Guardava il parcheggio.
In quel momento capii.
Non stava osservando la strada.
Aspettava il ritorno di Ernesto.
Mi sedetti accanto a lui.
“Milo.”
Si voltò.
Immediatamente.
Non lentamente.
Non con curiosità.
Come se quella parola gli appartenesse da sempre.
Scese dal bracciolo e venne verso di me.
Gli misi una mano sulla schiena.
“Va bene. Adesso so chi sei.”
Quella notte Milo dormì.
Io no.
Pensavo a un uomo anziano in una struttura, seduto forse accanto a una finestra.
Pensavo a un gatto vecchio che ogni giorno alle cinque e un quarto continuava a rispettare un appuntamento con qualcuno che non poteva più tornare.
La mattina seguente feci alcune telefonate.
Mi sentivo stupido.
Chiamai una struttura.
Poi un’altra.
Alla terza, una receptionist gentile mi ascoltò fino alla fine.
“Cerco un signore di nome Ernesto Bassi. Viveva nella zona est. Aveva un gatto tigrato chiamato Milo.”
Silenzio.
Poi la donna abbassò la voce.
“Il signor Ernesto è qui.”
Mi sedetti.
“Posso farle una domanda?”
“Dipende.”
“Parla mai del gatto?”
La pausa durò pochi secondi.
A me sembrò un minuto.
“Lo chiede ancora.”
Mi coprii gli occhi con una mano.
La receptionist non poteva darmi informazioni personali.
Lo capivo.
Ma mi disse che avrei potuto portare alcune fotografie.
Stampai tre immagini.
Milo sul divano.
Milo alla finestra.
Milo addormentato con una zampa sopra la mia gamba.
Il giorno dopo andai alla struttura.
Era pulita e ordinata.
Il pavimento lucido.
Una televisione accesa a volume basso in una sala comune.
Un puzzle incompleto su un tavolo.
Voci provenienti da un corridoio.
La receptionist mi accompagnò in una stanza laterale.
Ernesto era seduto vicino alla finestra.
Aveva ottantadue anni.
Una coperta sulle ginocchia.
Le mani sottili.
Il viso di chi ha vissuto abbastanza a lungo da sapere che a volte le cose importanti vengono decise mentre tu sei troppo debole per partecipare.
Mi presentai.
Lui mi osservò con diffidenza.
Poi dissi:
“Forse ho trovato Milo.”
Il suo volto cambiò.
Non in modo teatrale.
Fu peggio.
Le labbra cominciarono a tremare appena.
Gli diedi la fotografia.
Ernesto la prese con entrambe le mani.
Guardò Milo addormentato sul mio divano.
Poi si coprì la bocca.
E pianse.
Piano.
Senza fare rumore.
Come piangono gli uomini della sua generazione, quelli cresciuti sentendosi dire che bisogna tirare avanti, non disturbare, non mostrare troppo.
“Io lo sapevo.”
La voce era quasi un sussurro.
“Sapevo che avrebbe aspettato.”
Non trovai niente di intelligente da dire.
Quindi dissi la verità.
“Infatti aspettava.”
Ernesto chiuse gli occhi.
Poi domandò:
“È vivo?”
“Sì.”
“Sta bene?”
“Adesso sì.”
L’uomo lasciò uscire un respiro lungo.
Poi guardò meglio la fotografia e, improvvisamente, sorrise.
“Dorme appoggiato alla sua gamba?”
Rimasi senza parole.
“Sì.”
Ernesto rise tra le lacrime.
“Lo fa da sempre. Se si fida, deve toccarti mentre dorme. Come se facesse l’appello per controllare che ci sei.”
Fu la prima volta che sentii ridere Ernesto.
Per mezz’ora mi raccontò la loro vita.
Aveva trovato Milo cucciolo vicino a un capanno degli attrezzi.
Avevano vissuto insieme quasi tredici anni.
Milo odiava l’aspirapolvere.
Non sopportava essere spazzolato per più di qualche secondo.
La sera aspettava alla finestra il ritorno di Ernesto dal lavoro.
“Verso che ora?”
Ernesto mi guardò.
“Cinque e un quarto.”
Sentii un brivido.
