Alle nove dovevano morire, ma salvando due gatti inseparabili ritrovammo anche noi la speranza

Pensavo che la nostra storia con Isotta e Tazio fosse cominciata quando avevamo deciso di tornare dentro quel rifugio.

Mi sbagliavo.

Quella era stata soltanto la prima volta in cui quei due gatti ci avevano costretto a guardare in faccia qualcosa che avevamo paura di perdere.

Questa è la continuazione della loro storia.

Erano passati quasi sette mesi dall’adozione.

Olmo lavorava ancora part-time nella piccola ditta di riparazioni. Non era il lavoro di prima e lo stipendio non era alto, ma tornava a casa con meno vergogna negli occhi.

Le mie ore in ufficio erano aumentate di poco.

Avevamo pagato la bolletta del gas arretrata. Non eravamo tranquilli, ma non vivevamo più con la sensazione che tutto potesse crollare da un momento all’altro.

Isotta aveva preso possesso del cuscino vicino alla finestra.

Tazio, invece, seguiva Olmo ovunque.

Se Olmo aggiustava una cerniera, Tazio si sedeva accanto alla cassetta degli attrezzi. Se montava una mensola, lui restava sotto la scala a guardarlo.

«È il mio caposquadra», diceva Olmo.

La sera si sistemavano insieme sul divano.

Isotta dormiva quasi sempre tra noi, con il muso rivolto verso Tazio, come se avesse ancora bisogno di controllare che fosse lì.

Poi, un martedì pomeriggio, il rifugio mi telefonò.

La volontaria che aveva seguito l’adozione mi chiese se Isotta e Tazio stavano bene.

«Sì», risposi. «Molto bene.»

Dall’altra parte ci fu un breve silenzio.

«C’è una persona che vorrebbe saperlo.»

Il loro vecchio proprietario si chiamava Ernesto.

Viveva ancora nella struttura assistita in cui era stato trasferito l’anno precedente. Per mesi non aveva avuto il coraggio di chiedere dei gatti.

Era convinto che nessuno li avrebbe presi insieme.

Era convinto che fossero morti.

Una settimana prima, un’educatrice aveva trovato in fondo al suo comodino una fotografia consumata.

Nell’immagine, Isotta era sdraiata sulla pancia di Ernesto. Tazio era accanto al suo fianco, con la testa appoggiata al braccio dell’uomo.

L’educatrice gli aveva chiesto chi fossero.

Ernesto aveva risposto soltanto: «La famiglia che non sono riuscito a proteggere.»

Quella frase mi rimase addosso per tutto il pomeriggio.

La volontaria non poteva dargli i nostri recapiti senza consenso. Poteva però mandargli una fotografia o una lettera.

Quando Olmo tornò, gli raccontai tutto.

Tazio gli girava intorno alle caviglie. Isotta era seduta sul tavolo della cucina, anche se sapeva benissimo di non poterci stare.

Olmo aprì il telefono e cominciò a scorrere le fotografie.

Alla fine ne scelse una scattata quella mattina.

Erano entrambi sul davanzale.

Isotta guardava fuori.

Tazio guardava lei.

«Mandagli questa», disse.

Poi prese un foglio dal cassetto e scrisse lentamente.

“Signor Ernesto,

Isotta e Tazio sono vivi. Sono insieme. Dormono insieme, mangiano insieme e litigano soltanto per il posto più caldo sul divano.

Non deve pensare di averli abbandonati.

A volte la vita ci porta via la possibilità di mantenere una promessa nel modo in cui avevamo immaginato.

Ma la promessa può continuare attraverso qualcun altro.

Noi non li separeremo.

Olmo e sua moglie.”

Quando lessi l’ultima riga, sentii un nodo alla gola.

«Hai scritto mia moglie perché non ti ricordi il mio nome?» gli chiesi.

Olmo sorrise.

«No. Perché questa promessa è nostra.»

Due giorni dopo, Ernesto rispose.

La sua grafia era tremante. Alcune parole erano quasi illeggibili.

