I due gatti davanti a me sarebbero stati soppressi alle nove del mattino seguente. Eppure, in quel momento, la più piccola continuava a pulire il muso dell’altro.
Si chiamava Isotta.
Era una gatta tricolore, minuta, con il pelo un po’ spettinato. Passava lentamente la lingua sulla guancia di Tazio, come se stesse cercando di rassicurarlo.
Tazio era un grosso soriano grigio. Aveva una cicatrice sul naso e due occhi gialli stanchi. Se ne stava rannicchiato nell’angolo più lontano del box, stretto contro Isotta.
Nessuno dei due si avvicinò alla rete.
Non miagolarono per attirare la nostra attenzione.
Non cercarono di farsi scegliere.
Rimasero semplicemente insieme.
Mio marito Olmo era accanto a me, con le mani affondate nelle tasche del giubbotto.
«Non li portiamo a casa», disse piano.
«Lo so.»
Non eravamo entrati in quel rifugio per adottare un animale.
La nostra vecchia gatta era morta quattro mesi prima. In un pensile della cucina erano rimaste alcune scatolette ancora chiuse. Olmo aveva proposto di portarle al gattile, invece di lasciarle scadere.
Il programma era molto semplice.
Consegnare il cibo, dare un’occhiata veloce e tornare a casa.
Avevamo già abbastanza problemi.
Olmo aveva perso il lavoro da sei settimane. Si occupava della manutenzione in un piccolo residence, ma il proprietario aveva ridotto il personale e lui era rimasto fuori.
Anche le mie ore in un ufficio amministrativo erano state quasi dimezzate.
Avevamo una bolletta del gas arretrata e l’affitto del mese successivo cominciava a preoccuparci sul serio.
Da qualche tempo facevamo cose che prima non avevamo mai fatto.
Contavamo i prodotti nel carrello prima di arrivare alla cassa.
Usavamo l’auto solo quando era necessario.
Tenevamo i termosifoni bassi e passavamo le serate con due maglioni addosso.
Olmo aveva mandato decine di curriculum.
La maggior parte delle volte non riceveva neppure una risposta.
La tensione era entrata in casa nostra e non se ne andava più.
Litigavamo per i piatti nel lavello, per la lavatrice lasciata a metà, perfino per quanto caffè mettevamo nella moka.
A volte restavamo seduti sul divano, a meno di un metro di distanza, senza trovare niente da dirci.
Perciò no, non stavamo cercando due gatti.
Poi vidi il cartellino rosso appeso alla rete.
COPPIA INSEPARABILE.
ADOZIONE SOLO INSIEME.
URGENTE.
Chiesi a una volontaria cosa significasse esattamente quella parola.
Lei abbassò lo sguardo prima di rispondere.
Il rifugio era pieno. Isotta e Tazio erano lì da quasi due mesi. Avevano entrambi otto anni e quasi tutte le persone che entravano cercavano cuccioli.
Qualcuno aveva chiesto di adottare Isotta.
Tazio, invece, non lo voleva nessuno.
Era più grosso, meno socievole e aveva quella cicatrice sul naso che gli dava un’aria dura. In realtà, mi spiegò la volontaria, era solo spaventato.
Avevano provato a separarli per aumentare le possibilità di adozione.
Tazio aveva smesso di mangiare.
Isotta aveva miagolato fino a perdere quasi la voce. Aveva graffiato la porta del box con tanta forza da ferirsi le zampe.
Alla fine li avevano rimessi insieme.
Nel giro di un’ora, Tazio aveva ricominciato a mangiare.
Isotta si era addormentata con una zampa appoggiata sul suo fianco.
Il loro proprietario era un uomo anziano che da poco viveva stabilmente in una struttura assistita. Non poteva portarli con sé e nessun parente era disposto a occuparsene.
La volontaria si strinse nelle spalle.
«Se nessuno li prende entro stasera, domani mattina sono nella lista.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
Olmo domandò: «A che ora?»
«Alle nove.»
In quel momento Isotta si alzò e si avvicinò alla ciotola.
Con una zampa la spinse verso Tazio.
Lui annusò il cibo, mangiò qualche boccone e poi si spostò. Soltanto allora Isotta cominciò a mangiare.
Guardai mio marito.
Olmo scosse subito la testa.
«Non possiamo.»
«Domani moriranno.»
«Ho sentito.»
«Abbiamo spazio.»
«Non abbiamo quasi abbastanza soldi per noi.»
«Non chiedono molto.»
«Chiedono cibo, lettiera e visite dal veterinario. Ogni cosa costa.»
All’inizio la sua voce era calma.
La mia no.
«Quindi li lasciamo qui e basta?»
«Che cosa vuoi che ti dica?»
«Vorrei che ti importasse.»
Appena pronunciai quelle parole, capii di avergli fatto male.
Olmo rimase immobile a guardarmi.