Anche dopo la pensione, mi spiegò, Milo aveva mantenuto l’abitudine.
Ogni giorno.
Stessa finestra.
Stessa ora.
“Poi sono caduto.”
Ernesto fissò le mani.
“Mi sono svegliato in ospedale. Dopo sono finito qui. Mio figlio ha dovuto occuparsi dell’appartamento.”
Non accusò nessuno.
Non disse parole cattive.
Forse perché era suo figlio.
Forse perché a ottant’anni anche il dolore di un padre continua a proteggere i figli che lo hanno ferito.
“Mi avevano detto che avrebbero sistemato tutto.”
Fece una pausa.
“Poi mi hanno detto che non trovavano più Milo.”
Bastò quello.
Prima di andare via, gli feci una domanda.
“Se la struttura lo permette, vuole rivederlo?”
Ernesto sollevò il viso.
Per un momento sembrò vent’anni più giovane e, allo stesso tempo, molto più fragile.
“Davvero potrebbe portarlo?”
“Posso provarci.”
La struttura accettò una visita controllata.
Una settimana dopo caricai Milo in macchina.
Per tutto il viaggio gli parlai.
“Stiamo andando da qualcuno che conosci.”
Milo rimase zitto.
“Potresti anche ringraziarmi, comunque.”
Niente.
“Va bene. Figurati.”
Quando arrivammo, Ernesto era già seduto nella saletta.
Aveva una camicia pulita.
I capelli pettinati.
La coperta piegata con cura.
Le mani tremavano.
Posai il trasportino a terra.
Aprii lo sportello.
Milo non uscì.
Annusò.
Rimase fermo.
Ernesto si piegò appena in avanti.
E disse una sola parola.
“Milo.”
Il gatto uscì.
Piano.
Le zampe posteriori rigide per l’artrosi.
Si fermò al centro della stanza.
Guardò Ernesto.
Nessuno parlò.
Per un secondo ebbi paura.
Paura che il tempo avesse cancellato qualcosa.
Paura che il momento vero non fosse bello come quello che avevo immaginato.
Poi Milo cominciò a camminare.
Dritto verso Ernesto.
Non di corsa.
Non serviva.
Era sicuro.
Arrivò alle sue gambe.
Appoggiò le zampe anteriori sullo stinco.
Ernesto si chinò con fatica e lo prese.
Milo affondò il muso nel suo petto.
Ernesto cominciò a piangere.
Il suono che gli uscì dalla gola non era una parola.
Era sollievo.
Sollievo con dentro tre mesi di dolore.
Milo fece le fusa.
Forti.
Ruvide.
Vive.
Ernesto lo teneva come si tiene qualcosa che si credeva perduto per sempre.
Io mi voltai verso la finestra.
Mi sembrava di assistere a qualcosa che non mi apparteneva.
Anche la receptionist piangeva.
Un’operatrice si asciugò gli occhi facendo finta di avere qualcosa dentro.
Nessuno ebbe il coraggio di prenderla in giro.
“Vecchio furfante,” mormorava Ernesto.
“Mi hai aspettato.”
Milo cominciò a impastare la coperta con una zampa.
Poi fece ciò che aveva fatto con me la prima sera.
Si sistemò contro la gamba di Ernesto.
Non vicino.
Contro.
Faceva l’appello.
Controllava che il suo uomo fosse davvero lì.
Da quel giorno nacque una nuova routine.
Una volta alla settimana portavo Milo da Ernesto.
Quando riuscivo, due.
Durante il viaggio Milo sembrava sempre contrariato.
Poi bastava che Ernesto pronunciasse il suo nome e il gatto diventava un altro.
Anche Ernesto cambiava.
Il personale mi disse che nei giorni delle visite mangiava con più appetito.
Parlava di più.
Dormiva meglio.
E Milo, una volta tornato a casa, crollava sul mio divano.
Ma non era più il sonno disperato della prima notte.
Era un sonno pieno.
Come se avesse rimesso al proprio posto un pezzo di vita.
Nel frattempo successe una cosa che non avevo previsto.
La storia cominciò a circolare nel quartiere.
La signora del piano di sopra una mattina bussò alla porta con una copertina.
“Era del mio gatto. Non la uso più.”
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