La cagna attraversò sei volte l’acqua per salvare i cuccioli. Ma il primo che scelse non era suo, e dietro quel gesto c’era un segreto.
«Prendi il piccolo!»
Mi sporsi oltre il bordo della barca e afferrai quel corpicino nero avvolto dall’acqua fangosa.
Era gelido.
Per un istante pensai fosse troppo tardi.
Poi sentii un battito minuscolo sotto il pollice.
La cagna mollò la presa soltanto quando capì che il cucciolo era nelle mie mani.
Subito dopo cercò di voltarsi.
Le afferrai il collare rosso.
«Basta. Adesso vieni con noi.»
Lei non mi guardò nemmeno.
Fissava una vecchia rimessa mezza sommersa, una ventina di metri più in là.
Dall’interno arrivò un lamento.
Debole.
Quasi coperto dal rumore dell’acqua.
La cagna tirò con tanta forza che il collare mi segò le dita.
Fu allora che capii.
Non aveva finito.
Quella mattina di maggio, nel piccolo paese di San Rocco sul Senio, l’acqua aveva inghiottito orti, cantine, automobili, pollai e pezzi interi della vita di persone che fino al giorno prima avevano discusso soltanto del prezzo delle ciliegie o di chi avrebbe portato il dolce al pranzo della domenica.
Io mi chiamo Laura Venturi.
Avevo cinquantadue anni e lavoravo da quasi trenta come assistente veterinaria nell’ambulatorio del paese.
Da qualche anno aiutavo anche un gruppo di volontari durante le emergenze.
Chiamarlo “gruppo di soccorso” faceva pensare a mezzi moderni, divise perfette e magazzini pieni.
La realtà era diversa.
Avevamo una barca piatta presa in prestito da un pescatore, corde di tre colori diversi, giubbotti salvagente che avevano visto giorni migliori e una quantità infinita di coperte donate dalle signore del quartiere.
Ma avevamo una cosa che in paese valeva più dell’attrezzatura.
Quando qualcuno diceva: «Là dentro c’è ancora qualcuno», nessuno riusciva ad andarsene.
Quella mattina ero con Paolo, cinquantotto anni, muratore in pensione anticipata per un ginocchio rovinato e uomo capace di aggiustare qualsiasi cosa con filo di ferro, pinze e bestemmie trattenute a metà.
Con noi c’era anche Marco, infermiere del pronto soccorso.
Avevamo già portato via due anziani da un terrazzo e una donna che non voleva lasciare casa senza il suo gatto rosso.
La signora si chiamava Lina.
Settantasei anni, camicia da notte sotto un vecchio impermeabile, capelli bianchi attaccati alla fronte.
Quando finalmente Marco recuperò il gatto da sopra un mobile, lei lo strinse al petto e disse:
«Adesso andate da Teresa. La sua cagna ha fatto i cuccioli.»
«Dove?»
«Nella casetta dietro casa.»
«Quanti cuccioli?»
Lina alzò una mano.
Poi un dito dell’altra.
«Sei. Il nipote me li fa contare ogni volta che vado da loro.»
Sei.
Ricordai quel numero più tardi.
Molto più tardi.
La casa di Teresa si trovava alla fine di via del Molino, dove il paese cominciava a diventare campagna.
Il piano terra era già invaso.
Una bicicletta rossa era rimasta impigliata tra i rami di un fico.
Le tende uscivano da una finestra rotta come lenzuola dimenticate.
Dietro la casa c’era una piccola rimessa di lamiera.
Solo la parte alta emergeva dall’acqua.
Chiamammo.
Nessuno rispose.
Poi vedemmo lei.
Una cagna grigio-blu, robusta ma magra per l’allattamento, con una macchia bianca sul petto e una cicatrice sottile sopra l’occhio destro.
Portava un collare rosso.
Dal collare pendeva una perlina gialla legata con un filo azzurro.
La cagna comparve per un momento sul tetto della rimessa.
Ci guardò.
Poi sparì dentro.
«C’è qualcosa là dentro», dissi.
Paolo cercò di avvicinare la barca.
Dopo pochi metri sentimmo uno stridio sotto lo scafo.
Una vecchia rete metallica era sommersa tra noi e la rimessa.
Poco dopo un bidone vuoto ci passò davanti girando come una trottola.
