Mio nonno aveva comprato otto mesi prima il posto per vedermi laureare. Morì due settimane prima. Quel giorno, sul suo sedile, si sedette il suo cane.
Il posto era fila 14, lettera J.
Mio nonno aveva conservato quel biglietto sul frigorifero per otto mesi, fermato sotto una vecchia calamita scolorita che teneva da quando aveva fatto il servizio militare.
Due settimane prima della mia laurea, morì improvvisamente al tavolo della cucina.
Il giorno della cerimonia, però, quel posto non rimase vuoto.
Ci si sedette Sergente, il suo pastore tedesco di otto anni.
E per due ore e quattordici minuti non si mosse quasi mai.
Guardò il palco.
Guardò centinaia di ragazzi passare uno dopo l’altro.
E quando pronunciarono il mio nome, fece una cosa che ancora oggi non riesco a raccontare senza sentire un nodo alla gola.
Mi chiamo Luca Marchetti, ho venticinque anni e insegno come supplente in una scuola primaria dell’Emilia.
Prima di raccontare ciò che fece Sergente, però, devo raccontarvi chi era mio nonno Tommaso.
Altrimenti sembrerebbe soltanto la storia commovente di un cane.
E non lo è.
È la storia di una promessa.
Mio nonno era nato nel 1946, primo di cinque figli.
La sua famiglia viveva con poco. Due stanze, cinque bambini, i genitori e una nonna che dormiva dietro una tenda tirata in cucina.
Erano gli anni in cui le scarpe dei fratelli maggiori passavano ai piccoli.
Gli anni in cui il pane vecchio non si buttava.
Si bagnava.
Si metteva nel latte.
Si trasformava in cena.
Tommaso era cresciuto in un paese dell’Appennino dove tutti conoscevano tutti.
Suo padre faceva il muratore.
Sua madre cuciva vestiti per le famiglie che potevano permetterselo.
In casa non c’erano libri, a parte un vecchio messale, un calendario e un sussidiario rimasto da uno zio.
Eppure mio nonno leggeva qualsiasi cosa gli capitasse davanti.
Giornali lasciati al bar.
Volantini.
Etichette.
Vecchi romanzi presi in prestito dal maestro.
A diciott’anni partì per il servizio militare.
Tornò diverso.
Non raccontava quasi nulla di quel periodo.
Diceva soltanto che aveva imparato due cose: rifarsi il letto anche quando il mondo sembra crollare e mantenere la parola data.
Per decenni si svegliò alle cinque e mezza.
Anche la domenica.
Anche a Natale.
Anche dopo essere andato in pensione.
Sua moglie, mia nonna Teresa, lo prendeva in giro.
«Tommaso, guarda che nessuno viene a controllare le coperte.»
Lui rispondeva sempre:
«Lo so. Ma le cose si fanno bene soprattutto quando nessuno controlla.»
Dopo il servizio militare fece qualcosa che nella sua famiglia sembrava quasi assurdo.
Si iscrisse all’università.
Lavorava la sera in un magazzino e studiava di giorno.
Fu il primo dei Marchetti a laurearsi.
Aveva ventisei anni quando diventò maestro elementare.
Entrò nella stessa scuola di periferia in cui sarebbe rimasto per trentaquattro anni.
Quarta elementare.
Sempre quarta.
Diceva che nove anni era un’età importante.
«A nove anni un bambino è abbastanza grande da ricordare una frase per tutta la vita, ma ancora abbastanza piccolo da credere a un adulto che gli dice che può farcela.»
Mio nonno era quel genere di maestro.
Non il maestro che faceva grandi discorsi.
Quello che ti metteva una mano sulla spalla e diceva:
«Riprova.»
Oppure:
«Hai sbagliato. E allora?»
Oppure la frase che ripeteva più spesso:
«Si comincia cominciando.»
Sposò mia nonna Teresa nel 1971.
Rimasero insieme cinquantatré anni.
Ebbero due figlie: mia madre Anna e mia zia Paola.
Poi arrivai io.
L’unico nipote maschio.
Non so se fossi davvero il suo preferito.
Nessuno lo ammetterebbe mai in una famiglia italiana.
Ma quando entravo in casa, lui smetteva qualsiasi cosa stesse facendo.
Anche se stava guardando la partita.
E questo, per un uomo della sua generazione, valeva quasi come una dichiarazione d’amore.
Mi insegnò ad andare in bicicletta.
