Il gatto anziano si addormentò contro la mia gamba, ma alle 17:15 guardava sempre la porta: otto giorni dopo scoprii chi aspettava
Tre ore dopo averlo portato a casa, il vecchio gatto si lasciò cadere contro la mia gamba e si addormentò come se qualcuno gli avesse finalmente concesso il permesso di smettere di avere paura.
Rimasi immobile sul divano.
Avevo una gamba quasi completamente addormentata, la schiena rigida e una tazza di caffè ormai fredda sul tavolino, ma non osavo spostarmi.
Quel gatto non stava semplicemente dormendo.
Stava cedendo.
Come fanno certe persone anziane quando, dopo anni passati a stringere i denti davanti a tutti, finalmente chiudono la porta di casa e smettono di fingere che vada tutto bene.
L’avevo portato nel mio piccolo appartamento alla periferia di Bologna un giovedì sera.
Avevo sessantatré anni, vivevo solo da quasi sette e, se devo essere sincero, pensavo di aver imparato a convivere abbastanza bene con il silenzio.
O almeno così dicevo.
Il gatto era più magro di quanto sembrasse nelle fotografie.
Il pelo grigio tigrato era opaco, duro in certi punti, arruffato come una vecchia coperta dimenticata in soffitta. Aveva un piccolo taglio guarito male su un orecchio, due denti mancanti e quello sguardo stanco che si vede negli esseri viventi ai quali la vita ha chiesto troppo senza mai spiegare il perché.
La volontaria che me lo aveva affidato mi aveva detto soltanto che era stato trovato dietro una palazzina.
Dormiva sotto una tettoia arrugginita.
Mangiava quello che qualche vicino lasciava accanto ai bidoni.
Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì.
Durante tutto il viaggio verso casa continuai a pensare proprio a quelle parole.
Nessuno sapeva.
Non mi faceva male soltanto immaginarlo affamato o bagnato sotto la pioggia.
Mi faceva male pensare che le sue giornate peggiori fossero passate senza testimoni.
Che avrebbe potuto sparire in una notte fredda e il mattino seguente qualcuno avrebbe aperto le finestre, messo su il caffè e continuato a vivere come se niente fosse.
Forse quella cosa mi colpì perché, in un modo diverso, conoscevo bene la sensazione di diventare invisibile.
Dopo la morte di mia moglie, Elena, all’inizio tutti chiamavano.
Mia sorella.
I vicini.
Gli ex colleghi.
Gli amici che promettevano: “Non sparire, eh.”
Poi passano i mesi.
Passa un Natale.
Poi due.
I figli degli altri hanno figli.
Le persone hanno i loro problemi.
E senza che nessuno faccia nulla di cattivo, il telefono comincia a suonare meno.
La domenica diventa il giorno peggiore.
Perché la domenica italiana ha un rumore preciso.
Piatti.
Sedie spostate.
Voci dal pianerottolo.
Nonne che urlano di venire a tavola.
Pentole che sbattono.
Profumo di ragù che passa sotto le porte.
E quando vivi solo, senti anche quello che manca.
La mia casa non aveva niente di speciale.
Un soggiorno piccolo.
Un vecchio divano color nocciola che Elena voleva cambiare da almeno dieci anni.
Una lampada nell’angolo che ogni tanto tremolava.
Una cucina stretta con le ante un po’ scolorite e un tavolo di legno comprato quando ancora pensavamo che avremmo ospitato decine di pranzi di famiglia.
Ma era calda.
Pulita.
Tranquilla.
Quella sera volevo che almeno questo il gatto lo capisse.
Aprii il trasportino e mi allontanai.
Lui non uscì.
Rimase rannicchiato nell’angolo più lontano, guardandomi come se stesse aspettando la fregatura.
Mi sedetti sul pavimento a un paio di metri.
“Non devi fare niente in fretta, vecchio mio.”
La mia stessa voce mi sembrò strana.
Non ero più abituato a parlare ad alta voce in casa, se non per insultare il telegiornale quando non trovavo il telecomando.
Dopo quasi venti minuti mise fuori una zampa.
Poi il muso.
Poi il resto del corpo.
Camminava basso, piano, fermandosi ogni tre passi.
Annusò il tavolino.
Il tappeto.
