Diceva soltanto:
“Il primo che lei ha salvato non può essere il primo che perde.”
Nessun nome.
La telecamera esterna era stata rovinata dall’acqua.
Chiedemmo in giro.
Nessuno sapeva nulla.
O forse tutti sapevano qualcosa.
Nel giro di due giorni comparvero anche una cuccia usata, due guinzagli, ciotole e una coperta a quadri.
Il pensionato del civico 14 giurò di non aver visto niente.
Poi gli cadde dalla tasca lo scontrino della cuccia.
Non dicemmo nulla.
Teresa portò a casa Nerino.
Quando Luna entrò nel piccolo appartamento provvisorio, controllò la cucina.
La camera.
Il corridoio.
Lo spazio sotto il letto pieghevole di Matteo.
Poi tornò alla porta.
Aspettò.
Matteo entrò con Nerino in braccio.
Luna gli toccò il naso.
Soltanto allora si sdraiò.
Ci volle quasi un anno prima che Teresa e Matteo avessero una nuova casa.
Non tornarono a vivere vicino al fiume.
Il quartiere raccolse mobili, stoviglie e soldi.
Un muratore offrì parte del lavoro.
Un falegname costruì i pensili della cucina con legno avanzato da un altro cantiere.
La signora del confine dell’orto portò una tovaglia ricamata.
«Non è per Teresa», precisò.
«È per il tavolo.»
Naturalmente.
La nuova casa era piccola.
Ma stava in alto.
Dal portico si vedevano le colline.
Luna scelse subito il posto accanto alla porta.
Da lì poteva controllare il vialetto e il punto dove Matteo aspettava l’autobus.
Nerino diventò un cane nero dalle zampe lunghe, il petto stretto e il mento bianco.
Dormiva spesso con una zampa appoggiata alla coda di Luna.
Non diventò mai un grande nuotatore.
Matteo, invece, volle imparare.
Con Paolo cominciò a frequentare un piccolo corso di sicurezza in acqua organizzato dai volontari locali.
Imparò a lanciare una corda.
A non entrare in corrente senza protezione.
A capire che il coraggio non significa buttarsi ovunque.
«Se ti metti in pericolo anche tu», gli diceva Paolo, «poi devono salvare due persone.»
Una volta al mese Matteo veniva ancora in ambulatorio.
Ci aiutava a preparare scatole per le emergenze.
Dentro mettevamo asciugamani, guinzagli, coperte, ciotole pieghevoli, garze e piccoli scaldini.
Matteo aggiungeva sempre un braccialetto con sei perline gialle.
«Ma alcune cucciolate hanno più di sei piccoli», gli dissi.
«Lo so.»
«E allora perché sei?»
Mi guardò come se la risposta fosse ovvia.
«Sei serve per ricordare.»
Un anno esatto dopo l’alluvione tornammo in via del Molino.
La vecchia rimessa non esisteva più.
Della casa restavano soltanto alcuni blocchi di cemento e un albero storto.
L’erba era cresciuta alta.
Teresa portò una coperta rossa.
Lina venne con Pioggia.
Paolo aveva ancora le caramelle alla menta nella tasca del giubbotto salvagente, anche se quel giorno l’acqua era tranquilla.
Luna si fermò sulla riva.
Le zampe ben piantate nel fango.
Nerino fece un passo avanti.
Lei gli mise una spalla davanti al petto e lo bloccò.
Matteo agganciò entrambi a due lunghe corde.
«Tranquilla», disse. «Oggi non deve nuotare nessuno.»
Nel giro di mezz’ora arrivarono anche gli altri cuccioli con le famiglie che li avevano adottati.
La femmina color miele scese da una macchina con una bandana al collo.
Il bianco e marrone arrivò sul furgoncino di un idraulico.
Pioggia cercò di inseguire una farfalla.
Il color crema era diventato enorme.
Il grigio con la striscia bianca corse verso Luna appena lo liberarono.
Cinque cuccioli ormai cresciuti.
E Nerino.
Sei.
Luna si alzò.
Matteo si inginocchiò.
Cominciò dal cane nero.
Toccò il suo naso.
«Uno.»
Miele.
«Due.»
Bianco e marrone.
«Tre.»
Pioggia.
«Quattro.»
Crema.
«Cinque.»
Grigio.
«Sei.»
Luna seguiva la mano del bambino.
Dopo ogni tocco di Matteo, appoggiava il proprio naso allo stesso muso.
Quando arrivò all’ultimo cane tornò indietro.
Si fermò davanti a Nerino.
Gli appoggiò il muso sopra la testa.
Nessuno disse niente.
Non serviva.
Ancora oggi, ogni sera, poco prima che Teresa chiuda le persiane, Luna si alza dal suo posto vicino alla porta.
Controlla la camera di Matteo.
La poltrona di Teresa.
La coperta di Nerino.
Lo spazio sotto il tavolo.
Poi torna sul portico.
Se tutti sono in casa, si sdraia.
Nerino le si mette accanto.
Matteo, ormai più alto, prima di spegnere la luce si china ancora verso di loro.
Tocca il naso nero.
Poi quello grigio.
Non ci sono più sei cuccioli da controllare.
Non importa.
Per quella famiglia il numero non ha mai significato soltanto sei.
Significa che chi aveva bisogno è stato visto.
Che chi era più fragile è stato cercato per primo.
Che anche chi non porta il tuo sangue può diventare tuo.
E che, quando la vita porta via quasi tutto, a volte basta una mano, una porta aperta, una busta lasciata senza firma o un animale ostinato per ricordare a un intero paese ciò che aveva dimenticato.
Prima di spegnere la luce, Matteo dice ancora le stesse due parole.
«Nessuno manca.»
E soltanto allora Luna chiude gli occhi.