Poi disse: «Con il dispiacere non si pagano le bollette.»
Si voltò e si avviò verso l’uscita.
Lo seguii.
Arrivammo al parcheggio senza parlare. Salimmo in macchina, ma Olmo non accese il motore.
Io tenevo le mani strette sulle ginocchia.
Attraverso le porte a vetri riuscivo ancora a vedere il corridoio dei box.
«Mi importa», disse lui dopo un po’.
«Lo so.»
«No. Non lo sai.»
La sua voce si spezzò.
«Da quando ho perso il lavoro, ogni mattina mi sveglio sentendomi inutile. Non riesco a sistemare niente. Non posso prometterti che il mese prossimo riusciremo a pagare l’affitto. Non riesco nemmeno a guardare quei due gatti senza pensare a cosa succederebbe se deludessi anche loro.»
Continuava a fissare il parabrezza.
Non lo vedevo piangere dal funerale di sua madre.
«Anch’io ho paura», dissi.
Olmo annuì.
Per un po’ restammo lì, in silenzio.
Poi una volontaria uscì da una stanza interna portando Tazio in un trasportino. Probabilmente dovevano visitarlo o controllare qualcosa.
Appena rimase sola, Isotta si lanciò contro la rete del box.
Il suo miagolio arrivò fino al parcheggio.
Tazio si girò nel trasportino e spinse il muso contro lo sportello. Isotta infilò una zampa tra le sbarre.
Erano vicini.
Ma non potevano toccarsi.
Olmo si coprì la bocca con una mano.
Poi mi chiese: «Nel nostro contratto di affitto gli animali sono ammessi, vero?»
Mi voltai verso di lui.
«Sì.»
«Anche due gatti?»
«Sì.»
Si asciugò il viso con la manica.
«Non sto dicendo che sia una scelta sensata.»
«Lo so.»
«E non sto dicendo che andrà tutto bene.»
«Non devi prometterlo.»
Olmo mise in moto.
Poi spense subito la macchina.
«Torniamo dentro», disse. «Andiamo a prenderli.»
Rientrammo nel rifugio.
I documenti richiesero quasi tutto il tempo che restava prima della chiusura.
Le volontarie avevano preparato due trasportini separati. Ma appena Isotta fu messa nel primo, cominciò di nuovo a miagolare.
Tazio infilava le zampe attraverso lo sportello dell’altro.
Alla fine trovarono un trasportino più grande.
Quando aprirono la porticina, Isotta entrò immediatamente accanto a Tazio. Gli nascose il muso sotto il mento.
Tazio le avvolse la coda intorno al corpo.
Olmo sollevò il trasportino con entrambe le mani.
«Non vi separa più nessuno», sussurrò.
Non credo che stesse parlando soltanto ai gatti.
Il giorno dopo la nostra vita non diventò più facile.
Olmo era ancora senza lavoro.
Il mio stipendio era ancora basso.
Negli ultimi giorni del mese, il frigorifero sembrava sempre troppo vuoto.
Però qualcosa cambiò nel nostro appartamento.
Ogni mattina Tazio si sedeva accanto a Olmo mentre lui cercava annunci e mandava curriculum. Si sistemava vicino al computer e restava lì per ore, come se quello fosse il suo lavoro.
Isotta, invece, aspettava il mio ritorno dietro la porta.
I due gatti diedero un ritmo alle nostre giornate.
Le ciotole da riempire.
La lettiera da pulire.
Una pallina di carta da far rotolare lungo il corridoio.
Due corpi caldi accoccolati tra noi sul divano.
Olmo e io ricominciammo a parlare.
Non fingendo che tutto andasse bene.
Parlavamo davvero.
Dei soldi.
Della paura.
Della vergogna che provava lui quando riceveva l’ennesimo rifiuto.
Della stanchezza che io cercavo di nascondere tornando dal lavoro.
Qualche mese dopo, Olmo trovò un impiego part-time in una piccola ditta di riparazioni. Poco tempo dopo, anche le mie ore aumentarono.
Non eravamo diventati improvvisamente tranquilli.
Ma riuscivamo di nuovo a respirare.
Una mattina guardai l’orologio appeso in cucina.
Erano le nove.
Tazio e Isotta dormivano sul pavimento del soggiorno, dentro una striscia di sole. Le loro zampe anteriori si toccavano.
Olmo si fermò accanto a me.
«Pensavo che fossimo stati noi a salvarli», disse.
Guardai Isotta avvicinarsi ancora un poco a Tazio senza neppure svegliarsi.
«Forse è così», risposi. «Ma credo che anche loro siano arrivati da noi nel momento giusto.»
Quando li portammo a casa non avevamo molto.
Avevamo paura, poche certezze e un conto corrente quasi vuoto.
Ma potevamo ancora scegliere.
E a volte decidere di non abbandonare una piccola vita è il primo passo per ricordarsi che neppure la propria deve essere abbandonata.
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