Acqua.
Un recinto.
Ma nessuno li portava a passeggio.
Ogni pomeriggio alle quattro e mezza Luna si alzava e guardava verso est.
Verso San Giusto.
Verso casa.
Il 2 settembre svuotarono l’abitazione di Ettore.
Giuseppina vide uscire la sua poltrona marrone.
La cassetta degli attrezzi.
Una credenza che Teresa aveva comprato quando si erano sposati.
Perfino una ciotola di ceramica blu in cui per trent’anni avevano lasciato le chiavi.
Tre giorni dopo la casa venne venduta.
Il 9 settembre qualcuno chiuse male il cancello del recinto.
Argo lo spinse.
Luna lo seguì.
Una telecamera privata li riprese all’alba lungo una strada secondaria.
Non stavano vagando.
Camminavano in una direzione precisa.
Attraversarono campi.
Costeggiarono capannoni.
Raggiunsero la vecchia ferrovia.
Poi entrarono in paese.
Alle 6:08 la telecamera di Giuseppina li registrò davanti al civico 18.
Argo salì i gradini.
Luna rimase sul marciapiede.
Lui annusò la porta.
Raschiò due volte.
Aspettò.
Nessuno aprì.
Dentro non c’era più l’odore di Ettore.
C’erano detergente, vernice fresca e stanze vuote.
Alle 6:31 Argo scese.
Raggiunse Luna.
I due si incamminarono verso nord.
Verso il lago.
Percorsero quasi trenta chilometri seguendo strade, sentieri e odori che avevano imparato durante gli anni con Ettore.
Prima erano tornati a casa.
Quando casa non aveva risposto, avevano cercato il secondo posto che conoscevano.
Il lago.
Il grande pioppo.
Le passeggiate del sabato.
Fu lì che Luna sfondò il terreno.
Fu lì che Argo riuscì a liberarsi.
E fu lì che tornò indietro.
Quando raccontai tutto a Sara, lei rimase in silenzio.
Poi disse una frase che non ho più dimenticato.
«Forse non stavano cercando un posto.»
«E cosa?»
«Lui.»
Luna peggiorò durante la seconda notte.
La clinica mi chiamò poco dopo l’una.
Mia moglie Anna venne con me.
Argo non mangiava.
Restava sdraiato con gli occhi rivolti verso il box dove Luna riceveva ossigeno.
Anna si sedette sul pavimento.
Non provò ad accarezzarlo.
Posò soltanto un pezzetto di pollo vicino alla porta.
Argo lo annusò.
Niente.
Allora lei lo spostò più vicino al box di Luna.
Argo mangiò.
Da quel momento il personale cominciò a mettergli la ciotola in una posizione dalla quale potesse vedere lei.
Mangiava.
Se la spostavano dietro, smetteva.
Capimmo una cosa semplice.
Argo non aveva bisogno di stare incollato a Luna ogni secondo.
Aveva bisogno di sapere che non era sparita.
Alle due del mattino gli permisero di entrare nella stanza.
Aveva ancora le zampe deboli.
Lo sostennero con una fascia.
Si avvicinò al tavolo.
Luna era sotto una copertura trasparente.
Argo si stese lungo il suo lato sinistro.
Posò il mento accanto alla zampa di lei.
Il battito di Luna aumentò.
Nessuno aveva cambiato farmaci.
Nessuno aveva fatto altro.
Argo rimase lì fino all’alba.
Luna superò la notte.
Nei giorni successivi il veterinario ci spiegò qualcosa che ci fece ancora più male.
Argo avrebbe potuto camminare via dal lago almeno fino al terzo giorno.
Aveva perso liquidi.
Era stanco.
Ma i muscoli mostravano che aveva continuato a muoversi.
Per forse settantadue ore avrebbe potuto raggiungere il parcheggio.
Qualcuno lo avrebbe visto.
Qualcuno lo avrebbe salvato.
Lui era rimasto accanto al buco.
Non perché non sapesse uscire.
Perché ogni volta che usciva, Luna restava sola.
Il quinto giorno Luna riuscì a respirare senza ossigeno.
Aprì gli occhi.
Argo dormiva su una coperta sotto il tavolo.
Lei fece scivolare una zampa verso il bordo.
Argo si svegliò prima che lo toccasse.
Si alzò.
Mise la fronte sotto quella zampa.
Rimasero così.
Anna mi strinse il braccio.
«Marco.»
La guardai.
«Li portiamo a casa noi.»
Non disse “Argo”.
Non disse “Luna”.
Disse soltanto:
«Tutti e due.»
Davide tornò da Torino una settimana dopo.
Entrò nella clinica con una vecchia borsa di tela.
Argo la sentì prima ancora di riconoscere l’uomo.
Si avvicinò.
Davide aprì la borsa e tirò fuori una camicia di flanella rossa.
Era di Ettore.
Argo ci affondò il muso.
Luna arrivò più lentamente.
Annusò il tessuto.
Poi vi appoggiò sopra una zampa e si sdraiò.
Davide si sedette sul pavimento.
Non disse nulla per molto tempo.
Poi abbassò la testa.
«Avrei dovuto portarli con me.»
Nessuno rispose.
Non perché avesse ragione.
Non perché avesse torto.
Ci sono momenti in cui giudicare è troppo facile.
Davide aveva perso il padre.
Aveva dovuto decidere cento cose in pochi giorni.
Funerale.
Casa.
Lavoro.
Debiti.
Mobili.
Viaggi.
Pensava che i cani fossero al sicuro.
Pensava di avere tempo.
Nella vita, quasi tutte le cose che perdiamo per sempre sembrano temporanee fino al momento in cui non lo sono più.
Davide ci consegnò le ciotole di Ettore.
La camicia.
Una fotografia.
Era stata scattata al lago la primavera precedente.
Ettore stava in mezzo ai due cani.
Argo alla sua destra.
Luna alla sua sinistra.
Le mani dell’uomo poggiavano sulle loro teste.
Sul retro c’era una data e una frase scritta con una grafia tremante:
“Finché torniamo tutti e tre, è una bella giornata.”
Portammo Argo e Luna a casa nostra il 25 settembre.
Vivevamo in una casa con un piccolo terreno recintato appena fuori da un paese vicino.
Non avevamo più animali.
Il nostro vecchio cane era morto quattro anni prima.
Avevo buttato la sua cuccia mentre Anna era al lavoro perché nessuno dei due riusciva a farlo davanti all’altro.
Argo entrò per primo.
Fece sei passi.
Poi tornò verso la macchina.
Luna era ferma sulla rampa.
Non voleva salire.
Argo scese.
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