Così ogni mattina Matteo toccava il suo naso, lo avvicinava alla pancia di Luna e poi controllava gli altri.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Luna guardava.
La sera, stessa cosa.
Sei nasi significavano che nessuno era rimasto lontano.
Sei significavano che Matteo smetteva di cercare.
Sei significavano che potevano spegnere la luce.
Luna non aveva imparato a contare.
Aveva imparato cosa significava arrivare fino alla fine.
La perlina gialla sul collare completava la storia.
Era caduta da un vecchio braccialetto usato da Matteo a scuola per fare semplici esercizi con i numeri.
Luna l’aveva trovata sul pavimento.
Matteo l’aveva legata al collare.
«Così ce l’ha anche lei», disse.
Durante l’alluvione quella perlina aveva colpito il muso della cagna a ogni bracciata.
Un piccolo oggetto inutile.
Eppure, quando lo guardavo, non riuscivo più a pensare che fosse solo plastica.
Teresa e Matteo non avevano abbandonato Luna.
L’acqua era entrata in casa mentre dormivano.
Teresa aveva fatto uscire Matteo dalla finestra.
Poi aveva cercato di raggiungere la rimessa.
La corrente l’aveva buttata contro i gradini.
Matteo, dall’interno, l’aveva afferrata per la maglia.
Un vicino era riuscito a portarli via con una piccola barca.
Matteo aveva gridato il nome di Luna finché la casa non era scomparsa dietro la pioggia.
Teresa era stata portata al pronto soccorso.
Il telefono era rimasto in casa.
Da quella mattina Matteo chiedeva a chiunque incontrasse:
«Sono andati anche in via del Molino?»
Quando una donna del centro di accoglienza aveva finalmente ricevuto notizia dell’ambulatorio, erano venuti da noi.
La cosa che più mi colpì, però, venne dopo.
Luna aveva salvato Nerino per primo.
Non perché fosse figlio suo.
Non perché fosse il più forte.
Perché era quello più esposto.
Quello che, nella sua esperienza quotidiana, aveva sempre avuto bisogno di essere controllato per primo.
Poi aveva portato fuori gli altri seguendo quasi la posizione in cui dormivano.
Dall’esterno verso il punto più riparato della rimessa.
Non aveva scelto per sangue.
Aveva scelto per necessità.
Nei giorni successivi il paese intero sembrò entrare nell’ambulatorio.
Qualcuno portò sacchi di crocchette.
Una pensionata lasciò cinque vecchi asciugamani piegati.
Il fornaio arrivò con due teglie di focaccia per noi.
«Per gli animali non va bene, lo so. Questa è per voi, che avete la faccia di chi non mangia da ieri.»
Un idraulico sistemò gratuitamente una perdita.
Una signora che litigava con Teresa da anni per un confine dell’orto lasciò davanti alla porta una busta con cinquanta euro.
Non volle entrare.
«Non dite che sono stata io.»
«Perché?»
«Perché poi quella pensa che voglio fare pace.»
Il giorno dopo tornò con altri venti euro.
Nei paesi siamo fatti così.
Possiamo non salutarci per anni.
Possiamo ricordare una parola sbagliata detta a un matrimonio nel 1998.
Possiamo discutere per un ramo che supera una rete.
Ma quando l’acqua entra nelle case, certe stupidaggini improvvisamente pesano meno.
Teresa e Matteo furono sistemati temporaneamente in un appartamento sopra una vecchia ferramenta chiusa.
Non potevano però tenere subito tutta la cucciolata.
Luna e i piccoli rimasero da noi.
Matteo veniva due volte al giorno.
Prima di andare a scuola.
E alla sera.
Toccava sei nasi.
Luna osservava.
A volte anticipava il suo dito e controllava il cucciolo successivo.
Matteo rideva.
«No, furbetta. Si parte da capo.»
E ricominciava da Nerino.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Poi, una mattina, Nerino smise di mangiare.
Girava il muso.
Respirava male.
L’acqua sporca che aveva ingerito durante l’alluvione gli aveva provocato un problema ai polmoni.
Lo mettemmo sotto ossigeno.
Matteo rimase fuori dalla stanza per ore.
Luna aveva cinque cuccioli suoi che la cercavano.
Eppure si sdraiò davanti alla porta dove tenevamo Nerino.
Con il naso contro la fessura.
Quella notte il piccolo peggiorò.
Anna decise di far entrare Luna.
La cagna passò accanto ai tubi, si sdraiò vicino alla coperta riscaldata e curvò il corpo attorno a Nerino.
Il cucciolo strisciò verso la macchia bianca sul suo petto.
Posò lì la testa.
Luna non si mosse.
La mattina seguente Nerino bevve qualche millilitro di latte.
Quando Matteo arrivò, toccò il suo naso.
«Uno.»
Nerino aprì la bocca e gli prese il dito.
Matteo rimase immobile.
Poi sorrise.
E continuò.
«Due.»
Nerino si riprese lentamente.
Gli altri cinque cuccioli trovarono casa nel giro di alcune settimane.
Teresa volle conoscere personalmente ogni famiglia.
La femmina grigio-bianca andò proprio dalla signora Lina, che la chiamò Pioggia.
Il gatto rosso non apprezzò.
Per almeno un mese governò la casa da sopra un armadio.
Nerino, invece, avrebbe dovuto trovare un’altra sistemazione.
Teresa ci disse una sera:
«Io voglio bene a quel piccolo. Ma devo essere realista. Con Luna riesco. Con due cani non so.»
Matteo non fece scenate.
Non pianse.
Prese Nerino in braccio.
Gli toccò il naso.
E lo rimise nella cesta.
La mattina dopo trovammo una busta sotto la porta.
Dentro c’erano buoni per sei mesi di cibo, il denaro necessario per vaccinazioni e visite e un biglietto scritto con una grafia tremante.
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