Lo guardai.
Lui sembrava sapere benissimo di essere vecchio.
La vita glielo aveva comunicato senza bisogno di certificati.
Era sottopeso.
Disidratato.
Aveva vecchie ferite guarite male e diversi denti rovinati.
Nessun microchip.
Nessun collare.
Nessun nome.
Poi la veterinaria disse una frase che mi rimase addosso.
“Questo gatto è sopravvissuto. Ma non è stato davvero al sicuro da parecchio tempo.”
Sopravvissuto.
Una parola che usiamo quasi come un complimento.
A volte significa soltanto che nessuno è arrivato in tempo.
La dottoressa mi diede un antidolorifico, indicazioni per i pasti e un consiglio.
“Lo lasci dormire molto.”
“Più del normale?”
“Probabile. Gli animali anziani, quando finalmente si sentono protetti, recuperano tutto il riposo che il corpo gli deve.”
Dovetti schiarirmi la voce.
A casa uscì dal trasportino più rapidamente.
Mangiammo, per così dire, insieme.
Io una minestra riscaldata.
Lui il suo cibo morbido.
Poi tornò sul divano.
Fece due giri e si sistemò contro la mia gamba.
Quella divenne la nostra abitudine.
Mi seguiva in cucina.
Aspettava davanti al bagno.
Entrava in camera e sceglieva un punto dal quale poteva vedere me e la porta.
Se ridevo troppo forte davanti alla televisione, sobbalzava.
Se fuori passava un motorino rumoroso, si irrigidiva.
Ma non scappava.
Si aspettava il peggio.
Eppure ogni volta sceglieva di restare.
Al terzo giorno capii un’altra cosa.
Mangiava soltanto se rimanevo nella stanza.
Una mattina lasciai la ciotola e andai a rispondere al telefono.
Quando tornai, non aveva toccato nulla.
Era seduto accanto al cibo.
Aspettava me.
Mi sedetti sulla sedia.
Lui abbassò la testa e cominciò a mangiare.
Quello mi fece male.
Significava che, da qualche parte nel suo passato, perfino mangiare era stato associato alla paura di perdere qualcosa.
Così cominciai a restare.
Mattina e sera.
A volte al tavolo.
A volte seduto sul pavimento con la schiena contro il mobile della cucina.
Lui mangiava.
Io bevevo il caffè.
Due vecchi testardi che cercavano di capire come funzionasse una vita normale.
La domenica arrivò un temporale.
Pioggia forte, tuoni bassi.
Alla prima botta seria, il gatto sparì sotto il letto.
Lo trovai schiacciato contro il pavimento.
Occhi enormi.
Corpo rigido.
Mi sdraiai sul tappeto.
“Va tutto bene.”
Parole inutili.
Ma non avevo altro.
Restai lì quasi un’ora con un braccio allungato sotto il letto.
Non mi toccò.
Però non si allontanò.
Quando il temporale diminuì, uscì lentamente.
Aveva polvere sui baffi.
Mi guardò.
Poi venne ad appoggiarsi contro il mio stinco.
Fu in quel momento che capii una cosa.
La pioggia, per lui, non era più soltanto acqua.
Era memoria.
Dopo una settimana cominciò a fare dei piccoli versi.
Un miagolio ruvido al mattino.
Un suono breve quando tardavo con la cena.
Poi arrivò anche un piccolo ronfare.
Il primo giorno che fece le fusa mentre gli grattavo la guancia, risi.
Lui smise.
Mi guardò offeso.
Poi riprese.
Piangevo e ridevo contemporaneamente in una cucina di otto metri quadrati.
Se mi avesse visto qualcuno, avrebbe pensato che fossi impazzito.
Forse non avrebbe avuto tutti i torti.
L’ottavo giorno decisi che serviva un nome.
“Cesare?”
Niente.
“Arturo?”
Niente.
“Bruno?”
Neppure un baffo.
Al telefono, mia sorella mi disse ridendo:
“Magari ce l’ha già un nome.”
Quelle parole mi rimasero dentro.
Forse davvero aveva già avuto un nome.
Forse, prima dei bidoni e della pioggia, qualcuno pronunciava una parola e lui alzava la testa.
