Aveva scavato davanti alle sue spalle.
Poi dietro.
Poi ancora di lato.
Ma la cosa che mi fece fermare fu un’altra.
Le impronte del maschio uscivano dal buco.
Arrivavano su terreno solido.
Continuavano per quasi venti metri.
E poi tornavano indietro.
Sara le seguì con gli occhi.
«Era libero.»
Annuii.
«Sì.»
Il cane non era rimasto intrappolato per caso.
Era uscito.
Aveva avuto una via di fuga.
Poi aveva scelto di tornare.
Vicino al punto in cui avevamo scavato trovammo diverse piccole depressioni.
Erano i posti in cui aveva dormito.
Una sul lato dove la sera arrivava più vento.
Un’altra sopra la testa della femmina.
Lì c’erano segni sottili sulla superficie.
Probabilmente aveva leccato il fango più umido vicino alla piccola apertura per mantenerla libera.
Le sue impronte arrivavano anche a una pozza d’acqua rimasta in fondo al bacino.
Ci era andato almeno tre volte.
Ogni volta era tornato da lei.
Secondo il veterinario e secondo gli strati di terra secca, quei due cani erano rimasti lì per quasi cinque giorni.
Per almeno tre giorni il maschio aveva avuto abbastanza forza per andarsene.
Non lo fece.
Nelle canne trovammo finalmente due medagliette.
Una era piegata.
L’altra ancora agganciata a un piccolo pezzo di pelle blu strappata.
I nomi erano incisi sul metallo.
Argo.
Luna.
Stesso numero di telefono.
Stesso indirizzo.
Via delle Ginestre 18, San Giusto.
Sotto, un nome.
Ettore Bianchi.
Chiamai.
Rispose una segreteria telefonica.
La voce apparteneva a un uomo anziano.
«Avete chiamato Ettore. Probabilmente sono fuori con Argo e Luna. Lasciate un messaggio e vi richiamo quando noi tre saremo tornati a casa.»
Rimasi con il telefono all’orecchio.
La registrazione finì.
La riascoltai.
Poi guidai fino a San Giusto.
Via delle Ginestre era una di quelle strade dove i balconi hanno ancora i gerani, le tende vengono scosse fuori dalla finestra la mattina e alle dodici e mezzo l’odore del sugo passa da una casa all’altra.
Il civico 18 era vuoto.
Tapparelle alzate.
Stanze spoglie.
Un cartello annunciava che la casa era stata venduta.
Dal portone accanto uscì una donna sui settant’anni con una tazzina di caffè in mano.
Vide le medagliette.
La tazzina le tremò.
«Li avete trovati?»
«Sì.»
«Tutti e due?»
«Sì.»
Si portò una mano alla bocca.
«Sono vivi?»
«Argo è stabile. Luna è ancora grave.»
La donna si chiamava Giuseppina.
Conosceva Ettore da quarant’anni.
«Sono spariti dodici giorni fa», disse.
«Chi li cercava?»
Giuseppina guardò la casa vuota.
«Quello è il problema.»
Ettore Bianchi aveva settantanove anni.
Aveva riparato trattori, pompe, motorini e qualunque cosa avesse un motore per quasi mezzo secolo.
Nel paese dicevano che riusciva a capire cosa non funzionava da un rumore sentito dall’altra parte della strada.
La moglie, Teresa, era morta sei anni prima.
Da quel giorno Ettore aveva smesso quasi completamente di andare al bar la sera.
Diceva che tornare in una casa vuota dopo aver sentito parlare gli altri gli faceva più male che rimanere direttamente a casa.
Argo era arrivato l’anno dopo.
Un pastore tedesco giovane, troppo vivace per un uomo vicino agli ottant’anni.
Tutti avevano cercato di convincerlo a scegliere un cane più piccolo.
Ettore non volle sentire ragioni.
«Mi si è appoggiato al ginocchio destro», aveva detto.
«Quello è il ginocchio che mi fa male. Se l’ha capito lui prima di voi, viene a casa con me.»
Luna era arrivata circa un anno e mezzo dopo.
Già anziana.
Già lenta.
Il precedente padrone non poteva più occuparsene.
Quando Ettore andò a conoscerla, Luna ignorò tutti.
Poi lui si sedette.
Lei posò il mento sulla sua scarpa sinistra.
Ettore la portò via quello stesso pomeriggio.
Da quel giorno Argo camminava sempre alla sua destra.
Luna sempre alla sua sinistra.
Alle sei e dieci del mattino uscivano per la prima passeggiata.
Alle quattro e mezza del pomeriggio per la seconda.
D’estate Ettore portava una bottiglia d’acqua per sé e una vecchia ciotola smaltata per loro.
La domenica pranzava spesso da solo.
Pasta fatta in casa, un po’ di carne, frutta.
Ma apparecchiava sempre il tavolo con due tovaglioli in più.
Uno sotto la ciotola di Argo.
Uno sotto quella di Luna.
Giuseppina lo prendeva in giro dalla finestra.
«Ettore, guarda che quelli non usano il tovagliolo.»
Lui rispondeva sempre allo stesso modo.
«Nemmeno certi miei parenti, ma a loro lo mettiamo lo stesso.»
Il sabato, quando le gambe glielo permettevano, prendeva la sua vecchia utilitaria e guidava fino al lago di Pietrachiara.
Argo entrava nell’acqua.
Luna si stendeva sotto un grande pioppo.
Ettore si sedeva in mezzo.
La siccità aveva cambiato il lago.
Ma non aveva cancellato quell’abitudine.
Il 2 agosto Ettore morì in casa.
Un malore improvviso.
Fu proprio Argo ad avvertire Giuseppina.
Alle prime luci dell’alba si mise ad abbaiare davanti alla porta sul retro della vicina.
Quando lei entrò, trovò Ettore sul pavimento.
Luna era sdraiata alla sua sinistra.
Argo era vicino all’ingresso.
Aveva il guinzaglio in bocca.
Il figlio di Ettore, Davide, viveva a Torino da molti anni.
Arrivò il giorno dopo.
Funerale.
Documenti.
Banca.
Casa.
Bollette.
Vestiti.
Mobili.
Quelle cose terribili che arrivano tutte insieme proprio quando una persona avrebbe bisogno soltanto di sedersi e piangere.
Davide viveva in un piccolo appartamento e lavorava con turni molto lunghi.
Non poteva prendere due cani grandi.
Chiese quindi a un cugino che viveva fuori dal paese di tenerli temporaneamente.
La sistemazione durò ventisette giorni.
Argo e Luna avevano cibo.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





