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Per quattro mesi un pastore tedesco randagio mi seguì ogni notte a tre metri di distanza. La notte in cui due uomini mi aggredirono, capii finalmente perché.

Sentii i passi dietro di me quando era già troppo tardi.

Uno.

Due.

Tre passi veloci sul marciapiede bagnato.

Mi voltai appena e qualcosa di duro mi colpì alla spalla sinistra.

Caddi su un ginocchio.

Il dolore mi attraversò il braccio come una scossa.

Provai ad afferrare la radio.

Non ci riuscii.

Poi vidi il coltello.

E vidi lui.

Il cane che da quattro mesi camminava dietro di me senza permettermi nemmeno di accarezzarlo.

Tre metri.

Era sempre stata quella la distanza.

Quella notte la cancellò in un istante.

Mi chiamo Elena Rinaldi, ho ventotto anni e faccio la pattuglia notturna in una grande città del Nord Italia.

Quando tutto cominciò ero in servizio da poco più di quattro anni.

Di notte lavoravo quasi sempre a piedi in un quartiere popolare alla periferia ovest: case anni Sessanta, portoni pieni di nomi sui citofoni, bar con le serrande abbassate, vecchie officine, cortili dove d’estate le finestre rimanevano aperte fino a tardi.

Un quartiere di famiglie arrivate dal Sud quarant’anni prima.

Di pensionati che ancora mettevano la sedia davanti al portone.

Di ragazzi che volevano andarsene.

Di madri che sapevano tutto di tutti.

Di panettieri che alle quattro del mattino avevano già le luci accese.

E di solitudini che dopo mezzanotte diventavano più visibili.

Nel mio turno eravamo diciassette.

Io ero l’unica donna assegnata regolarmente alla notte.

Avevo imparato presto una cosa.

Quando sei la più giovane e sei anche l’unica donna, senti di dover dimostrare il doppio senza poter mostrare metà della paura.

Così non la mostravo.

Non dicevo quando avevo paura.

Non dicevo quando una chiamata mi faceva tremare le mani.

Non dicevo quando tornavo a casa alle sette del mattino, chiudevo la porta e rimanevo seduta sul pavimento dell’ingresso ancora con gli scarponi addosso.

Mia madre, Teresa, aveva cinquantasei anni e lavorava in uno studio contabile.

Ogni domenica mi telefonava.

Sempre dopo pranzo.

Quello era il nostro rito.

A casa sua il pranzo della domenica era ancora una cosa seria: tovaglia buona, sugo che sobbolliva dalla mattina, telegiornale basso in sottofondo e mia nonna Ada che si lamentava perché, secondo lei, nessuno mangiava più come una volta.

Mamma mi chiedeva sempre:

«Come va con il lavoro?»

E io rispondevo:

«Bene.»

«Sei stanca?»

«Un po’.»

«Hai avuto problemi?»

«Niente di particolare.»

Mentivo.

Mia sorella Marta, ventiquattro anni, una volta mi aveva guardata dall’altra parte della tavola e mi aveva detto:

«Tu dici sempre che va tutto bene.»

Avevo sorriso.

«Perché va tutto bene.»

Un’altra bugia.

Sotto la camicia di servizio portavo una piccola medaglietta di San Cristoforo che mi aveva regalato nonna Ada il giorno in cui avevo finito il corso.

Me l’aveva messa al collo in cucina.

Poi mi aveva preso il viso tra le mani.

«Il coraggio non è non avere paura, Elena.»

Avevo riso.

«Nonna, sembri un film.»

Lei non aveva riso.

«Ricordatelo quando ti servirà.»

Per anni pensai che fosse soltanto una frase da nonna.

Poi arrivò quel cane.

Era la notte del 17 agosto.

Le due e qualcosa.

Ricordo l’ora perché avevo appena controllato l’orologio pensando a quanto mancasse alla fine del turno.

Stavo attraversando un vicolo dietro una fila di palazzi.

Era uno di quei passaggi che conoscevo metro per metro.

Cassonetti.

Una porta sul retro di una trattoria.

L’ingresso di un parrucchiere.

Un piccolo alimentari gestito da una coppia anziana che abitava sopra il negozio.

Una lampada rotta da mesi.

Un’altra che funzionava quando voleva.

Avevo percorso quel vicolo centinaia di volte.

Quella notte sentii qualcosa muoversi dietro un cassonetto.

Mi fermai.

Accesi la torcia.

«Chi c’è?»

Nessuna risposta.

Feci un altro passo.

La sagoma uscì lentamente.

Era un pastore tedesco.

Grande.

Maschio.

Magro, sporco, con un piccolo taglio ormai cicatrizzato sull’orecchio sinistro e una vecchia cicatrice sulla spalla.

Avrà pesato una quarantina di chili.

Si fermò a tre metri da me.

Poi si sedette.

Mi guardò.

Aveva occhi color miele.

Non ringhiò.

Non abbaiò.

Non scoprì i denti.

Rimase semplicemente lì.

Io invece tremavo.

Non per il cane.

O almeno, non soltanto.

