Si mise accanto alla sua spalla sinistra.
Luna fece un passo.
Lui fece un passo.
Salirono insieme.
Attraversarono la porta insieme.
Per due settimane Argo non dormì se non poteva toccarla.
Avevamo comprato due cuscini.
Ogni notte trascinava il suo finché i bordi non si sovrapponevano.
Luna dormiva su un fianco.
Argo si arrotolava dietro di lei.
Il 3 ottobre arrivò la prima pioggia seria.
Le gocce cominciarono a battere sul tetto poco prima di mezzanotte.
Argo si svegliò di colpo.
Si mise in piedi sopra Luna.
Ansimava.
Anna si sedette vicino a lui.
Io aprii la porta sul giardino.
La terra era bagnata.
Ma solida.
Luna si alzò.
Andò sulla veranda.
Si voltò.
Argo la seguì.
Luna appoggiò una zampa sulla prima tavola bagnata.
Argo mise la sua accanto.
Non scesero in giardino.
Non serviva.
La guarigione arrivò così.
A piccoli gesti.
Luna riprese peso.
Argo tornò a camminare senza dolore.
Il pelo ricrebbe.
Impararono che la macchina li riportava sempre indietro.
Impararono che Anna riempiva entrambe le ciotole prima di metterne una a terra.
Ma certe abitudini non cambiarono.
Alle 6:10 Argo prendeva i guinzagli.
Alle 16:30 Luna aspettava davanti al cancello.
Noi non gli avevamo insegnato quegli orari.
Lo aveva fatto Ettore.
Il 14 ottobre Davide ci scrisse un messaggio.
Ci indicò dove era sepolto suo padre.
“Credo che papà vorrebbe sapere che stanno insieme.”
Decidemmo di portarli.
Durante il viaggio Argo rimase seduto.
Luna teneva la testa sulle sue zampe.
Arrivati al piccolo cimitero del paese, iniziammo a cercare il numero della fila.
Argo tirò.
Non violentemente.
Con sicurezza.
Camminò verso un settore laterale.
Si fermò davanti a una lapide nuova.
Io rimasi immobile.
Non capivo come potesse saperlo.
Poi vidi dei fiori secchi.
Davide ci spiegò più tardi che durante il funerale aveva messo sotto quei fiori un piccolo pezzo della camicia rossa di Ettore.
Argo annusò la terra.
Luna gli si affiancò.
Si sedette.
Poi piegò lentamente le zampe.
Argo rimase in piedi ancora qualche secondo.
Guardò Luna.
Infine si sdraiò alla sua destra.
Esattamente come nelle passeggiate con Ettore.
Restarono lì ventitré minuti.
Anna si sedette dietro di loro.
Io tenevo i due guinzagli senza stringerli.
Non ce n’era bisogno.
Da allora siamo tornati il giorno quattordici di ogni mese.
D’inverno Argo annusa la base della lapide anche quando è coperta di brina.
In primavera Luna evita sempre i fiori.
Portiamo una bottiglia d’acqua.
Versiamo metà in una ciotola e metà nell’altra.
Argo aspetta che Luna beva.
Poi beve lui.
Non siamo più tornati davanti alla casa di Ettore.
Una volta siamo passati per caso in quella strada.
Argo si è alzato sul sedile.
Ha cominciato a camminare avanti e indietro.
Ho continuato a guidare.
La casa adesso appartiene a un’altra famiglia.
Ci sono biciclette nel cortile.
Tende nuove.
Voci di bambini.
Una casa venduta ha il diritto di diventare la casa di qualcun altro.
Il cimitero è diverso.
Lì Argo e Luna non cercano una porta che dovrebbe aprirsi.
Sanno che non si aprirà.
Luna oggi è molto anziana.
Il muso è quasi tutto bianco.
In corridoio abbiamo messo dei tappeti perché le zampe posteriori non scivolino.
Argo dorme ancora vicino a lei.
Ma quando piove non le si mette più sopra.
A volte si sveglia.
La guarda respirare.
Poi torna a dormire.
Qualche settimana fa Luna ha inciampato sul gradino della veranda.
Argo è scattato verso di lei.
Luna ha ritrovato l’equilibrio prima che lui arrivasse.
Ha continuato a camminare.
Poi si è voltata.
Lo ha guardato come fanno certe mogli dopo cinquant’anni di matrimonio quando il marito insiste ancora per portare una borsa che potrebbero tranquillamente sollevare da sole.
Argo si è fermato.
Ha abbassato le orecchie.
Poi l’ha seguita.
Alla sua velocità.
Qualcuno, in paese, lo chiama ancora “il cane che rifiutò di essere salvato”.
Io non l’ho mai visto così.
Argo accettò il salvataggio nel momento esatto in cui capimmo che per salvare lui dovevamo salvare anche Luna.
Era uscito dal fango.
Aveva raggiunto la terra solida.
Aveva avuto fame.
Sete.
Paura.
Aveva ancora abbastanza forza per andarsene.
Poi si era voltato.
Perché dietro di lui c’era qualcuno che Ettore aveva sempre tenuto alla propria sinistra.
Forse per un cane il mondo è più semplice del nostro.
Non esistono pratiche da firmare.
Case da vendere.
Eredità da sistemare.
Orari di lavoro.
Scuse dette troppo tardi.
Esiste soltanto chi appartiene al tuo branco.
E se uno rimane indietro, torni indietro anche tu.
Argo e Luna avevano camminato per chilometri cercando un uomo che non avrebbe mai più aperto quella porta.
Avevano trovato la casa vuota.
Poi avevano seguito un’altra strada conosciuta.
Il lago.
Il pioppo.
Il posto dove il loro vecchio padrone sedeva tra loro mentre il sabato pomeriggio passava lento, come passavano una volta i pomeriggi nei nostri paesi.
Noi non potevamo restituire Ettore.
Non ci abbiamo mai provato.
Abbiamo dato loro un cancello che si apre.
Due ciotole.
Due cuscini.
Una macchina che torna sempre a casa.
E soprattutto abbiamo fatto una promessa silenziosa.
Nessuno dei due sarebbe più rimasto indietro.
Ogni quattordici del mese Argo e Luna si sdraiano accanto alla lapide di Ettore.
Aspettiamo.
Senza chiamarli.
Senza tirare i guinzagli.
Quando Luna decide che è il momento, si alza lentamente.
Argo si alza subito dopo.
Vengono verso di noi.
Io apro il cancello del cimitero.
E pronuncio le uniche parole che Argo, finalmente, non sembra più temere.
«Andiamo a casa.»





