Argo restò nella neve dopo che l’anziano lo cacciò di casa: poi un quaderno della moglie morta gli rivelò una verità terribile
Spinsi il cane fuori dalla porta con entrambe le mani e lo vidi rotolare giù dai tre gradini del portico.
Non abbaiò.
Non ringhiò.
Finì nella neve come un vecchio sacco di lana dorata, alzò lentamente la testa e mi guardò.
Aveva gli occhi velati, quasi bianchi.
Ma dentro quello sguardo c’era qualcosa che mi fece paura.
Qualcosa di troppo umano.
«E non provare a rientrare!» gridai.
Sbattere quella porta mi diede un sollievo assurdo.
Girare la chiave nella serratura ancora di più.
Mi passai una mano sui pantaloni buoni della domenica per togliere i peli.
«Lucia ha appena pulito», borbottai. «Se torna e trova questo macello, chi la sente.»
Guardai l’orologio appeso sopra il mobile.
Le cinque e un quarto.
Lucia sarebbe rientrata da un momento all’altro.
Era uscita al supermercato del paese per comprare la carne dell’arrosto.
Era martedì.
Nel 1998, il martedì sera a casa nostra significava sempre la stessa cosa: arrosto con le patate, un bicchiere di vino rosso, il telegiornale e Lucia che mi rimproverava perché lasciavo il pane direttamente sulla tovaglia.
Dovevo apparecchiare prima che tornasse.
Mi voltai verso il soggiorno.
E qualcosa non quadrava.
Il tappeto che ricordavo quasi nuovo era consumato lungo i bordi.
La poltrona aveva una macchia scura vicino al bracciolo.
Sul mobile c’erano fotografie che non riconoscevo.
E l’aria aveva quell’odore delle case chiuse troppo a lungo: carta vecchia, termosifoni, medicine.
«Sarà la luce», dissi.
Lo dissi ad alta voce perché il silenzio mi metteva a disagio.
Andai verso lo specchio del corridoio per sistemarmi la cravatta.
Volevo che Lucia mi vedesse bene.
Dritto.
Presentabile.
Come l’uomo che aveva comandato per trent’anni una squadra in una grande fabbrica di componenti meccanici.
Uno di quelli che entravano alle sei del mattino e non si lamentavano mai.
Uno che sapeva aggiustare una cinghia, cambiare una serratura, mettere in riga venti operai e tornare a casa ancora con la forza di sistemare l’orto.
Ma nello specchio non vidi quell’uomo.
Feci un passo indietro.
Poi un altro.
«Madonna santa…»
Il volto riflesso aveva rughe profonde.
I capelli neri che ricordavo non c’erano più.
Solo pochi fili bianchi.
La cravatta non la indossavo affatto.
Avevo addosso una camicia di flanella macchiata sul petto.
Le mani erano sottili.
Le dita storte.
Sul dorso correvano vene grosse come cordicelle.
«Chi sei?»
La mia voce tremò.
Mi girai di scatto, convinto per un istante che ci fosse un estraneo dietro di me.
Non c’era nessuno.
«Lucia?»
Silenzio.
«Lucia!»
Niente.
Mi aggrappai al mobile.
Il cuore correva.
La testa sembrava piena di cotone.
Dov’ero?
Perché la casa sembrava mia e allo stesso tempo non mia?
Perché Lucia ci metteva tanto?
E soprattutto…
chi era quel cane?
Quel randagio mi aveva seguito per tutta la giornata.
Dalla cucina alla sala.
Dalla sala al corridoio.
Tic.
Tic.
Tic.
Le unghie sul pavimento.
Sempre dietro di me.
Sempre a guardarmi.
Io non avevo mai voluto animali in casa.
E Lucia era…
Era allergica?
Forse.
Mi massaggiai le tempie.
Più cercavo un ricordo, più il dolore aumentava.
Mi lasciai cadere sulla poltrona.
Fu allora che vidi il quaderno.
Era appoggiato sul tavolino accanto alle mie medicine.
Copertina marrone.
Spessa.
Consumata negli angoli.
Sopra c’era una striscia di nastro azzurro.
Qualcuno aveva scritto con un pennarello nero:
LEGGI QUI QUANDO HAI PAURA.
Rimasi a fissarlo.
Non volevo toccarlo.
Eppure le mani si mossero da sole.
Aprii la copertina.
La prima pagina mi tolse il fiato.
Conoscevo quella calligrafia.
Le L grandi e morbide.
Le T attraversate con un tratto deciso.
Le righe leggermente inclinate verso destra.
Lucia.
Mio caro Carlo,
se stai leggendo queste parole, probabilmente oggi è uno dei tuoi giorni di nebbia.
Non avere paura.
Respira.
Sei a casa nostra.
Sei al sicuro.
Deglutii.
Continuai.
Devo dirti una cosa dolorosa perché ormai non posso più dirtela di persona.
Sono morta quattro anni fa.
È successo serenamente.
Tu eri accanto a me.
Mi tenevi la mano.
Chiusi il quaderno.
«No.»
La parola uscì quasi senza voce.
«No, no.»
Lucia era al supermercato.
Era uscita da poco.
Mi aveva detto…
Cosa mi aveva detto?
Provai a ricordare il suo cappotto.
La borsa.
