Ogni quadrato veniva da qualcosa: una vecchia camicia dei bambini, una tovaglia, un vestito estivo.
La stesi su Argo.
In cucina trovai del formaggio.
Quando aprii il frigorifero vidi contenitori con grandi etichette.
MANGIA QUESTO A PRANZO.
QUESTA È LA CENA.
NON USARE IL FORNO DA SOLO.
Ma quella sera non feci domande.
Tagliai un pezzetto di formaggio e lo diedi ad Argo.
Lo prese delicatamente.
Poi ci sedemmo davanti al termosifone.
Gli accarezzai la testa.
Dietro l’orecchio destro trovai una piccola protuberanza.
E improvvisamente ricordai.
Non un sogno.
Non una fotografia.
Un ricordo vero.
Dodici anni prima.
Lo stesso pavimento.
Argo cucciolo che mordeva i lacci delle mie scarpe.
Lucia seduta sulla poltrona.
«Non lo volevi, vero?» mi diceva ridendo.
«Infatti non lo voglio.»
«Carlo, dorme con la testa sul tuo piede.»
«È lui che si è messo lì.»
«E tu non ti muovi da un’ora.»
«Ho male al ginocchio.»
Lei rideva.
Una risata piena.
Viva.
Quando tornai al presente, avevo il viso bagnato.
Argo mi guardava.
Non giudicava.
Aspettava.
Quella notte dormii in poltrona.
Lui ai miei piedi.
Al mattino mi svegliai perché qualcuno russava.
Per un momento pensai fosse Lucia.
Poi vidi Argo.
Era sdraiato sotto la coperta.
Una lama di sole entrava dalle persiane.
La tempesta era finita.
La nebbia nella mia testa, invece, no.
Dove sono?
Che giorno è?
Lucia?
Poi vidi il quaderno.
LEGGI QUI QUANDO HAI PAURA.
Lo aprii.
Lessi soltanto le prime righe.
Respira.
Sei a casa.
Sei al sicuro.
Guardai Argo.
La coda batté una volta.
«Tu lo sai, vero?»
Lui sbadigliò.
«Sai tutto.»
Andai in cucina.
Nel frigorifero trovai tre contenitori identici.
Su ognuno c’era scritto:
PAPÀ, SCALDA QUESTO. TI VOGLIO BENE. ELENA.
Elena.
Mia figlia.
Viveva a Torino.
O forse viveva vicino.
O forse…
Il telefono squillò.
Sobbalzai.
«Pronto?»
«Papà?»
La voce di Elena.
La bambina che un tempo lanciava una palla contro il muro del cortile per ore.
Adesso aveva una voce adulta.
Stanca.
«Sto bene», dissi subito.
Non mi aveva nemmeno chiesto niente.
Dall’altra parte ci fu silenzio.
«Papà, il vicino mi ha telefonato.»
Guardai la porta.
«Perché?»
«Stanotte alle tre ha visto la tua porta socchiusa. C’era neve nell’ingresso. Ha bussato e tu non hai risposto.»
«Avrò dimenticato di chiuderla.»
«È proprio questo il problema.»
Mi irrigidii.
«Non sono un bambino.»
«Non ho detto questo.»
«Lo stavi pensando.»
Un altro silenzio.
«Arrivo prima di pranzo.»
«Non serve.»
«Arrivo, papà.»
Riattaccò.
Guardai Argo.
«Vedi? Comandano ancora, anche a cinquant’anni.»
La coda si mosse.
Poco dopo mezzogiorno sentii due portiere chiudersi.
Non una.
Due.
Elena entrò per prima.
Dietro di lei c’era mio figlio Marco.
Giacca scura.
Faccia seria.
«Ah», dissi. «Avete convocato il consiglio di famiglia.»
Nessuno rise.
Elena si inginocchiò accanto ad Argo.
«Vecchietto…»
Lo accarezzò.
Poi vide la coperta umida.
Il tappeto.
Il quaderno.
Infine guardò me.
«Papà, cos’è successo?»
Avrei potuto mentire.
Per tutta la vita avevo difeso la bella figura.
Davanti ai vicini.
Davanti ai parenti.
Davanti ai colleghi.
A casa mia andava sempre tutto bene.
I problemi non uscivano dalla porta.
Una volta avrei inventato una storia.
Ma a ottantadue anni ci si stanca persino della propria dignità quando diventa una maschera.
«Ho buttato fuori Argo.»
Elena smise di accarezzarlo.
Marco mi fissò.
«Come sarebbe?»
«Pensavo fosse un randagio. Mi dava fastidio. L’ho spinto giù dai gradini e ho chiuso la porta.»
Elena portò una mano alla bocca.
«Papà…»
«Poi ho letto il quaderno.»
Marco si sedette.
«Quanto tempo è rimasto fuori?»
«Non lo so.»
«Con quella neve?»
«Ho detto che non lo so!»
Argo sobbalzò.
Abbassai immediatamente la voce.
«Scusa, vecchio.»
Elena si sedette davanti a me.
«Papà, non è la prima volta.»
«La prima volta che butto fuori Argo sì.»
«Non parlo di Argo.»
Non mi piaceva il tono.
«Quattro mesi fa hai lasciato un fornello acceso.»
«Può capitare.»
«La settimana scorsa hai saltato le medicine per tre giorni.»
«Non avevo bisogno di tutte quelle pillole.»
«Ieri hai chiamato il vicino con il nome di un tuo collega morto vent’anni fa.»
Mi alzai.
«Basta.»
Marco parlò con calma.
«Papà, siamo preoccupati.»
«La preoccupazione è una bella parola per dire che volete comandare voi.»
«Nessuno vuole comandare.»
«Allora andate a casa vostra.»
Elena aveva gli occhi lucidi.
«Mamma sapeva che sarebbe arrivato questo momento.»
Mi fermai.
«Non tirare in mezzo tua madre.»
«È stata lei a chiedermelo.»
Il silenzio cambiò.
«Cosa?»
Elena prese il quaderno.
«Negli ultimi mesi, quando stava ancora abbastanza bene, veniva con te alle visite. Parlava con chi ti seguiva. Mi telefonava dopo.»
«Lucia non mi avrebbe mai fatto questo.»
«Papà, mamma ti amava abbastanza da prepararsi anche alla tua rabbia.»
La frase mi colpì più di uno schiaffo.
Marco si strofinò le mani.
«Dobbiamo cambiare qualcosa. Magari una persona che venga ogni giorno. Qualcuno che controlli le medicine, il gas, il pranzo.»
«Una badante.»
«Una persona che ti dia una mano.»
«E poi? Mi portate via?»
Nessuno rispose subito.
Fu quella pausa a dirmi la verità.
«Avete già guardato delle strutture.»
Elena abbassò gli occhi.
«Abbiamo cercato delle possibilità.»
Risi.
Era una risata vuota.
«Una casa di riposo.»
«Non necessariamente», disse Marco. «Ci sono piccoli centri assistiti, appartamenti con personale, spazi comuni…»
«Spazi comuni.»
«Papà.»
«E cosa facciamo tutto il giorno? Giochiamo a carte aspettando che qualcuno ci porti il brodino?»
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