Gli portò un pezzetto di pane senza sale.
«Ada è rimasta a casa?»
Dovetti dirlo un’altra volta.
La donna si coprì la bocca.
Poi mi abbracciò.
Io rimasi rigida.
Non sapevo neanche come si chiamasse.
Lei invece sapeva il mio.
«Laura.»
Lo disse piano.
«Tua zia era una gran donna.»
Bruno mangiò.
Noi restammo qualche secondo in silenzio.
Più avanti, davanti ai tigli, c’era un uomo anziano seduto sulla panchina con il giornale piegato.
Appena vide Bruno, batté due volte il bastone a terra.
«Finalmente.»
Bruno andò da lui.
«Buongiorno, professore.»
L’uomo sollevò gli occhi verso di me.
«Ada non viene?»
Terza volta.
Quella fu la più difficile.
Il professore ascoltò senza interrompermi.
Poi annuì.
«Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo.»
Accarezzò Bruno.
«Ma uno non è mai pronto.»
Ci fece spazio sulla panchina.
Io non mi sedetti.
Avevo fretta.
O almeno credevo di averla.
Quando tornammo a casa avevamo impiegato quasi un’ora.
Un’ora.
La cosa mi irritava.
Eppure, entrando, la casa non mi sembrò più un immobile da liquidare.
Sembrava una specie di nodo.
Il centro invisibile di fili che andavano da una persona all’altra.
Zia Ada non aveva avuto figli.
Non aveva scritto libri.
Non aveva fondato aziende.
Non aveva avuto una carriera prestigiosa.
Aveva lavorato per decenni in una piccola merceria.
Eppure mezzo paese sembrava conoscere il suo nome.
Io, che avevo passato la vita a costruire contatti, non avevo mai visto niente del genere.
Quella sera chiamai l’agenzia immobiliare.
«Per il momento sospendiamo.»
La donna dall’altra parte del telefono mi chiese per quanto.
Guardai Bruno.
«Non lo so.»
Il giorno dopo telefonai al proprietario del mio appartamento a Milano.
Non disdissi il contratto.
Non ancora.
Non ero diventata improvvisamente un’eroina da romanzo.
Ero una donna di cinquantatré anni con un mutuo ereditato, un lavoro impegnativo e un cane che occupava mezzo corridoio.
Chiesi soltanto qualche settimana.
Lavoro da remoto.
Sistemazione dell’eredità.
«Un periodo di transizione», lo chiamai.
Le aziende amano certe parole.
Sembrano meno pericolose delle decisioni vere.
La prima settimana andò quasi bene.
Trasformai la sala da pranzo di zia Ada nel mio ufficio.
Computer.
Documenti.
Cuffie.
Agenda.
Due telefoni.
Alle nove del lunedì mattina ero pronta.
Camicia elegante sopra.
Pantaloni della tuta sotto.
Alle nove e due Bruno entrò.
Fece tre giri intorno alla sedia.
Poi si sdraiò esattamente sopra il mio piede destro.
«Bruno.»
Niente.
«Spostati.»
Russò.
Non era un russare delicato.
Sembrava una vecchia motosega.
Accesi la videocall.
Il mio direttore comparve sullo schermo.
Stefano.
Quarantasette anni.
Sempre perfettamente pettinato.
Una di quelle persone che riescono a dire «ottimizzazione delle risorse» con la stessa naturalezza con cui gli altri chiedono un caffè.
«Laura, sistemata la faccenda familiare?»
«Quasi.»
«Bene. Allora vediamo le previsioni del trimestre.»
Cominciai.
Ero brava nel mio lavoro.
Davvero brava.
Avevo trascorso vent’anni a entrare in stanze dove spesso ero l’unica donna sopra i quarant’anni e a dimostrare di sapere più degli altri.
Poi suonarono alla porta.
Una volta.
Due.
Tre.
Bruno esplose.
Abbaiò con una forza che fece vibrare i vetri.
Stefano si fermò.
«Hai un cane?»
«Solo per qualche giorno.»
Andai ad aprire.
Sul pianerottolo c’era la signora Mirella, la vicina.
Settantotto anni.
Capelli corti.
Vestaglia.
Una busta della plastica in mano.
«Laura, scusa.»
«Sto lavorando.»
«Lo so, cara. Ma oggi è lunedì.»
La guardai.
«Sì.»
«Ada mi portava giù il bidone il lunedì. Ho la schiena bloccata.»
Dietro di me Bruno abbaiava.
Dal computer sentivo Stefano dire:
«Laura?»
Guardai Mirella.
Poi il bidone.
Poi il computer.
«Ci metto un minuto.»
Scendemmo.
Quando tornai, Stefano aveva quella faccia.
Quella che conoscevo.
«Laura, capisco il momento personale. Ma abbiamo bisogno che tu sia presente.»
«Sono presente.»
«Fisicamente forse.»
La frase mi rimase addosso per tutto il giorno.
Fisicamente forse.
Il mercoledì arrivò il portalettere.
«Bruno non va alle anatre?»
Ero sul portico perché lì la connessione funzionava meglio.
«Alle anatre?»
«Il mercoledì.»
«Sto lavorando.»
Lui indicò il cane.
«Ada lo portava vicino allo stagno.»
«Ada era pensionata.»
Mi uscì più duro del previsto.
L’uomo fece spallucce.
«Anche prima.»
Tornai al computer.
Ma quelle due parole mi irritarono.
Anche prima.
Come se il lavoro non fosse una spiegazione sufficiente.
Il paese intero sembrava funzionare con regole che avevo dimenticato.
Il fornaio chiudeva dieci minuti per accompagnare sua moglie dal medico.
La signora Mirella lasciava una minestra davanti alla porta del vicino influenzato.
Il ferramenta teneva le chiavi della casa di mezzo quartiere.
Il professore sulla panchina sapeva chi aveva litigato con il figlio e chi invece era diventato nonno.
A Milano conoscevo il cognome dell’amministratore del mio condominio.
Non il nome.
Qui la gente sapeva perfino quando avevo smesso di mangiare le olive da bambina.
Mi infastidiva.
Mi commuoveva.
Spesso le due cose insieme.
Passarono tre settimane.
Martedì dopo martedì mandai Bruno a passeggio con un ragazzo del paese.
Io non avevo tempo.
Avevo trovato una soluzione efficiente.
Il ragazzo camminava veloce, con gli auricolari.
Portava Bruno lungo la circonvallazione.
Quaranta minuti precisi.
Esercizio fatto.
Problema risolto.
Solo che Bruno cambiò.
Smetteva di aspettare davanti alla porta il martedì.
Non portava più il guinzaglio.
Mangiava.
Dormiva.
Usciva.
Tornava.
Esisteva.
Basta.
Una mattina lessi una frase nel quaderno.
«Non confondere una passeggiata con un appuntamento.»
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