Il mobile.
Quando gli misi davanti una ciotolina di cibo morbido, non si buttò a mangiare.
Guardò me.
Poi la ciotola.
Poi di nuovo me.
Come se avesse bisogno di sapere se poteva davvero permetterselo.
Fece due bocconi.
Si fermò.
Tre bocconi.
Si girò.
Un altro boccone.
Sembrava un pensionato che conta le monete davanti alla cassa perché non è sicuro che bastino.
Dovetti abbassare lo sguardo.
Pensavo che dopo avrebbe cercato rifugio sotto il divano.
Mi ero preparato mentalmente a giorni di nascondigli, graffi, paura e pazienza.
Invece finì di mangiare, rimase fermo in mezzo al soggiorno e si voltò verso di me.
Io ero seduto sul divano.
Fingevo di non guardarlo.
Lui fece un passo.
Poi un altro.
Ogni passo sembrava una domanda.
Alla fine provò a saltare sul divano.
Non fu elegante.
Le zampe posteriori non avevano più molta forza e per un attimo temetti che cadesse.
Ma riuscì a salire.
Fece un giro.
Poi un secondo.
Infine si lasciò andare proprio contro la mia coscia.
Non vicino.
Contro.
Fu quello a spezzarmi.
Dopo tutto quello che aveva passato, non aveva cercato distanza.
Aveva cercato calore.
Un corpo.
La certezza che qualcuno fosse lì.
Per alcuni minuti continuò a dormire con un orecchio all’erta.
Un’auto parcheggiata male sbatté una portiera e lui sollevò la testa.
Qualcuno camminò sul pianerottolo e si irrigidì.
Poi, lentamente, le spalle si abbassarono.
Il respiro cambiò.
Una zampa si distese sopra la mia coscia.
La testa gli cadde di lato.
E si addormentò profondamente.
Quello non era il sonno leggero di un gatto.
Era il sonno di chi aveva fatto la guardia troppo a lungo.
Rimasi lì per quasi due ore.
Pensai a lui sotto le macchine durante la pioggia.
Pensai ai cassonetti.
Alle notti fredde.
Poi pensai a me.
E mi venne una domanda che non mi piaceva affatto.
Da quanto tempo anche io vivevo con un occhio aperto?
Quella sera mi promisi tre cose.
Quel gatto non avrebbe più avuto freddo.
Non avrebbe più dovuto domandarsi da dove sarebbe arrivato il pasto successivo.
E, se dipendeva da me, non avrebbe mai più dovuto dormire preparandosi a scappare.
La mattina seguente era ancora contro la mia gamba.
Per un istante mi spaventai.
Era immobile.
Poi sentii il calore.
La zampa davanti era stesa sulla mia coscia, come se durante la notte avesse deciso di assicurarsi che non me ne andassi.
“Buongiorno, nonno.”
Lui spalancò gli occhi.
Per un secondo tornò il gatto della strada.
Teso.
Pronto.
Poi mi riconobbe.
O almeno riconobbe la stanza.
La tensione diminuì.
Andai in cucina.
Lui mi seguì.
Non abbastanza vicino da sfiorarmi, ma abbastanza da non perdermi di vista.
Quando aprii la scatoletta, si immobilizzò al rumore.
Non per entusiasmo.
Per paura.
Misi il cibo a terra e mi sedetti.
Solo allora cominciò a mangiare.
Quel pomeriggio avevamo appuntamento in una piccola clinica veterinaria di quartiere.
Quando ripresi il trasportino mi aspettavo una battaglia.
Invece lui entrò quasi senza protestare.
Si accucciò in fondo e mi guardò con un’espressione che sembrava dire:
Se deve succedere qualcosa di brutto, facciamola finita.
Mi fece più male quella rassegnazione di qualsiasi graffio.
La veterinaria aveva circa cinquant’anni, mani calme e occhi da persona che aveva visto troppe volte cosa resta quando la gente chiama “complicazione” qualcosa che per un animale significa dolore.
Controllò denti, orecchie, schiena, zampe.
Quando arrivò alle anche, il gatto si irrigidì.
“Artrosi importante.”
Annuii.
“Quanto può avere?”
La dottoressa lo osservò.
“Dodici anni almeno. Forse tredici o quattordici.”
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