Il pastore tedesco sepolto nel fango mosse un solo orecchio: quel gesto mi indicò chi stava ancora respirando sotto i miei piedi
Erano le 16:37 del 14 settembre quando vidi quelle due punte nere spuntare dal fondo asciutto del lago di Pietrachiara.
Da lontano sembravano canne spezzate.
Quasi tirai dritto.
Poi una delle due si mosse.
Mi chiamo Marco Bellini. Avevo quarantasette anni e da quasi venti lavoravo come agente di vigilanza del territorio in una zona di piccoli paesi dell’Appennino, dove tutti conoscono tutti e dove una macchina sconosciuta parcheggiata davanti al bar diventa argomento di conversazione prima ancora che il conducente abbia ordinato il caffè.
Quell’estate la siccità aveva prosciugato quasi tutto il lago.
Le barche erano rimaste sugli invasi. I pontili finivano nel nulla. Dove l’anno prima c’erano due metri d’acqua, adesso si vedevano crepe larghe quanto una mano.
Non c’era motivo perché un animale si trovasse in mezzo a quella distesa.
Presi una pala, un piede di porco e una borraccia.
Dopo cinquanta metri il terreno cominciò a rompersi sotto gli scarponi come vecchie piastrelle.
Il calore usciva dalle fessure.
Quando raggiunsi quelle due punte nere, una sparì.
Mi inginocchiai.
Tolsi polvere con i guanti.
Prima comparve una fronte.
Poi un occhio chiuso.
Infine una parte del muso.
Era un pastore tedesco.
Il fango gli si era seccato intorno fino a diventare una specie di cemento. Non capivo più dove finisse la terra e dove cominciasse il suo corpo.
«Piano, bello. Piano.»
L’occhio si aprì.
Color ambra.
Ma non guardò me.
Guardò oltre la mia spalla.
Verso il mio scarpone sinistro.
Lo spostai.
L’orecchio destro del cane si sollevò con una fatica tremenda.
Una sola volta.
Poi si inclinò verso la crepa accanto a me.
Fu un movimento minuscolo.
Eppure, ancora oggi, credo che la mia vita sia cambiata in quell’istante.
Chiamai la mia collega, Sara Moretti.
Arrivò con acqua, un telo, due cacciaviti larghi e una cassetta di primo soccorso.
Versammo qualche goccia accanto al collo del cane.
L’acqua non penetrò.
Rimase sopra.
Sara mi guardò.
«Marco, questo non è più fango.»
Aveva ragione.
Era una crosta dura come calcestruzzo.
Non potevamo tirarlo fuori.
Avremmo rischiato di spezzargli le zampe.
Così cominciammo a togliere la terra pezzo per pezzo, partendo da lontano e avvicinandoci lentamente al corpo.
Ogni colpo del piede di porco faceva vibrare il terreno.
Il cane non ringhiò.
Non abbaiò.
Non provò neppure a mordere.
Respirava attraverso uno spazio largo due dita.
Alle 17:04 trovammo il collare.
Pelle blu, vecchia, con una fibbia di ottone.
La medaglietta mancava.
Sull’anello c’erano graffi recenti.
«Questo cane aveva una casa», disse Sara.
Gli toccai il collo.
Il cuore correva troppo veloce.
«Allora perché nessuno è qui a cercarlo?»
Liberammo la prima zampa alle 17:21.
Le unghie erano consumate.
Ma la cosa strana erano i segni lasciati nella terra.
Un animale intrappolato prova quasi sempre a scavare verso l’alto.
Quel cane, invece, aveva scavato di lato.
Sempre dalla stessa parte.
Verso la crepa accanto al mio scarpone.
Undici minuti dopo riuscimmo a liberarlo.
Cadde sul telo.
Non tentò di alzarsi.
Sara gli bagnò le gengive.
Io controllai le zampe.
Poi sentì qualcosa.
Il cane sollevò la testa.
Si trascinò giù dal telo e tornò verso la crepa.
«Ehi, no.»
Lo presi dal collare.