Forse aveva avuto una sedia preferita.
Una finestra.
Una coperta.
Una persona.
Fu allora che cominciai a notare quella strana abitudine.
Ogni pomeriggio, verso le cinque e un quarto, andava alla finestra del soggiorno.
Sempre quella che dava sulla strada.
Saltava sul bracciolo.
Si sedeva.
Guardava fuori.
Aspettava quindici, venti minuti.
Poi scendeva e tornava da me.
Lo fece lunedì.
Martedì.
Mercoledì.
Giovedì.
Sempre alla stessa ora.
Le cinque e un quarto.
Una sera mi fermai dietro di lui.
Passavano persone con le borse della spesa.
Un uomo portava il pane sotto il braccio.
Una signora tirava un cagnolino che non voleva camminare.
Il gatto seguiva ogni figura con gli occhi.
E all’improvviso mi uscì una frase.
“Tu aspettavi qualcuno.”
Le sue orecchie rimasero puntate verso la strada.
Quella notte pubblicai una sua fotografia nel gruppo online del quartiere.
Scrissi poche righe.
Avevo accolto un vecchio gatto tigrato trovato dietro alcune palazzine nella zona est della città. Nessun microchip. Volevo soltanto sapere se qualcuno lo riconosceva.
Le prime risposte erano prevedibili.
“Che bello.”
“Poverino.”
“Grazie per averlo preso.”
Poi arrivò il messaggio di una donna che non conoscevo.
Scriveva che assomigliava moltissimo al gatto di un anziano che viveva in una palazzina non lontana.
Piano terra.
Interno vicino al cortile.
Il gatto, diceva, stava ogni pomeriggio alla finestra.
Un’altra persona rispose.
“Se è lui, il proprietario è stato portato in una struttura per anziani dopo una brutta caduta. I parenti hanno svuotato l’appartamento. Il gatto è rimasto fuori.”
Mi si gelarono le mani.
Continuai a leggere.
Qualcuno gli lasciava da mangiare.
Qualcuno aveva provato ad avvicinarlo.
In inverno si era fatto più magro.
Poi arrivò un altro commento.
“Il signore credo si chiamasse Ernesto. Il gatto forse Milo. Non sono sicuro.”
Milo.
Mi voltai.
Il gatto dormiva sul divano.
“Milo?”
Un orecchio si mosse.
Il giorno dopo andai a quelle palazzine.
Erano vecchie, con ringhiere di metallo e un cortile che probabilmente era stato bello negli anni Ottanta.
Parlai con la custode.
Le mostrai la fotografia.
Il suo viso cambiò.
“Ah. Quel gatto.”
Non disse “quale gatto”.
Lo conosceva.
Mi spiegò che non poteva raccontarmi fatti privati.
Poi sospirò.
“Posso dirle soltanto che qui abitava un signore anziano. Ernesto Bassi. Viveva solo. Quel gatto era tutta la sua compagnia.”
“Tutta?”
“Lo adorava.”
Adorava.
Non “aveva”.
Non “teneva”.
Adorava.
La custode abbassò la voce.
“Un giorno il signor Ernesto è caduto in cucina. È arrivata l’ambulanza. Dopo qualche giorno sono venuti dei parenti a liberare l’appartamento.”
Feci la domanda che non volevo fare.
“E il gatto?”
Lei esitò.
“Non ho visto nessuno portarlo via.”
Bastava.
Tornai alla macchina e rimasi seduto per parecchio tempo senza accendere il motore.
Provavo rabbia.
Non quella rumorosa.
Quella lenta.
La rabbia che nasce quando qualcosa di crudele viene presentato come una faccenda pratica.
Forse c’erano stati problemi.
Confusione.
Soldi.
Mancanza di spazio.
Liti.
Una famiglia travolta da una situazione improvvisa.
La vita sa diventare complicata in poche ore.
Lo so.
Ma un animale anziano non è una credenza.
Non è una sedia che non entra nella macchina.
Non è un oggetto da decidere se portare in cantina o buttare.
Tornai a casa alle cinque e dieci.
Milo era già alla finestra.
Alle cinque e un quarto sollevò la testa.
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