La cagna sfidò sei volte l’acqua per i cuccioli, ma il primo che salvò nascondeva una verità inattesa

Passarono trenta secondi.

Quaranta.

Cinquanta.

«Mi butto», dissi.

Marco afferrò la corda.

In quel momento la cagna ricomparve.

Aveva in bocca il sesto cucciolo.

Grigio come lei.

Con una piccola striscia bianca tra gli occhi.

Dietro di lei la rimessa cedette.

La parete si accartocciò.

L’acqua le passò sopra.

Il cucciolo scomparve.

Mi buttai.

L’acqua sapeva di fango, benzina e terra.

La corda si tese dietro la schiena.

Allungai un braccio.

Toccai pelo.

Prima riemerse la testa della madre.

Il cucciolo era ancora nella sua bocca.

Le passai un braccio sotto il petto.

Lei continuò a scalciare finché non vide la mia seconda mano sotto il piccolo.

A quel punto smise di combattermi.

Come se avesse capito.

Come se dicesse:

Adesso puoi aiutarmi.

Arrivammo alla barca insieme.

Marco prese il cucciolo.

Paolo trascinò dentro la madre.

Sei piccoli corpi erano distesi sulle coperte.

La cagna tremava tanto da non riuscire quasi a stare in piedi.

Eppure non si sdraiò.

Andò dal nero.

Gli toccò il naso.

Poi il secondo.

Il terzo.

Il quarto.

Il quinto.

Il sesto.

Quando arrivò all’ultimo, la coda batté una sola volta sul fondo di alluminio.

Poi crollò.

La temperatura era pericolosamente bassa.

Il battito irregolare.

La coprimmo.

Le avvicinammo ossigeno.

Ogni volta che qualcuno spostava i cuccioli, però, lei cercava di alzare la testa.

Alla fine misi il cucciolo nero vicino al suo muso.

La cagna gli posò una zampa sopra.

Il respiro rallentò.

Quando arrivammo all’ambulatorio del paese non c’era corrente.

Il generatore alimentava soltanto alcune stanze.

La veterinaria, la dottoressa Anna Bassi, arrivò con i pantaloni del pigiama sotto l’impermeabile.

Visitò prima la madre.

Ipotermia.

Acqua nei polmoni.

Zampe ferite.

Un muscolo della gamba posteriore lesionato.

Nulla, preso singolarmente, sembrava irreparabile.

Tutto insieme l’aveva portata vicino al limite.

Cinque cuccioli sembravano avere circa due settimane.

Il nero era diverso.

Più lungo.

Più sviluppato.

«Questo è più grande», disse Anna.

«Di quanto?»

«Forse quattro o cinque giorni.»

Guardò la madre.

«Non credo sia suo.»

La cagna allungò una zampa e trascinò il nero contro il proprio petto.

Anna sorrise appena.

«Per lei, evidentemente, il problema non esiste.»

Il microchip ci diede il nome.

La cagna si chiamava Luna.

La proprietaria era Teresa Moretti.

Il numero di telefono non funzionava.

Come contatto d’emergenza risultava proprio Lina, l’anziana che avevamo soccorso.

Per ore non sapemmo che fine avessero fatto Teresa e suo nipote Matteo.

A mezzogiorno Luna riuscì finalmente a bere.

Mangiò qualche boccone.

I cuccioli dormivano contro la pancia.

Sembrava finita.

Sei erano entrati nell’acqua.

Sei ne erano usciti.

Pensavamo che quel numero spiegasse tutto.

Alle quattro meno dieci qualcuno bussò alla porta chiusa dell’ambulatorio.

Fuori c’era una donna con una fasciatura alla gamba.

Accanto a lei, un bambino di dieci anni con pantaloni troppo corti ricevuti al centro di accoglienza.

Teneva in mano metà di una torcia rossa.

«Lei è Teresa?» chiesi.

La donna annuì.

«Mio nipote dice che avete trovato Luna.»

Il bambino non aspettò altro.

Entrò.

Luna riconobbe il rumore delle sue scarpe.

Alzò la testa.

Provò a mettersi in piedi.

«Ferma, Luna.»

La cagna si immobilizzò.

Matteo si inginocchiò accanto a lei.

Le mise le mani ai lati del collo e appoggiò la fronte sulla cicatrice sopra il suo occhio.

Non disse nulla.

Poi guardò i cuccioli.

Andò subito dal nero.

Gli scoprì il muso.

Toccò il naso con un dito.

«Uno.»

Passò alla femmina color miele.

«Due.»

Bianco e marrone.

«Tre.»

Grigio e bianco.

«Quattro.»

Crema.

«Cinque.»

Grigio con la striscia bianca.

«Sei.»

Matteo rimase con la mano sulla coperta.

«Non manca nessuno.»

Luna lasciò uscire un lungo respiro.

E abbassò la testa.

In quella stanza diventò tutto chiaro.

«Li conti sempre così?» domandò Anna.

Matteo annuì.

«La mattina e la sera.»

Indicò il cucciolo nero.

«Nerino va per primo.»

«Perché?»

Il bambino sembrò stupito che non lo sapessimo.

«Perché non è bravo a trovare il posto caldo.»

Teresa si sedette.

Poi ci raccontò la storia.

Nerino non era figlio di Luna.

Una settimana prima dell’alluvione, una conoscente del quartiere aveva trovato una cagna randagia con un unico cucciolo sopravvissuto.

La madre non ce l’aveva fatta.

Serviva qualcuno che potesse nutrire il piccolo ogni poche ore.

Luna aveva partorito cinque cuccioli da pochi giorni.

Matteo aveva chiesto:

«Possiamo provare?»

Teresa gli aveva spiegato che Luna avrebbe potuto rifiutarlo.

Gli animali riconoscono gli odori.

Non sempre accettano un cucciolo estraneo.

Portarono Nerino a casa dentro una scatola di scarpe.

Luna lo annusò per quasi un minuto.

Poi controllò i suoi cinque piccoli.

Tornò dal nero.

Lo prese delicatamente.

E lo mise in mezzo agli altri.

Da quella sera Matteo cominciò a contare sei.

Nerino era sempre il primo perché si spostava dal mucchio.

Se restava sotto gli altri aveva caldo.

Se si allontanava troppo si raffreddava e non aveva la forza di tornare.

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