Lui puntò le zampe anteriori contro la terra e cominciò a raschiare.
Non aveva quasi più forza.
Eppure insisteva.
Sara smise di parlare.
«Marco… ascolta.»
Restammo immobili.
All’inizio non sentii nulla.
Poi arrivò un rumore.
Tre graffi.
Pausa.
Un altro graffio.
Così debole che pensai di essermelo immaginato.
Il pastore tedesco appoggiò il naso contro la crepa.
Emise un suono basso.
Non era un lamento.
Sembrava una risposta.
Guardai il sole che stava scendendo dietro i monti.
La clinica veterinaria più vicina era a quasi quaranta chilometri.
Il cane accanto a noi aveva bisogno di cure subito.
Scavare ancora significava perdere tempo.
Andarcene significava lasciare qualcosa sotto terra.
Piantai il piede di porco nella crepa.
Il cane chiuse l’occhio.
E rimase con il muso premuto contro il terreno.
Sollevai il primo blocco.
Era spesso quasi quindici centimetri.
Sotto, il fango era più scuro.
Ancora umido.
Allargammo l’apertura centimetro dopo centimetro.
A circa trenta centimetri di profondità, il mio guanto toccò qualcosa di morbido.
Pelo.
Sara mi fissò.
«È vivo?»
Infilai due dita più in basso.
Sentii un battito.
Poi niente.
Aspettai.
Un altro battito.
C’era un secondo cane.
Una femmina di pastore tedesco.
Era sdraiata su un fianco sotto una lastra di fango collassata. La testa era finita più in basso del corpo, ma una vecchia radice aveva creato davanti al muso una piccola sacca d’aria.
La differenza fra la vita e la morte era stata quella radice.
E il corpo del primo cane.
Lui era rimasto incastrato in posizione verticale accanto a lei, impedendo che la crosta si abbassasse ancora.
Chiamammo rinforzi e una squadra veterinaria.
Arrivarono uomini con tavole rigide e attrezzatura da sollevamento.
Ma il terreno era troppo fragile.
Così usammo soprattutto le mani.
Il maschio seguiva ogni movimento.
Quando smettevamo di scavare, raschiava una volta il bordo.
Come se ci ordinasse di continuare.
Alle 18:09 liberammo la testa della femmina.
Era più anziana.
Il muso ormai grigio.
Una piccola cicatrice sul naso.
Anche lei portava un collare blu.
Stessa pelle.
Stessa fibbia.
Stesse cuciture.
La medaglietta era sparita anche dal suo.
Alle 18:17 riuscimmo a sollevarla.
Non respirava.
Una tecnica veterinaria le liberò la bocca dal fango.
Un soccorritore iniziò le compressioni.
Il maschio si trascinò fino alla barella e vi appoggiò una zampa.
Nessuno ebbe il coraggio di spostarla.
Dopo qualche secondo che mi sembrò eterno, la femmina tossì.
Poi inspirò.
Un respiro duro.
Irregolare.
Ma era un respiro.
Il maschio avvicinò il naso al suo muso.
Dopodiché si lasciò cadere.
Come se avesse finalmente ricevuto il permesso di smettere di resistere.
Caricammo prima lei.
Quando provammo a mettere lui in un trasportino separato, si oppose per la prima volta.
Girava la testa verso l’ambulanza veterinaria.
Non si mosse finché non sistemammo le due gabbie una accanto all’altra.
Solo allora bevve.
La mattina seguente tornai al lago con Sara.
Volevamo capire come fossero arrivati fin lì.
Le impronte cominciavano vicino a una fascia di canne, circa centocinquanta metri più a nord.
Due serie.
Una accanto all’altra.
Dopo qualche decina di metri, le zampe posteriori della femmina avevano iniziato a trascinarsi.
Il maschio aveva cominciato a girarle intorno.
Davanti.
Dietro.
Di fianco.
Poi la femmina aveva sfondato una crosta sottile ed era affondata.
Il maschio era entrato dietro di lei.
Vedemmo i segni dei suoi tentativi di tirarla fuori.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





