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Sospirai.

«Tu hai capito tutto.»

Con il tempo cominciai a fidarmi dei suoi movimenti.

Se tendeva le orecchie, diventavo più attenta.

Se cambiava lato, guardavo nella stessa direzione.

Se rimaneva rilassato, respiravo meglio.

Non avevo mai ordinato niente a quel cane.

Non avevo mai detto «seduto».

Mai «fermo».

Mai «vieni».

Non ce n’era bisogno.

Lui decideva.

E soprattutto manteneva una regola che sembrava sacra.

Tre metri.

Provai ad accarezzarlo soltanto una volta.

Era ottobre.

Stava mangiando da una ciotola che avevo lasciato vicino al solito angolo.

Mi accovacciai.

Allungai lentamente la mano.

Ombra smise di mangiare.

Mi guardò.

Poi fece due passi indietro.

Mi fermai.

«Va bene.»

Ritirai la mano.

«Quando vuoi tu.»

Da quel giorno non ci provai più.

A novembre piovve per quasi una settimana.

Lui si presentò ogni notte.

Bagnato fradicio.

Una sera il fornaio mi vide passare.

«Elena!»

Ormai nel quartiere mi conoscevano tutti per nome.

Uscì dal retro con un vecchio asciugamano.

«Almeno asciugaglielo un po’.»

Scoppiai a ridere.

«Non si fa toccare.»

Il fornaio guardò Ombra.

«Allora è proprio come mio cognato.»

Il quartiere rise di quella storia per giorni.

Era questo il nostro mondo.

Uno si arrangiava.

Uno faceva finta di non vedere.

Uno lasciava una ciotola.

Uno apriva una porta.

Un altro raccontava una battuta.

Piccole cose.

Nessuno si sentiva un eroe.

Forse è proprio per questo che funzionavano.

Poi arrivò dicembre.

Il freddo vero.

Quello che entra nelle mani.

Una notte portai una coperta termica in più e la lasciai vicino alla tettoia costruita da Franco.

La mattina dopo era ancora piegata.

Ombra non l’aveva usata.

«Testardo.»

Mi guardò da lontano.

«Peggio di mia nonna.»

Arrivò venerdì 13 dicembre.

Eravamo alla centoventitreesima notte.

Non contavo davvero le notti.

Lo avrei fatto dopo.

Quella sera avevo cenato in fretta a casa di mia madre prima del turno.

Minestra.

Pane.

Mia nonna Ada era lì.

Mi aveva guardato il viso per qualche secondo.

«Sei stanca.»

«Sto bene.»

«Non ti ho chiesto se stai bene.»

Marta aveva alzato gli occhi dal telefono.

Mamma aveva posato il mestolo.

«Elena…»

«Devo andare.»

Avevo infilato il cappotto.

Nonna Ada mi aveva afferrato un polso.

«A forza di fare bella figura, si finisce per non sapere più con chi si può piangere.»

Mi liberai dolcemente.

«Ci vediamo domenica.»

Non sapevo che quella frase mi sarebbe tornata in mente poche ore dopo.

Alle tre e quarantasette ero vicino allo stesso vicolo dove avevo incontrato Ombra.

Il ghiaccio sporco resisteva ai bordi della strada.

Il quartiere era quasi completamente addormentato.

Ombra camminava alla mia sinistra.

Tre metri.

Non sapevo che due uomini mi avessero osservata nei giorni precedenti.

Non sapevo che avessero notato i miei orari.

La mia strada.

Le mie abitudini.

Non sapevo che quella notte fossero nascosti dietro il vicolo.

Sentii i passi.

Mi voltai.

Il primo colpo arrivò sulla spalla.

Un oggetto di metallo.

Caddi.

Il braccio sinistro smise quasi di rispondere.

Riuscii soltanto a gridare.

Uno degli uomini cercò di impedirmi di raggiungere la radio.

L’altro avanzava tenendo un coltello.

Fu allora che Ombra fece ciò che non aveva mai fatto in centoventidue notti.

Ruppe la distanza.

Non abbaiò.

Partì.

Tre metri cancellati in poco più di un secondo.

Colpì l’uomo con il coltello al petto e lo fece cadere.