Ci ringraziava.

Poi ci chiedeva una cosa.

Non voleva riprendersi i gatti. Sapeva di non poterli più accudire.

Voleva soltanto vederli un’ultima volta.

Olmo rilesse quella frase tre volte.

Telefonai alla struttura.

L’educatrice mi spiegò che Ernesto aveva ottantadue anni. Non era in pericolo immediato, ma negli ultimi mesi si era spento.

Mangiava poco.

Rifiutava le attività.

Da quando aveva ricevuto la nostra fotografia, però, aveva cominciato a chiedere ogni mattina che giorno fosse.

La struttura permetteva visite con animali, purché fossero concordate.

Fissammo l’appuntamento per la domenica successiva.

Il viaggio durava poco più di mezz’ora.

Sembrava semplice.

Non lo fu.

Appena vide il trasportino, Isotta si infilò sotto il letto.

Tazio si mise davanti a lei e ci guardò come se fossimo diventati improvvisamente inaffidabili.

Ci vollero una coperta, due bocconcini e molta pazienza.

Alla fine riuscimmo a sistemarli nello stesso trasportino grande con cui erano usciti dal rifugio.

Durante il tragitto, Isotta miagolò quasi senza fermarsi.

Tazio restò appoggiato a lei.

Quando arrivammo, Ernesto ci aspettava in una piccola sala al piano terra.

Era seduto su una poltrona, con una coperta marrone sulle gambe.

Aveva un viso magro, capelli bianchi molto corti e mani grandi, segnate dal tempo.

Sul tavolino accanto a lui c’erano due ciotole di ceramica.

Una verde.

Una gialla.

«Erano le loro», disse. «Le ho tenute.»

Olmo appoggiò il trasportino a terra.

Ernesto non chiamò i gatti.

Non batté le mani.

Restò semplicemente lì.

Aprii lo sportello.

Isotta uscì per prima.

Fece due passi incerti, annusò il pavimento e poi sollevò la testa.

Ernesto disse il suo nome.

Solo una volta.

«Isotta.»

Lei si fermò.

Poi corse.

Saltò sulle sue gambe e affondò il muso contro il suo petto.

Ernesto emise un suono basso, quasi un singhiozzo.

Le mani gli tremavano mentre cercava di accarezzarla.

«Piccola mia», ripeteva. «Piccola mia.»

Tazio rimase dentro il trasportino.

Ernesto aspettò.

Dopo qualche minuto si chinò appena in avanti.

«Tazio, non sono venuto a portarti via da lei.»

Il gatto sbatté lentamente le palpebre.

Poi uscì.

Camminò vicino al muro e si fermò a un metro dalla poltrona.

Ernesto tese una mano, senza cercare di toccarlo.

Tazio annusò l’aria.

Poi appoggiò la fronte contro le dita dell’uomo.

Ernesto chiuse gli occhi.

Olmo si voltò verso la finestra.

Io gli presi la mano.

Restammo nella sala quasi due ore.

Ernesto ci raccontò come li aveva trovati.

Tazio era arrivato per primo. Per settimane era rimasto vicino ai cassonetti, con la cicatrice sul naso e una paura enorme delle persone.

Ernesto lasciava una ciotola fuori dalla porta e ogni giorno la spostava un po’ più vicino.

Ci vollero quasi tre mesi prima che Tazio entrasse in casa.

Isotta arrivò l’anno dopo.

Era una gattina minuscola, nascosta sotto un’auto. Ernesto pensava di tenerla soltanto per qualche giorno.

Per due settimane Tazio la evitò.

Poi, una notte, Ernesto li trovò insieme sul tappeto.

Isotta dormiva sopra la coda di Tazio.

Da quel momento non si erano più separati.

«Lei gli ha insegnato a non avere paura di tutto», disse Ernesto. «E lui le ha insegnato che non doveva affrontare il mondo da sola.»

Guardai Olmo.

Lui stava già guardando me.

Ernesto abbassò gli occhi.

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