Aveva salvato tre vite, ma al canile lo attendeva l’ultima notte: poi accadde qualcosa che nessuno dimenticò

Sua madre Elena lo seguiva con un’attenzione continua che la faceva sembrare sempre stanca.

Quando Matteo incontrava Argo sulle scale, non provava a toccarlo.

Si sedeva a distanza.

Argo si sedeva dall’altra parte.

Rimanevano così.

In silenzio.

Uno di fronte all’altro.

A volte per cinque minuti.

Due creature che non avevano bisogno di parlare.

Poi arrivò quella sera.

Erano da poco passate le sette.

Stavo preparando una frittata quando qualcuno cominciò a picchiare contro la mia porta.

Non bussare.

Picchiare.

Argo era già in piedi prima ancora che aprissi.

Dall’altra parte c’era Elena.

Capelli spettinati.

Viso bianco.

Ciabatte ai piedi.

«Matteo non c’è.»

Per un secondo non capii.

«Come non c’è?»

«Non c’è!»

La voce le si spezzò.

«Ero in bagno. Due minuti, Lucia. Due minuti. Ha aperto la porta sul retro del cortile. Il cancelletto era chiuso, ma deve aver capito come sollevare il gancio.»

Scesi con lei.

Mirella era già fuori.

Il panettiere aveva lasciato il negozio.

Due ragazzi stavano controllando il parcheggio.

Qualcuno gridava il nome di Matteo.

Ma Elena scuoteva la testa.

«Quando ha paura non risponde.»

Presi il telefono e chiamai i soccorsi.

Mentre spiegavo l’indirizzo, sentii qualcosa contro la gamba.

Argo.

Non stava tremando.

Non stava guardando la porta.

Non sembrava più vecchio.

Aveva le orecchie alte.

Il corpo teso.

Lo sguardo vivo.

Per settimane avevo cercato di insegnargli a non avere una missione.

In quel momento capii che avevo sbagliato.

«Elena.»

Lei mi guardò.

«Portami qualcosa di Matteo. Una maglietta. Una scarpa.»

Corse di sopra.

Tornò con una piccola felpa blu.

Io entrai in casa e aprii il ripostiglio.

Lì avevo conservato la vecchia pettorina di Argo.

Non sapevo perché.

Forse perché buttare quella pettorina mi sembrava come cancellare tutta la sua vita precedente.

Quando la presi, lui la riconobbe.

Lo vidi.

Non è una cosa che posso spiegare meglio.

Lo vidi nei suoi occhi.

Gli infilai la pettorina.

Argo raddrizzò le zampe.

Perfino l’anca dolorante sembrò scomparire.

Gli feci annusare la felpa.

Una volta.

Due volte.

Inspirò profondamente.

Alzò la testa.

E allora pronunciai una parola.

Una sola.

«Cerca.»

Argo partì.

Non corse come nei film.

Non ne aveva più il fisico.

Procedeva con quella sua zoppia leggera, il naso vicino al terreno.

Attraversò il cortile.

Ignorò il parcheggio.

Ignorò le persone che chiamavano Matteo.

Andò dritto verso una stradina sterrata dietro le ultime case.

«Dove va?» gridò Elena.

«Seguiamolo.»

Dietro il paese c’era una zona di campagna che tutti conoscevamo.

Orti.

Canali.

Vecchie cascine.

E più avanti un piccolo bosco che costeggiava un torrente.

Argo non ebbe esitazioni.

Entrò nel sentiero.

Io cercavo di tenere il passo.

Elena piangeva dietro di me.

Si unirono altri vicini.

Mirella avrebbe voluto venire, ma il panettiere le disse di rimanere al telefono con i soccorritori.

Fu una scena che ancora oggi ricordo con una precisione dolorosa.

Il signor Carlo dell’edicola con una torcia.

Due ragazzi del bar con gli scarponi ancora infangati dal lavoro.

Il panettiere che aveva chiuso il negozio senza neppure abbassare completamente la serranda.

Una donna che quasi nessuno conosceva portava delle coperte.

Nessuno aveva chiesto chi fosse responsabile.

Nessuno aveva detto: «Non è affar mio.»

Era scomparso un bambino del quartiere.

Quindi era affare di tutti.

Argo continuava.

Ogni tanto si fermava.

Inspirava.

Correggeva la direzione.

Poi ripartiva.

Dopo quasi venti minuti arrivammo vicino al torrente.

Il sentiero diventava ripido.

Io cominciavo a pensare che forse gli stavo chiedendo troppo.

«Argo…»

Lui continuò.

Poi si fermò.

Immobile.

Davanti a una piccola scarpata.

Abbaiò.

Una volta.

Un suono profondo.

Aspettammo.

Niente.

Poi Argo abbaiò di nuovo.

Ed Elena gridò.

Dal basso era arrivato un rumore.

Non una parola.

Un lamento.

Scendemmo.

Matteo era rannicchiato vicino alle radici di un grande pioppo.

Sporco di fango.

Tremava.

Ma era cosciente.

Elena gli corse incontro.

Lo strinse così forte che per qualche secondo sembrò volesse farlo rientrare nel proprio corpo.

Io mi voltai verso Argo.

Era rimasto in alto.

Seduto.

Aspettava.

Lo chiamai.

Lui mi guardò.

E fece un piccolo verso.

Quasi un soffio.

Missione compiuta.

Quando arrivarono i soccorritori, Matteo fu controllato e portato al caldo.

Intorno ad Argo si formò un gruppo di persone.

Gli accarezzavano il collo.

Gli parlavano.

Qualcuno lo chiamò eroe.

Lui non sembrava interessato.

Si avvicinò a me.

Appoggiò tutto il peso contro le mie gambe.

Era sfinito.

Quella notte successe qualcosa che non dimenticherò mai.

Tornammo a casa.

Gli tolsi la pettorina.

Argo bevve lentamente.

Poi attraversò il corridoio.

Pensavo sarebbe andato davanti alla porta, come sempre.

Invece entrò in camera mia.

Si fermò davanti alla cuccia morbida che aveva ignorato per tre settimane.

La annusò.

Girò su se stesso due volte.

E si sdraiò.

Lasciò uscire un sospiro lunghissimo.

Quella notte, per la prima volta, non sorvegliò nessuna porta.

Aveva capito.

Forse non serviva più una divisa.

Forse la sua casa era davvero quella.

La storia si sparse nel quartiere.

Ma non diventò una favola perfetta.

Argo rimase vecchio.

L’artrosi non sparì.

C’erano mattine in cui aveva difficoltà ad alzarsi.

Io gli massaggiavo le zampe.

Mirella continuava a portargli pollo lesso di nascosto.

«Solo un pezzettino.»

«Mirella, pesa trentasei chili.»

«È tutto pelo.»

«No, è tutto pollo.»

Il panettiere mise una ciotola d’acqua fuori dal negozio.

Carlo dell’edicola gli conservava il posto all’ombra.

Matteo, ogni pomeriggio, scendeva con sua madre.

Si sedeva accanto ad Argo.

Non gli dava ordini.

Non lo costringeva a giocare.

Gli stava vicino.

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