Poi afferrò la manica e l’avambraccio con una precisione incredibile, immobilizzandolo.

Non sembrava un randagio impaurito.

Sembrava sapere esattamente cosa fare.

Il secondo uomo alzò la spranga.

Ombra lasciò la presa e si spostò.

Il colpo finì sull’asfalto.

Sentii un rumore secco.

Poi vidi l’altro uomo recuperare il coltello.

«Ombra!»

Fu la prima volta che urlai il suo nome.

Il cane si voltò verso di me.

Fu un attimo.

L’uomo lo colpì alla spalla.

Ombra guaì.

Un suono breve.

Il primo suono che gli avevo sentito fare in quattro mesi.

Qualcosa dentro di me cambiò.

Riuscii a trascinarmi verso la radio.

Premetti l’allarme.

Le sirene sembrarono metterci un’eternità.

In realtà arrivarono dopo pochi minuti.

Gli uomini furono bloccati.

Io non guardai nemmeno dove li portarono.

Strisciai verso Ombra.

Era disteso sul fianco.

Respirava.

«Sono qui.»

Mi inginocchiai.

«Sono qui, Ombra.»

Per la prima volta non c’erano tre metri tra noi.

Misi una mano sul suo collo.

Lui non si ritrasse.

«Non mi lasciare adesso.»

Gli occhi color miele si aprirono.

«Hai capito? Non puoi decidere tu quando arrivare e poi andartene quando vuoi.»

La coda batté una volta sull’asfalto.

Una.

Poi mi leccò il polso.

Arrivarono i soccorsi.

Uno dei miei colleghi cercò di controllarmi la spalla.

«Elena, devi sederti.»

«Prima il cane.»

«Stanno arrivando anche per lui.»

«Prima il cane.»

Probabilmente lo ripetei dieci volte.

Il quartiere si svegliò con le sirene.

La signora Carla guardava dalla finestra in vestaglia.

Il fornaio, che era già al lavoro, uscì con il grembiule infarinato.

Franco arrivò in ciabatte.

Qualcuno chiamò un veterinario d’emergenza.

Qualcun altro portò coperte.

Non ricordo tutto.

Ricordo soltanto una cosa.

Quando sollevarono Ombra sulla barella, il fornaio si tolse il berretto.

Come si faceva una volta davanti a qualcosa di importante.

«Forza, ragazzo.»

Lo disse piano.

La signora Carla piangeva.

«Salvatelo.»

Non era più soltanto il mio cane randagio.

Era diventato il cane di tutti.

E ancora non apparteneva a nessuno.

Io fui portata in ospedale con una spalla lussata, una piccola frattura alla clavicola e una serie di contusioni.

Ombra finì in una clinica veterinaria aperta ventiquattr’ore.

Lo operarono all’alba.

La lama aveva lesionato in profondità il muscolo della spalla, ma per pochi centimetri non aveva raggiunto una grossa arteria.

Quando il veterinario me lo spiegò, chiusi gli occhi.

«Quindi?»

«È stato fortunato.»

«Vive?»

«Sì.»

Fu allora che iniziai a piangere.

Davanti a tutti.

Infermiere.

Colleghi.

Mia madre.

Non me ne importava più niente.

Mamma era arrivata con la prima giacca trovata nell’armadio sopra il pigiama.

Mi abbracciò facendo attenzione alla spalla.

«Perché non mi hai mai detto quanto avevi paura?»

Non risposi.

Non potevo.

Il giorno dopo mi portarono da Ombra su una sedia a rotelle.

Mamma spingeva.

Lui dormiva su un materassino riscaldato.

Aveva una fasciatura sulla spalla e una flebo alla zampa.

Mi avvicinai.

Rimasi qualche secondo senza fare nulla.

Quattro mesi prima avevo provato a toccarlo.

Lui si era allontanato.

Adesso poggiai lentamente la mano sulla parte sana della schiena.

Ombra aprì gli occhi.

Mi guardò.

Tre metri erano diventati trenta centimetri.

Poi dieci.

Spinse il muso contro il mio polso.

E rimase lì.

Piansi così forte che mia madre dovette uscire dalla stanza per lasciarmi respirare.

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