«Non possiamo andare più avanti», disse Marco.
La cagna decise al posto nostro.
Comparve alla finestrella alta.
Aveva qualcosa in bocca.
Un cucciolo nero.
Si fermò un attimo sul bordo.
Poi si lanciò.
La corrente la prese di traverso.
Per qualche secondo vidi soltanto la sua testa e quel piccolo corpo sollevato sopra l’acqua.
«Vieni!»
Ma non seguì la mia voce.
Si spostò invece verso il lato della barca dove l’acqua era meno violenta.
Aveva capito la corrente.
Quando arrivò, mi consegnò il cucciolo.
Poi controllò il suo muso.
Un tocco rapido con il naso.
E tornò indietro.
«Ma dove va?»
Non feci in tempo a rispondere.
La seconda volta tornò con una femmina color miele.
La terza con un cucciolo bianco e marrone.
Ogni volta faceva la stessa cosa.
Arrivava.
Lasciava il piccolo.
Controllava prima il cucciolo nero.
Poi gli altri.
Uno.
Due.
Tre.
Non era agitazione casuale.
Seguiva un ordine.
Alla quarta traversata era già stremata.
Una tavola galleggiante le si incastrò sotto una zampa posteriore.
Per liberarsi dovette tirare mentre continuava a tenere il cucciolo con la bocca.
Quando raggiunse la barca, due unghie erano spaccate.
La sollevai sotto il torace.
Il cuore le martellava.
«Adesso basta.»
La misi tra le coperte.
Lei controllò i quattro cuccioli.
Sempre nello stesso ordine.
Nero.
Miele.
Bianco e marrone.
Grigio e bianco.
Poi si alzò.
«No.»
Le presi il collare.
Lei fissava la rimessa.
Marco si mise davanti.
«Il tuo corpo non ce la fa più.»
La cagna gli passò accanto.
Quella quinta traversata durò più delle altre.
L’acqua era salita.
La finestra quasi non si vedeva più.
La cagna tentò di entrare usando un contenitore di plastica incastrato contro la parete.
Scivolò.
Provò di nuovo.
Scomparve.
Passò più di un minuto.
Sentimmo un guaito.
Poi niente.
Mi agganciai una corda al giubbotto.
«Se quella baracca si muove, entro.»
Paolo non rispose.
Stringeva la maniglia del motore.
Finalmente comparve il muso della cagna.
Portava un cucciolo color crema con una macchia bianca sulla fronte.
La lamiera le aveva graffiato una spalla.
Entrò in acqua.
Un grosso contenitore di metallo passò tra noi.
La cagna cambiò direzione due volte.
A un certo punto sollevò il cucciolo così in alto che i suoi occhi finirono sott’acqua.
Nuotò alla cieca.
Quando riaffiorò, tossì senza mollare la presa.
Mi sporsi.
«Dammi il piccolo.»
Lei non lo lasciò.
Posai una mano sotto il petto del cucciolo.
Solo allora aprì la bocca.
Paolo sollevò la madre nella barca.
Quella volta non protestò.
Cinque cuccioli.
«Forse Lina ricordava male», disse Paolo.
«Forse erano cinque.»
La cagna cominciò il controllo.
Nero.
Miele.
Bianco e marrone.
Grigio e bianco.
Crema.
Alla fine rimase immobile.
Le orecchie si sollevarono.
Anche noi sentimmo il rumore.
Grattare.
Dall’interno della rimessa.
La cagna si alzò.
«No.»
Le strinsi il collare con entrambe le mani.
La perlina gialla mi premeva contro il pollice.
Lei continuava a guardare la finestra.
Marco disse piano:
«Laura, se la tieni qui, quello che è là dentro non esce.»
Lasciai il collare.
La cagna partì per la sesta volta.
Questa volta Paolo spinse la barca più avanti possibile.
La rete sommersa ci impediva di raggiungerla.
La cagna tentò due volte di salire alla finestra.
Alla terza infilò una zampa sul bordo e ruotò il corpo di lato.
Un pezzo di lamiera le strappò del pelo.
Poi scomparve.
Il tetto della rimessa si mosse.
Una parete si piegò verso l’esterno.
Dalla finestra uscirono una coperta rossa, una ciotola e una torcia di plastica.
Sulla torcia c’era una grande lettera scritta a pennarello.
M.
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