Era stata una notte difficile.

Avevamo ricevuto diverse chiamate.

Avevo avuto una discussione con un uomo ubriaco.

Poco prima avevo sentito un rumore secco in lontananza che mi aveva fatto sobbalzare.

Ero stanca.

Tesa.

Arrabbiata con me stessa perché ero tesa.

Quel cane mi fissava e io ebbi la sensazione assurda che sapesse tutto.

Che sapesse delle notti in cui piangevo in macchina prima di tornare a casa.

Che sapesse delle telefonate con mia madre.

Che sapesse quanta energia mi costava fare finta di essere sempre sicura.

Abbassai lentamente le mani.

Lui non si mosse.

Mi appoggiai al muro.

Poi mi sedetti sul gradino di una porta chiusa.

E piansi.

In silenzio.

Come facevo sempre.

Solo che quella volta non ero completamente sola.

Il pastore tedesco rimase seduto davanti a me.

Tre metri.

Non si avvicinò.

Non cercò cibo.

Non fece nulla.

Aspettò.

Quando smisi, mi asciugai il viso con la manica.

«Bella figura, eh?»

Lo dissi quasi ridendo.

Era una frase che mia nonna usava spesso.

Bisognava sempre fare bella figura.

Con i parenti.

Con i vicini.

Con la gente.

Io avevo trasformato quella regola in un’armatura.

Mi alzai.

«Va bene, amico. Io continuo.»

Feci cinque passi.

Sentii le unghie sull’asfalto.

Mi voltai.

Il cane si era alzato.

Mi seguiva.

A tre metri.

Continuò a farlo per tutto il resto del turno.

Non mi superò.

Non si avvicinò.

Quando incrociavo qualcuno, osservava.

Quando passava un’auto, rallentava.

Quando mi fermavo, si fermava.

Alle sei del mattino arrivai davanti al comando.

Lui rimase sul marciapiede opposto.

Si sedette.

Mi guardò entrare.

Quando uscii poco dopo in abiti civili, era scomparso.

Quella mattina dormii pochissimo.

Continuavo a vedere quegli occhi.

La sera tornai al lavoro.

Dopo circa dieci minuti di pattuglia, avvertii una presenza alla mia sinistra.

Guardai dall’altra parte della strada.

Era lui.

Camminava parallelo a me.

Leggermente indietro.

Tre metri.

«Ma tu sei matto.»

La coda fece appena un movimento.

Da quella notte diventò una specie di rito.

Non nostro soltanto.

Del quartiere intero.

Perché nei quartieri veri, quelli dove la gente si lamenta ma osserva tutto, una storia non rimane privata a lungo.

Dopo una settimana la signora Carla del terzo piano mi fermò.

Aveva settantadue anni, capelli tinti di un castano troppo scuro e una vestaglia diversa per ogni stagione.

«Agente.»

«Buonasera, signora Carla.»

Indicò dietro di me.

«Quello è suo?»

Mi voltai.

Il cane era seduto a tre metri.

«No.»

«E allora perché viene sempre con lei?»

«Lo chieda a lui.»

Carla aggrottò la fronte.

«Ha mangiato?»

«Non lo so.»

Il giorno dopo trovai una ciotola vicino al suo portone.

Non era l’unica.

Il fornaio cominciò a lasciare dell’acqua.

Il proprietario dell’alimentari metteva da parte qualche boccone adatto a un cane.

Un pensionato di nome Franco costruì con due assi una piccola tettoia dietro il cortile.

Il cane, però, non diventò il cane del quartiere.

Restava un randagio.

Accettava il cibo soltanto quando nessuno gli stava troppo vicino.

E durante il mio turno sceglieva me.

Sempre.

Io cominciai a chiamarlo Ombra.

Non perché fosse nero.

Non lo era.

Ma perché c’era.

Silenzioso.

Discreto.

Sempre dietro.

Sempre alla stessa distanza.

«Buonasera, Ombra.»

Nessuna risposta.

«Giornata pesante.»

Orecchie dritte.

«Mamma vuole che domenica vada a pranzo.»

Coda immobile.

«Dice che non mi vede mai.»

Passo dopo passo.

«Marta pensa che io sia diventata fredda.»

Lui continuava a camminare.

E io continuavo a parlare.

Era ridicolo.

Avevo colleghi.

Avevo amici.

Avevo una famiglia.

Eppure le cose che non riuscivo a raccontare a nessuno finivo per raccontarle a un cane che non mi lasciava nemmeno toccarlo.

Una notte gli dissi:

«Sai qual è la cosa peggiore? Che ho paura che, se ammetto di avere paura, la gente pensi che non sia adatta a questo lavoro.»

Ombra si fermò.

Io mi fermai.

Lui guardò verso un portone.

Un uomo uscì barcollando.

Ombra si spostò leggermente tra me e lui.

Niente ringhi.

Niente aggressività.

Solo posizione.

L’uomo ci guardò.

«Tranquilla, agente. Sto tornando a casa.»

Passò oltre.

Ombra riprese il suo posto.

Tre metri dietro di me.

«Ecco.»

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