Alle nove dovevano morire, ma salvando due gatti inseparabili ritrovammo anche noi la speranza

Quando era stato portato nella struttura, credeva che sarebbe tornato a casa. Poi aveva saputo che non poteva più vivere da solo.

Nessun parente aveva voluto prendere entrambi i gatti.

Una nipote aveva offerto di tenere Isotta.

Ernesto aveva rifiutato.

«Avevo promesso che non li avrei separati.»

Per settimane aveva telefonato a conoscenti e vicini.

Alla fine aveva firmato i documenti per il rifugio.

«Non ho dormito per mesi», disse. «Continuavo a sentire Isotta miagolare nel corridoio.»

Olmo si inginocchiò davanti a lui.

Tazio era sdraiato tra i loro piedi.

«Lei non li ha abbandonati», disse. «Ha cercato di tenerli insieme fino all’ultimo momento in cui poteva decidere.»

Ernesto scosse la testa.

«Non è bastato.»

«È bastato perché noi li trovassimo insieme.»

L’uomo appoggiò una mano sulla testa di Tazio.

«Tu capisci cosa significa avere paura di non riuscire più a proteggere la propria famiglia.»

Olmo non rispose.

Non ce n’era bisogno.

Prima di andare via, Ernesto ci consegnò una vecchia coperta rossa.

Era consumata ai bordi e aveva alcuni fili tirati.

«Dormivano sempre qui sopra», disse.

Non appena la mettemmo nel trasportino, Isotta si accucciò.

Tazio si sdraiò contro di lei.

Quella sera sistemammo la coperta sul divano.

I gatti la annusarono a lungo.

Poi si addormentarono uno accanto all’altra.

Olmo restò a guardarli.

«Dobbiamo riportarli», disse.

Così cominciammo ad andare da Ernesto una volta al mese.

Tra una visita e l’altra mandavamo fotografie.

Ernesto le teneva in una cartellina trasparente e le mostrava a chiunque entrasse nella sua stanza.

Con il tempo cominciò a uscire di più.

Prima per aspettarci nella sala al piano terra.

Poi per prendere il caffè con gli altri ospiti.

Un giorno l’educatrice mi disse che aveva ricominciato a mangiare al tavolo comune.

«Non sono stati i gatti a guarirlo», precisò. «Ma gli hanno restituito qualcosa da aspettare.»

Anche Olmo cambiò.

Nella struttura c’erano sempre piccole cose da sistemare.

Una maniglia allentata.

Una ruota che cigolava.

Un’anta che non si chiudeva bene.

Durante una visita, Olmo aiutò un addetto con una finestra bloccata.

La settimana dopo gli chiesero se poteva fare qualche ora di manutenzione.

Non fu un miracolo.

Cominciò con due mattine.

Poi tre.

Dopo alcuni mesi lavorava quasi ogni giorno.

La prima volta che tornò a casa con le chiavi della struttura in tasca, Tazio lo aspettava sulla porta.

Olmo si chinò e lo prese in braccio.

«Hai trovato lavoro anche a me, caposquadra.»

Io risi.

Erano settimane che non lo sentivo ridere così.

Quasi un anno dopo la nostra prima visita, Ernesto ebbe una brutta influenza.

Per prudenza, non potemmo portare i gatti.

Gli mandammo una fotografia al giorno.

Ernesto si riprese lentamente.

Quando tornammo, era più magro.

Ma appena sentì il rumore del trasportino, si mise seduto diritto.

Isotta salì sulle sue gambe.

Tazio si sistemò sul tappeto.

Poi Ernesto ci fece promettere una cosa.

«Quando non ci sarò più, non smettete di portarli qui.»

Indicò il corridoio.

«Ci sono persone che hanno lasciato cani, gatti, case, giardini. Alcuni non ne parlano perché fa troppo male. Ma quando vedono Isotta e Tazio, parlano.»

Aveva ragione.

Durante le nostre visite, altri ospiti si fermavano sulla porta.

Una signora raccontava sempre del suo barboncino.

Un uomo che parlava pochissimo si sedeva sul pavimento per offrire a Tazio il dorso della mano.

Un’altra donna conservava biscotti per gatti in un cassetto, anche se Isotta non li mangiava mai.

Parlai con l’educatrice.

Le visite dovevano restare organizzate con attenzione, ma potevano continuare.

Anche altre famiglie potevano portare, quando possibile, gli animali che gli anziani avevano dovuto lasciare.

La struttura cominciò con un pomeriggio al mese.

Non c’erano grandi discorsi.

C’erano solo porte aperte, trasportini appoggiati a terra e persone che per un’ora ritrovavano una parte della propria vita.

Ernesto visse abbastanza da vedere il primo di quei pomeriggi.

Era seduto nella sala grande.

Isotta gli dormiva sulle gambe.

Tazio era accanto alla sua sedia.

Olmo stava aggiustando il fermo di una finestra.

Io distribuivo tazze di tè.

A un certo punto Ernesto mi fece cenno di avvicinarmi.

Una signora molto anziana stava accarezzando un cane bianco portato dal figlio.

Piangeva.

Ma sorrideva.

«Non pensavo che da una cosa così dolorosa potesse nascere qualcosa di buono», disse Ernesto.

Guardai Isotta.

Stava pulendo il muso di Tazio, proprio come il giorno in cui li avevamo visti nel rifugio.

«Nemmeno noi», risposi.

Ernesto morì alcuni mesi dopo, nel sonno.

Aveva la fotografia dei gatti sul comodino.

Il giorno del funerale tornammo a casa senza parlare.

Olmo appoggiò la vecchia coperta rossa sul divano.

Tazio ci salì sopra.

Isotta lo seguì.

Per un po’ restammo tutti e quattro vicini.

Tristi.

Ma non vuoti.

Ernesto aveva saputo che erano vivi.

Aveva potuto toccarli ancora.

Aveva visto che la promessa continuava.

E noi avevamo imparato che salvare qualcuno non significa sempre impedirgli di perdere qualcosa.

A volte significa non lasciarlo solo mentre impara a vivere con quella perdita.

Oggi Isotta e Tazio hanno dieci anni.

Tazio ha qualche pelo bianco intorno agli occhi.

Isotta continua a mangiare soltanto dopo aver controllato che lui abbia iniziato.

Olmo lavora stabilmente nella struttura.

Io passo ancora alcune domeniche ad aiutare durante le visite con gli animali.

Nel nostro appartamento ci sono ancora bollette, imprevisti e giorni difficili.

Ma non contiamo più soltanto quello che ci manca.

Contiamo anche quello che è rimasto.

Una coperta rossa.

Due ciotole vecchie.

Una cartellina piena di fotografie.

Un lavoro ritrovato.

Una promessa mantenuta da persone che all’inizio non si conoscevano.

Ogni anno, il giorno in cui li abbiamo adottati, alle nove del mattino mettiamo un po’ di cibo speciale nelle loro ciotole.

Olmo guarda l’orologio.

Io guardo loro.

Isotta si avvicina a Tazio.

Tazio le lascia il primo boccone.

Poi mangiano insieme.

Quel giorno avrebbero dovuto morire alle nove.

Invece, alle nove, una porta si è aperta.

Non soltanto per loro.

Anche per Ernesto.

Anche per Olmo.

Anche per me.

E forse è questo che fanno certe vite piccole quando decidiamo di non voltare lo sguardo.

Non risolvono tutti i nostri problemi.

Non cancellano la paura.

Ma ci ricordano che una casa non diventa più povera quando fa spazio a qualcuno.

Diventa più grande.

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