«Veniva anche dietro al vecchio magazzino.»
Conoscevo il posto.
Un edificio abbandonato alla fine della via.
«Io qualche volta mi fermavo lì dopo scuola.»
Fece una pausa.
«L’anno scorso ho passato un periodo brutto.»
Non chiesi altro.
Ci sono momenti in cui voler sapere tutto non è gentilezza.
È curiosità.
Luca continuò.
«Un giorno ero seduto sul muretto. Tito è saltato vicino a me. Cercavo di mandarlo via.»
Finalmente alzò gli occhi.
«Mi ha dato una zampata.»
Scoppiai a ridere.
Lui sorrise.
«Poi è rimasto lì per quasi un’ora.»
Si strinse nelle spalle.
«Io piangevo. Lui sembrava infastidito. Però non se n’è andato.»
Sentii qualcosa cedere dentro di me.
«Tornava spesso?»
«Ogni tanto. Mai quando lo cercavo. Solo quando decideva lui.»
Naturalmente.
Era Tito.
«Volevo solo dirle che mi dispiace.»
Lo invitai dentro.
Preparai una cioccolata calda.
Usai due vecchie tazze a fiori che tiravo fuori soltanto quando in cucina succedevano cose importanti.
Luca parlò della scuola.
Della madre che lavorava fino a tardi.
Di quanto fosse difficile raccontare agli adulti quando qualcosa non andava.
«Dicono sempre che puoi parlare con loro.»
Girò lentamente il cucchiaino.
«Poi appena inizi davvero, sembrano spaventati.»
Non cercai una frase intelligente.
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