A potare una vite.
A fare una moka senza bruciare il caffè.
A stringere una vite senza spanarla.
A perdere senza inventare scuse.
Quando avevo dieci anni mi portò nella sua vecchia aula, ormai vuota perché era agosto.
Si sedette a uno dei banchi.
Io gli chiesi:
«Nonno, perché hai fatto il maestro tutta la vita?»
Mi rispose:
«Perché qualcuno fece il maestro con me quando ne avevo bisogno.»
Solo questo.
Era fatto così.
Le cose importanti le diceva in una frase.
Sergente arrivò molti anni dopo.
Era un pastore tedesco proveniente da un’unità cinofila di servizio.
Aveva lavorato per anni, poi era stato ritirato dall’attività operativa.
Mio nonno lo vide attraverso un conoscente e disse semplicemente:
«Quello viene a casa con noi.»
Mia nonna protestò.
«Tommaso, pesa quasi quanto me.»
«Meglio. Almeno se entra qualcuno lo sente.»
«E chi deve entrare? Abbiamo ottant’anni.»
«Appunto. Non si sa mai.»
Sergente divenne la sua ombra.
Dormiva su una cuccia rotonda in cucina, a meno di un metro dalla sedia di mio nonno.
Ogni mattina era la stessa scena.
Cinque e mezza.
Mio nonno si alzava.
Rifacimento del letto.
Bagno.
Pantaloni.
Camicia.
Cucina.
Moka.
Giornale locale.
Sergente lo seguiva.
Mio nonno si sedeva.
Sergente si sdraiava.
Per otto anni.
Quasi tremila mattine.
Stessa sedia.
Stesso tavolo.
Stesso cane.
Stesso uomo.
Quando mancavano otto mesi alla mia laurea, mio nonno comprò il biglietto per la cerimonia.
Fila 14.
Posto J.
Stampò la prenotazione, la piegò con attenzione e la fissò sul frigorifero.
La mostrava praticamente a chiunque.
Al postino.
Alla vicina.
A mia zia.
Al tecnico venuto a controllare la caldaia.
Una volta la mostrò perfino al ragazzo che consegnava una bombola.
«Mio nipote si laurea.»
Come se fossi il primo essere umano nella storia d’Italia a prendere una laurea.
Poi fece la stessa cosa con Sergente.
Io quel giorno ero presente.
Mio nonno staccò il foglio dal frigorifero e lo tenne davanti al muso del cane.
«Guarda.»
Sergente guardò naturalmente lui, non il biglietto.
Mio nonno continuò:
«A maggio andiamo a vedere Luca.»
Indicò me.
«Il ragazzo cammina sul palco. Io e te ci saremo.»
Mia nonna rise.
«Tommaso, guarda che il cane non ha il biglietto.»
Lui rispose:
«Troveremo una soluzione.»
Rimise il foglio sul frigorifero.
Otto mesi dopo, alle 6:47 di un sabato mattina, mio nonno morì.
Era seduto al tavolo della cucina.
Aveva appena bevuto il primo caffè.
Mia nonna era in piedi vicino al lavello.
Lui mise una mano sul tavolo.
Inspirò lentamente.
Disse:
«Teresa… mi gira…»
Non terminò la frase.
Si piegò in avanti.
Mia nonna aveva lavorato per una vita come infermiera.
Capì subito.
Chiamò i soccorsi.
Sergente era sdraiato nella sua cuccia.
Quando mio nonno crollò, si alzò.
Fece tre passi.
Si sedette accanto ai suoi piedi.
Non abbaiò.
Non guaì.
Lo guardò.
Quando arrivarono i soccorritori, chiesero di allontanare il cane.
Mia nonna si inginocchiò.
Gli accarezzò la testa.
«Sergente, vieni con me. Devono aiutare Tommaso.»
Il cane si alzò immediatamente.
Andò accanto a lei.
Si sdraiò sui suoi piedi.
Rimase lì mentre provavano a salvare mio nonno.
Rimase lì quando capirono che non c’era più nulla da fare.
Rimase lì quando mia nonna, dopo cinquantatré anni di matrimonio, si inginocchiò accanto alla sedia e prese la mano ancora calda di suo marito.
Quel giorno vidi mia nonna piangere in un modo che non avevo mai visto.
Senza voce.
Senza singhiozzi.
Le lacrime scendevano e basta.
Sergente restò accanto a lei.
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