Il rumore della porta.
Niente.
Solo pezzi.
Immagini senza data.
Lucia giovane sulla spiaggia.
Lucia con nostra figlia neonata.
Lucia davanti al forno la vigilia di Natale.
Lucia seduta in ospedale.
Lucia magrissima.
Lucia che mi stringeva la mano.
«No.»
Mi si riempirono gli occhi.
Riaprii il quaderno.
So che ogni volta che lo scopri ti si spezza di nuovo il cuore.
Mi dispiace, amore mio.
Ma non sei solo.
Ho cercato di fare in modo che non lo fossi mai.
Cerca Argo.
È il cane grande dal pelo dorato.
Oggi ha quattordici anni.
Lo trovammo dodici anni fa, poco dopo che andasti in pensione.
Tu non lo volevi.
Dicesti: “In questa casa non entrerà mai un cane.”
La frase mi fece fermare.
Un’immagine attraversò la mia testa.
Un garage.
Un cucciolo bagnato.
Lucia che rideva.
Io seduto su uno sgabello con un cane addormentato sopra uno stivale.
Tornai al foglio.
Poi Argo si addormentò sul tuo piede.
Rimanesti seduto quasi tre ore perché non volevi svegliarlo.
Quando ti presi in giro, dicesti che avevi mal di schiena e non riuscivi ad alzarti.
Mentivi malissimo.
Mi sfuggì un singhiozzo.
Continuai.
Argo non è soltanto un cane.
Quando io stavo male e non riuscivo più ad alzarmi dal letto, lui rimaneva ai miei piedi.
Quando tu uscivi dalla stanza per piangere senza farti vedere, Argo ti seguiva.
Era il nostro silenzioso custode.
Ora sente poco.
Ha male alle anche.
Al mattino prende una pastiglia nascosta in un pezzetto di formaggio.
E ti ama più di quanto tu riesca a immaginare.
Ti prego, Carlo.
Sii paziente con lui.
È rimasto per te.
È l’unico essere al mondo che ricorda ancora ogni giorno la famiglia che eravamo.
Ti amo, vecchio testardo.
La tua Lucia.
Il quaderno mi cadde.
Il rumore sembrò enorme.
Guardai la porta.
E rividi gli occhi di Argo.
Velati.
Confusi.
Tristi.
Non aveva reagito quando gli avevo afferrato il collare.
Non aveva tentato di mordermi.
Si era lasciato trascinare.
Come se si fidasse di me.
Come se pensasse che, qualsiasi cosa stessi facendo, avessi una ragione.
«Argo…»
Mi alzai troppo in fretta.
Le ginocchia cedettero quasi.
«Argo!»
Arrivai alla porta trascinando i piedi.
Le mani non riuscivano a girare la chiave.
Finalmente la serratura scattò.
Aprii.
Il mondo fuori era bianco.
La neve cadeva fitta contro la luce del portico.
Il vento entrò in casa e mi tagliò la faccia.
«Argo!»
Nessuna risposta.
«Argo, vieni qui!»
Poi vidi qualcosa ai piedi dei gradini.
Un piccolo dosso dorato che la neve stava lentamente coprendo.
Non era scappato.
Non aveva cercato un’altra casa.
Era rimasto esattamente dove lo avevo gettato.
Aspettando.
Non presi il cappotto.
Non cambiai le pantofole.
Uscii.
Il freddo attraversò immediatamente la stoffa sottile del pigiama e della camicia.
Scesi il primo gradino.
Sul secondo scivolai.
Mi ritrovai in ginocchio.
«Argo…»
Lui era raggomitolato su se stesso.
Tremava.
Aveva il muso infilato sotto la coda.
Sul dorso il pelo cominciava a irrigidirsi per il ghiaccio.
Mi gettai accanto a lui.
«Perdonami.»
Gli tolsi la neve dal muso con le mani nude.
«Perdonami, vecchio mio.»
Argo alzò lentamente la testa.
Mi annusò.
Per un istante pensai che si sarebbe allontanato.
Ne avrebbe avuto tutto il diritto.
Invece mi leccò la guancia.
Una volta.
Poi la coda batté piano sulla neve.
Tum.
Tum.
Quella fu la cosa peggiore.
Non mi rimproverava.
Non mi odiava.
Mi aveva già perdonato.
Lo abbracciai.
«Non ricordo più niente», piansi nel suo pelo. «Non so nemmeno che giorno è.»
Provai a sollevarlo.
Una volta avrei spostato da solo casse di metallo pesanti.
Ora non riuscivo ad alzare un cane vecchio.
Le braccia tremavano.
Le ginocchia bruciavano.
Avevo ottantadue anni.
Lo capii davvero soltanto in quel momento.
«Dai, Argo. Tu aiuti me e io aiuto te.»
Gli infilai un braccio sotto il petto.
Lui cercò di spingere con le zampe posteriori.
Eravamo due rottami ostinati.
Un vecchio uomo e un vecchio cane.
Riuscimmo a salire.
Rotolammo quasi insieme dentro l’ingresso.
Chiusi la porta con il piede.
Rimanemmo sul tappeto.
Bagnati.
Ansanti.
Vivi.
Presi una coperta dal divano.
Era quella fatta da Lucia con pezzi di stoffa diversi.
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