Durante gli accertamenti nella proprietà dell’uomo vennero trovati blocchi identici.
Ne mancava uno.
C’era anche una corda dello stesso tipo.
Nel furgone furono trovate fibre compatibili.
Più avanti emersero vecchi annunci per la vendita di cuccioli.
La cagna era stata fatta accoppiare diverse volte.
Un veterinario aveva già consigliato di non farle affrontare un’altra gravidanza.
Il quadro diventò chiaro.
Per quell’uomo non era più una compagna.
Era diventata una spesa.
La prova più pesante, però, arrivò da un messaggio recuperato durante l’indagine.
Aveva scritto a una conoscenza:
«Ho risolto il problema del cane. Lì non lo troverà nessuno.»
Si sbagliava.
Non aveva previsto un freno difettoso.
Cinque motori spenti.
E un respiro abbastanza forte da attraversare i canneti.
L’uomo venne arrestato.
Quando la notizia cominciò a circolare, alcuni si aspettavano che noi facessimo qualcosa.
Una spedizione.
Una minaccia.
Una dimostrazione.
Dario fu categorico.
«Nessuno va a casa sua.»
Michele sbuffò.
«Non ho detto niente.»
«Ti conosco.»
«Anch’io mi conosco. È quello il problema.»
Perfino io dovetti stringere i denti.
Per qualche notte continuavo a vedere quella corda ogni volta che chiudevo gli occhi.
Una parte di me avrebbe voluto far provare paura all’uomo che l’aveva legata.
Poi guardavo quella cagna dentro la gabbia d’ossigeno.
E capivo.
La paura era stata il suo linguaggio.
Non sarebbe diventata anche il nostro.
Così facemmo una cosa molto meno spettacolare.
Raccogliemmo soldi per le cure.
La voce passò dal bar alla ferramenta, dalla panetteria alla bocciofila, dal mercato del sabato ai gruppi di quartiere.
Arrivarono offerte da pensionati.
Da operai.
Da insegnanti.
Da camionisti.
Da donne che portavano una busta con dentro dieci euro e dicevano: «Sono pochi.»
Non erano pochi.
La signora Mirella, settantasei anni, lasciò venti euro dentro una bustina.
«È quello che risparmio sulle sigarette da quando ho smesso.»
Il macellaio mise un barattolo vicino alla cassa.
Il proprietario del piccolo forno portò focacce ai volontari della clinica.
Persino il vecchio Renato, che ogni volta che vedeva le nostre moto borbottava «Ecco i soliti casinisti», venne da me.
«Quanto manca?»
«Poco.»
«Allora mettici questo.»
Mi diede cinquanta euro.
«Però non dirlo a mia moglie.»
In tre giorni le spese veterinarie erano coperte.
Il denaro rimasto andò a un fondo per animali abbandonati.
Fu lì che la storia smise di appartenere soltanto a noi cinque.
La cagna aveva bisogno di un nome.
Michele propose Tempesta.
Nino propose Gina.
Cesare voleva chiamarla Speranza, ma Dario disse che sembrava il nome di una soap opera.
Io rimasi zitto.
Poi guardai quella cagna addormentata.
«Riva.»
Gli altri mi fissarono.
«Perché Riva?»
«Perché questa volta l’ha raggiunta.»
Così diventò Riva.
Passò quasi una settimana sotto controllo stretto.
Quando la portarono in una stanza normale, iniziammo a capire che salvarle il corpo era stata soltanto la prima parte.
Riva non voleva dormire vicino alle porte chiuse.
Se qualcuno trascinava un cavo nel corridoio, si schiacciava contro il pavimento.
Il rumore dell’acqua corrente la faceva tremare.
Una bacinella troppo profonda bastava per farla indietreggiare.
Fisicamente migliorava.
La paura, invece, aveva i suoi tempi.
Io andavo a trovarla prima di aprire la mia officina.
Riparavo motociclette da più di trent’anni in un capannone alla periferia di Bologna.
La sera tornavo da lei.
Mi sedevo per terra.
Non la chiamavo.
Non cercavo di accarezzarla.
Portavo fatture, pezzi da pulire, conti da fare.
Lei osservava.
Il primo giorno rimase dall’altra parte della stanza.
Poi a quattro metri.
Poi tre.
Alla fine della seconda settimana si sdraiò vicino al mio stivale.
Non mi guardava.
Ma restava.
Laura disse una frase che non dimenticai.
«Vuole compagnia. Non è ancora sicura che la compagnia non presenti il conto.»
Forse per questo mi colpì così forte.
Mia moglie Anna era morta cinque anni prima.
Cancro.
Cinque anni in cui avevo continuato ad apparecchiare spesso per due per abitudine.
Cinque anni in cui il suo grembiule era rimasto appeso dietro la porta della cucina.
Nostro figlio Luca viveva al nord con sua moglie e due bambini.
Mi chiamava ogni domenica.
Io dicevo sempre che stavo bene.
Era diventata una specie di rito.
«Papà, tutto bene?»
«Tutto bene.»
Non era vero.
Ma a una certa età impari che dire «tutto bene» significa spesso soltanto: oggi sono riuscito ad alzarmi, pagare le bollette e non disturbare nessuno.
Quando Riva fu pronta per l’affido temporaneo, tutti noi ci proponemmo.
Michele aveva già due cani.
Cesare viveva in appartamento.
Nino viaggiava spesso.
Dario lavorava su turni.
Io avevo una casa bassa fuori città, un pezzo di terreno recintato e molto silenzio.
La volontaria che gestiva gli affidi venne a controllare.
Vide la casa.
Vide le ciotole.
Vide me.
Poi notò la fotografia di Anna.
«Posso farle una domanda personale?»
«Dipende.»
«Sta cercando di riempire un vuoto con questo cane?»
Ci pensai.
«No.»
Lei aspettò.
«Riva non è mia moglie.»
«Bene.»
«E non è una medicina.»
«Allora cos’è?»
Guardai verso il giardino.
«Una creatura che ha bisogno di una casa dove nessuno pretenda niente da lei.»
Riva arrivò da me trentadue giorni dopo il lago.
Quando aprimmo la portiera dell’auto, scese.
Arrivò davanti alla porta di casa.
E si bloccò.
Io entrai.
Lei rimase fuori.
Non tirai il guinzaglio.
Non la chiamai.
Aspettai.
Cinque minuti.
Dieci.
Venti.
Riva mise una zampa oltre la soglia.
La ritirò.
Poi la rimise.
Alla fine entrò.
Ispezionò ogni stanza.
Evitò il bagno.
Scappò dalla lavanderia quando vide il tubo da giardino arrotolato.
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