Per trent’anni aveva diretto l’ufficio controlli interni di un grande gruppo industriale. Era in pensione, ma continuava ad avere la mente più affilata di chiunque conoscessi.
Le mostrai una fotografia di Beatrice.
Teresa osservò l’immagine.
«Che cosa vuoi sapere?»
«Perché è entrata nella vita di Luciano proprio adesso.»
Due giorni dopo mi chiamò.
«Dobbiamo vederci.»
Ci incontrammo in un bar tranquillo fuori dal centro.
Teresa arrivò con una busta.
«Beatrice non ha incontrato Luciano per caso.»
Il caffè mi rimase sospeso davanti alle labbra.
«Continua.»
«Abita in un monolocale affittato da una società riconducibile a Silvia. Sei mesi fa lavorava saltuariamente come accompagnatrice per eventi. Le tue figlie l’hanno conosciuta tramite un’amica.»
«Perché avrebbero dovuto cercare un’amante per il padre?»
Teresa abbassò la voce.
«Per spingerti a crollare.»
Aprì la busta.
Dentro c’erano copie di alcuni messaggi.
Non erano stati rubati.
Erano comparsi sul vecchio tablet di famiglia che Silvia aveva dimenticato di scollegare dal proprio archivio condiviso.
Lessi.
“Deve farla sentire inutile.”
“Papà deve essere crudele davanti a tutti.”
“Se perde il controllo possiamo convincerla a farsi seguire.”
“Poi le facciamo firmare una delega generale.”
“Con l’amministratore di sostegno giusto gestiamo tutto noi.”
Mi mancò il respiro.
Non volevano soltanto il divorzio.
Volevano dipingermi come una donna confusa, incapace di amministrare i propri beni.
La casetta sull’Appennino non era un rifugio.
Era un luogo dove isolarmi.
Beatrice avrebbe ricevuto una percentuale del denaro una volta concluse le operazioni.
Le mie figlie avevano assoldato una giovane donna per sedurre il padre, distruggere la madre e accelerare l’eredità.
«Elena», disse Teresa, «devi andare dalla polizia.»
«Lo farò.»
La mia voce sembrò arrivare da molto lontano.
«Ma prima voglio che smettano di pensare che io sia ancora la donna che conoscevano.»
Tornai nell’appartamento quella sera.
Luciano aveva portato via alcune camicie, due valigie e la bottiglia di liquore che tenevo per le occasioni speciali.
In cucina notai una cosa.
Il piatto decorativo sopra il mobile era leggermente spostato.
Io sistemavo sempre tutto con precisione.
Presi una sedia e controllai.
Dietro il piatto c’era un piccolo registratore collegato a un trasmettitore.
Sorrisi.
Volevano ascoltarmi.
Volevano sapere quali decisioni avrei preso.
Posai il dispositivo sul tavolo e chiamai Paolo.
Parlai lentamente, abbastanza forte perché ogni parola fosse chiara.
«Sono stanca.»
Paolo capì subito che qualcosa non andava e rimase in silenzio.
«Forse Luciano e le ragazze hanno ragione. Domani voglio riunirli. Prepara una delega per la gestione dei beni.»
Feci una pausa.
«Non riesco più a combattere.»
Chiusi la telefonata.
Poi rimisi il registratore al suo posto.
Il mattino seguente chiamai Silvia.
Feci tremare la voce.
«Venite tutti. Anche Beatrice.»
Arrivarono in meno di un’ora.
Io li aspettavo in salotto con un vecchio scialle sulle spalle, i capelli spettinati e alcuni flaconi di vitamine sul tavolino.
Silvia corse ad abbracciarmi.
«Mamma, ti sei finalmente calmata.»
Il suo profumo era dolce.
Il suo abbraccio freddo.
Chiara entrò con Luciano.
Beatrice li seguiva, vestita come se dovesse partecipare a una festa.
I suoi occhi passarono subito dai quadri alle finestre, dal pianoforte al mobile antico.
«Ho riflettuto», dissi. «Sono stanca. Voglio affidare a voi alcune responsabilità.»
Luciano si sedette vicino a me.
«È la scelta più saggia.»
«Ho predisposto una riunione per venerdì sera», continuai. «Nella sala privata dove pensavate di festeggiare il vostro nuovo progetto.»
Beatrice sorrise.
«Luciano mi ha parlato di un grande investimento.»
«Sì. Ho esaminato la proposta.»
Gli occhi di Luciano si accesero.
«Allora investirai?»
«Venerdì avrete la risposta definitiva. Invitate pure le persone che ritenete importanti.»
Silvia mi prese la mano.
«Sapevo che alla fine avresti capito.»
Capito.
Credevano che avessi capito di dover consegnare loro la mia vita.
In realtà avevo capito che non erano più la mia famiglia.
Venerdì sera la sala privata era piena.
Luciano aveva invitato conoscenti, aspiranti soci e persone attratte dalla voce di un investimento milionario.
Beatrice portava un anello nuovo.
Silvia e Chiara bevevano spumante.
Sul tavolo c’erano ostriche, piatti costosi e bottiglie che nessuno di loro avrebbe potuto pagare senza di me.
Entrai con un completo color avorio.
La conversazione si spense.
Luciano mi venne incontro.
«Elena, finalmente.»
«Finalmente», ripetei.
Salii sul piccolo palco predisposto per i discorsi.
Alle mie spalle c’era uno schermo.
Paolo e Teresa erano seduti in fondo alla sala.
Accanto a loro c’erano due professionisti incaricati di documentare la riunione.
«Questa sera», cominciai, «Luciano vuole presentare la sua nuova vita e il suo nuovo progetto.»
Lui sorrise agli invitati.
«Ma prima di parlare del futuro, è giusto fare chiarezza sul passato.»
Premetti un pulsante.
Sullo schermo apparve il primo documento.
Un prestito acceso da Luciano diciotto anni prima e ripagato interamente da me.
Poi un secondo.
Poi un terzo.
Bonifici.
Debiti fiscali.
Conti di ristoranti.
Regali acquistati per altre donne.
Viaggi pagati con denaro prelevato dai nostri risparmi.
Il sorriso di Luciano scomparve.
«Che cosa significa?» domandò.
«Significa che la tua metà non esiste.»
Mostrai un prospetto.
«Negli ultimi quarant’anni ho versato per te una somma sufficiente a comprare tre appartamenti. Le proprietà che rivendichi erano mie prima del matrimonio oppure sono state acquistate con fondi personali documentati.»
Silvia si alzò.
«Non puoi esporre papà così.»
«Voi avete esposto me davanti a sessanta persone nel giorno del mio compleanno.»
Cambiai schermata.
Comparvero i messaggi.
“Deve farla sentire inutile.”
“Se perde il controllo possiamo dichiararla incapace.”
“La casa in montagna è perfetta per isolarla.”
Il silenzio divenne pesante.
Chiara smise di respirare.
Beatrice guardò le figlie.
«Avevate detto che quei messaggi erano cancellati.»
Troppo tardi si rese conto di aver parlato.
Luciano si voltò verso di lei.
«Di che cosa stai parlando?»
«Non fare l’ingenuo», gridò Silvia. «Tu sapevi che dovevi provocarla.»
«Sapevo soltanto che volevate aiutarmi a stare con Beatrice.»
Chiara scoppiò.
«Perché sei un incapace! Da solo non saresti riuscito neanche a lasciare casa.»
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