Lei rimase in silenzio qualche secondo.
«Chi ama molto spesso teme due errori opposti nello stesso momento.»
La guardai.
«Teme di aver deciso troppo presto perché è difficile rinunciare alla speranza. E teme di aver aspettato troppo perché è difficile riconoscere la sofferenza.»
«Non è molto consolante.»
«No.»
Mi sorrise appena.
«Ma è vero.»
Prima di uscire vidi una donna della mia età seduta vicino alla porta.
Accanto aveva un vecchio segugio dal muso bianco.
Il cane respirava affannosamente.
La donna guardò la scatola che tenevo tra le braccia.
«Come si capisce?»
Mi fermai.
«Cosa?»
«Quando è arrivato il momento.»
Il cane sollevò lentamente la testa.
Scodinzolò una volta.
La donna iniziò a piangere.
«Finché fa così, penso che voglia restare.»
Guardai quell’animale.
Poi dissi la frase che avrei voluto sentire mesi prima.
«Può darsi che voglia restare con lei.»
La donna annuì.
«Ma voler stare con qualcuno e riuscire ancora a sopportare il dolore non sono sempre la stessa cosa.»
Uscii prima che la mia voce cedesse.
Una settimana dopo riportai alla clinica alcune confezioni ancora chiuse.
Cibo specifico.
Garze.
Materiale che poteva essere utile ad altri animali.
Dietro la struttura c’era una piccola associazione locale gestita da volontari.
Niente insegne importanti.
Solo una stanza, qualche gabbia, odore di detergente e persone che sembravano dormire poco.
Mi accolse Elena.
Avrà avuto quarant’anni.
Capelli raccolti male e occhi stanchi.
Guardò le scatole.
«Queste cose ci aiutano davvero.»
Cominciò a dividerle.
A un certo punto disse:
«Deve averne passate tante.»
Quella frase mi fermò.
Non “povero cane”.
Non “che bravo padrone”.
Solo:
Deve averne passate tante.
Finalmente qualcuno sembrava vedere anche ciò che non si vede nelle fotografie.
Dal retro arrivò il rumore lento di unghie sul pavimento.
Mi voltai.
«Chi c’è?»
Elena esitò.
«Una vecchietta.»
Avrei dovuto salutare e andare via.
Invece domandai:
«Posso vederla?»
Si chiamava Gemma.
Quattordici anni, forse quindici.
Meticcia.
Piccola.
Pelo marrone a chiazze, muso bianco, un orecchio piegato.
La sua proprietaria era entrata in una struttura assistita e nessun familiare poteva occuparsene stabilmente.
Gemma aveva problemi articolari e cardiaci.
Niente di spettacolare.
Solo vecchiaia.
Medicine.
Pazienza.
Costanza.
Quando entrai nella stanza, Gemma sollevò la testa.
Poi si alzò.
Lentamente.
Un passo.
Poi un altro.
Annusò la mano di Elena.
Poi la mia.
Infine si appoggiò alla mia gamba.
Solo un poco.
Come se volesse dividere il peso.
Sentii il petto stringersi.
«No.»
Elena annuì.
«Capisco.»
«Non posso.»
«Lo so.»
Uscii.
Rimasi seduto nel furgone con entrambe le mani sul volante.
Non riuscivo a togliermi dalla testa quella cagnolina.
Non perché somigliasse a Bruno.
Era completamente diversa.
Era proprio quello il punto.
Era vecchia.
Complicata.
Poco appariscente.
Nessuna promessa di dieci anni felici.
Forse mesi.
Forse settimane.
Tutti vogliono salvare il cucciolo.
Gemma aveva soltanto bisogno che qualcuno non la lasciasse sola alla fine.
Il telefono squillò.
Sergio.
«Dove sei?»
«Dietro la clinica.»
«Tutto bene?»
Guardai la porta dell’associazione.
«No.»
Gli raccontai di Gemma.
Sergio rimase zitto.
Poi disse:
«Vuoi che venga?»
Non:
“Se hai bisogno fammi sapere.”
Non:
“Magari passo domani.”
«Vuoi che venga?»
Presente.
Adesso.
Quindici minuti dopo parcheggiò accanto a me.
Non fece domande.
«Fammela vedere.»
Entrammo.
Gemma era tornata sulla coperta.
Appena vide Sergio si alzò.
Lui si accucciò.
Lei gli appoggiò il mento sul ginocchio.
Sergio alzò gli occhi verso di me.
Elena ci spiegò che cercavano una famiglia temporanea.
Una casa tranquilla.
Qualcuno capace di darle le medicine.
«Non sappiamo quanto resterà», disse.
«Forse qualche mese.»
Risi amaramente.
«Bel modo di convincere la gente.»
«Non voglio convincerla.»
Elena mi guardò.
«Voglio essere onesta.»
Gemma venne verso di me.
Si appoggiò di nuovo alla mia gamba.
Sergio si alzò.
«Se vuoi andare via, andiamo.»
Annuii.
«Però», continuò, «se stai dicendo no solo perché pensi che volere bene a un altro cane sarebbe un torto a Bruno… io non credo che lo sia.»
Lo guardai.
«Adesso sei diventato filosofo?»
Scosse la testa.
«No.»
Poi abbassò gli occhi.
«Sono solo arrivato tardi a capire certe cose.»
Mi inginocchiai.
Presi il muso di Gemma fra le mani.
Lei chiuse gli occhi.
«Non posso prometterti tanto.»
La sua coda batté piano sul pavimento.
«Ma stasera posso.»
Fu così che Gemma entrò nella mia casa.
Senza musica.
Senza miracoli.
Senza sostituire nessuno.
Entrò perché alle sette aveva una medicina da prendere e nessuno voleva che passasse la notte in una stanza da sola.
La prima sera mangiò soltanto dopo che le scaldai il cibo.
Quando mi accorsi che stavo facendo gli stessi gesti fatti per Bruno, dovetti sedermi.
Mi sembrava di tradirlo.
Poi Gemma attraversò lentamente il soggiorno.
Annusò il tappeto dove Bruno dormiva.
Girò due volte.
Si sdraiò poco distante dal suo vecchio posto.
Non nello stesso punto.
Vicino.
Abbastanza da fare male.
Abbastanza diverso da sembrare giusto.
Sergio prese il foglio delle medicine e lo attaccò al frigorifero.
«Mattina e sera.»
«Lo so leggere.»
«Lo so.»
Scrisse gli orari con la sua grafia enorme.
Prima di uscire disse:
«Domani passo dopo il lavoro.»
E passò davvero.
Poi passò il giorno dopo.
Una volta portò il pollo.
Un’altra sistemò il gradino del cortile perché Gemma inciampava.
La signora Teresa venne con una vecchia coperta.
Il panettiere lasciò da parte qualche biscotto senza ingredienti inadatti.
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