Dopo quattro anni chiamai il suo nome, e il mio gatto tornò da due vite

Pensavo che ritrovare Zenzero fosse la fine della storia.

Non sapevo ancora che, il mattino dopo, avrei scoperto dove aveva vissuto per quasi quattro anni e chi lo aveva tenuto in vita quando io non potevo farlo.

La prima notte dormii pochissimo.

Zenzero rimase sotto il mio mento per quasi un’ora. Poi un rumore nel pianerottolo lo fece scattare.

Saltò giù dal letto e si nascose dietro l’armadio.

Non uscì fino all’alba.

Quando tornò in cucina, bevve a lungo e mangiò guardandosi intorno dopo ogni boccone.

Aveva fame.

Ma sembrava anche convinto che qualcuno potesse portargli via il cibo.

Quella mattina telefonai al veterinario che lo aveva seguito da piccolo.

Durante il tragitto Zenzero tremò dentro il trasportino. Io continuavo a parlargli.

“Sei con me. Stavolta sei con me.”

Il veterinario controllò l’occhio che lacrimava, le zampe, i denti e quella coda diventata così sottile. Poi passò il lettore sul dorso.

Sentimmo un piccolo suono.

Sul monitor comparve il numero del microchip.

Il veterinario confrontò i dati, poi mi guardò.

“È lui, Giulia.”

Avevo già riconosciuto la cicatrice e il modo in cui impastava la stoffa.

Eppure, vedere il mio nome accanto al suo numero mi tolse ogni dubbio.

Zenzero era disidratato, molto sottopeso e aveva un’infezione a un occhio. Una vecchia frattura a una zampa posteriore si era saldata male.

“Ha passato momenti difficili”, disse il veterinario. “Però è più forte di quanto sembri.”

Tornammo a casa con alcune medicine e una lista di controlli.

Nei primi giorni lasciai che scegliesse dove dormire e quando avvicinarsi.

La cosa più difficile era non prenderlo in braccio ogni volta che lo vedevo.

Avevo aspettato quattro anni per stringerlo.

Ma Zenzero doveva capire che nessuno lo avrebbe più trattenuto contro la sua volontà.

Così mi sedevo sul pavimento e aspettavo.

Quasi sempre, dopo un po’, arrivava lui.

Il terzo giorno tornai nel parcheggio alla periferia di Modena.

Volevo trovare il ragazzo che gli aveva portato da mangiare.

Lo aspettai vicino ai bidoni. Dopo quasi un’ora lo vidi arrivare con lo stesso piattino di carta tra le mani.

Quando mi riconobbe, si fermò.

“Come sta?”

Non mi salutò nemmeno.

Quella fu la prima cosa che mi chiese.

“Sta meglio. Il veterinario ha controllato il microchip. Era davvero il mio Zenzero.”

Il ragazzo abbassò la testa e sorrise, poi si passò una manica sugli occhi.

Si chiamava Matteo.

Aveva tredici anni e abitava nella palazzina accanto con sua madre. Aveva visto Zenzero per la prima volta circa sei mesi prima.

All’inizio il gatto non mangiava se qualcuno restava a guardarlo.

Matteo lasciava le crocchette e si sedeva a qualche metro di distanza. Ogni giorno avvicinava il piattino di pochi centimetri.

“Non si è mai fatto toccare”, disse. “Solo quel giorno, con lei.”

Gli mostrai una foto scattata quella mattina.

Zenzero era accovacciato sulla sua vecchia coperta, con il muso dentro la ciotola.

“Posso venire a trovarlo qualche volta?”

“Certo. Se tua madre è d’accordo.”

Mi ringraziò come se gli avessi fatto un regalo enorme.

In realtà, ero io a dover ringraziare lui.

Prima di andare via, Matteo mi mostrò una scatola coperta da un telo dietro una siepe.

Dentro c’era un vecchio asciugamano.

Per sei mesi, quello era stato il posto più vicino a una casa che Zenzero avesse avuto.

“Non sapevo come aiutarlo”, disse. “Ho fatto quello che potevo.”

“Hai fatto molto più di quello che pensi.”

Quella sera pubblicai una foto di Zenzero nel gruppo del quartiere.

Volevo ringraziare chiunque gli avesse dato da mangiare o gli avesse lasciato un riparo.

Scrissi che era stato ritrovato dopo quattro anni e che il microchip aveva confermato la sua identità.

Poco prima di mezzanotte ricevetti una fotografia.

Mostrava un uomo anziano seduto davanti a una piccola casa con le persiane verdi.

Sulle sue ginocchia c’era un gatto rosso.

L’orecchio sinistro era piegato in avanti.

Sotto la foto c’era scritto:

“Credo che questo sia il suo Zenzero. Ha vissuto con mio padre per quasi tre anni.”

Lessi il messaggio tre volte.

La donna si chiamava Elena.

Suo padre, Arturo, abitava in un paese a poco più di venti chilometri da Modena. Aveva trovato il gatto nel cortile dietro casa, circa otto mesi dopo la sua scomparsa.

Non sapeva da dove fosse arrivato.

Forse era salito su un furgone.

Forse qualcuno lo aveva raccolto e lasciato lì pensando di aiutarlo.

Nessuno poteva saperlo.

Arturo gli aveva lasciato una ciotola d’acqua e un po’ di cibo.

Il gatto era tornato il giorno dopo.

Poi quello successivo.

Per settimane non gli aveva permesso di avvicinarsi.

Arturo aveva costruito un riparo di legno sotto una tettoia. Quando arrivò il freddo, lasciò socchiusa la porta della lavanderia.

Una mattina trovò il gatto addormentato sopra un vecchio maglione.

Lo chiamò Rame.

“Perché il suo pelo gli ricordava le pentole antiche”, mi spiegò Elena al telefono.

Sentire un altro nome mi fece male.

Una parte di me voleva dire che lui non era Rame.

Era Zenzero.

Era il mio gatto.

Poi guardai la fotografia.

Zenzero aveva il pelo pulito e teneva una zampa sopra il braccio di Arturo.

L’uomo sorrideva.

Sembravano due esseri che si erano trovati nel momento giusto.

Elena mi raccontò che sua madre era morta due anni prima dell’arrivo del gatto.

Arturo usciva poco, mangiava male e passava molte ore da solo.

Poi era comparso quel gatto rosso.

All’inizio si limitava a riempire la ciotola.

Dopo qualche mese aveva cominciato a raccontargli la giornata.

“Papà diceva che Rame non rispondeva, ma ascoltava meglio di tante persone”, disse Elena.

Era esattamente il tipo di cosa che avrei detto anch’io di Zenzero.

Arturo aveva provato a portarlo da un veterinario, ma il gatto fuggiva appena vedeva il trasportino.

Non portava collare.

Lui non aveva mai saputo del microchip.

“Però diceva una cosa strana”, continuò Elena. “Quando una macchina rallentava davanti alla casa, il gatto correva al cancello. Sembrava aspettare qualcuno.”

Chiusi gli occhi.

Per quattro anni avevo immaginato Zenzero solo.

Scoprire che aveva avuto una ciotola, un tetto e due ginocchia su cui dormire non cancellava il dolore.

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