Dietro la lavanderia trovai una gatta con un biglietto: quella notte scoprimmo quanto può essere crudele, e generoso, un intero quartiere
Stavo già per richiudere il cancello sul retro quando vidi la scatola.
Erano quasi le undici di sera. Avevo passato dieci ore nella piccola lavanderia automatica dove lavoravo da quando ero andato in pensione, più per non impazzire in casa che per bisogno vero.
A sessantotto anni le gambe protestano prima della testa.
Volevo solo salire sulla mia vecchia utilitaria, tornare nel bilocale e scaldarmi una minestra.
Poi sentii un fruscio.
La scatola era appoggiata accanto ai bidoni, riparata appena dal muro.
Dentro c’era una gatta tricolore magra, rannicchiata in un maglioncino rosa da bambina.
Alzò la testa quando mi chinai.
Non soffiò.
Non provò a scappare.
Mi guardò soltanto con due occhi stanchi, come se anche lei avesse finito le forze.
Sul cartone qualcuno aveva attaccato un foglio strappato da un quaderno.
La scrittura era grande, incerta.
“Per favore, non lasciate che Mimì muoia di freddo stanotte. È buona e non dà fastidio. È l’ultima cosa che mi fa sentire ancora a casa.”
Lessi quelle parole tre volte.
Io non sono mai stato uno che cerca guai.
Dopo una certa età impari che la tranquillità vale più di tante discussioni. Lavoro, cena, telegiornale, letto.
Da quando mia moglie era morta, quattro anni prima, avevo ridotto la vita a cose semplici.
Anche per non sentire troppo il vuoto.
Così dissi a me stesso che avrei tenuto quella gatta soltanto per una notte.
Una.
Mimì, invece, quando allungai le braccia, mi salì addosso come se la decisione fosse già stata presa.
Sotto il maglioncino trovai un disegno spiegazzato.
Rappresentava una pensioncina economica alla periferia del paese, con un distributore automatico davanti e una gatta alla finestra.
In basso c’era scritto un numero di stanza.
Conoscevo quel posto.
Lo conoscevamo tutti.
Era una di quelle strutture dove finivano famiglie che avevano perso l’appartamento, persone separate, lavoratori rimasti indietro con le bollette.
Posti che nessuno guarda davvero finché non è costretto a entrarci.
Portai Mimì a casa.
Durante il tragitto non fece un verso.
Il mio appartamento era silenzioso da così tanto tempo che avevo smesso di accorgermene.
Ma quella sera ogni rumore sembrava enorme.
Le zampette sul pavimento.
Il piccolo tonfo quando saltò sul divano.
Il tintinnio della ciotola da colazione che usai per darle dell’acqua, perché non avevo altro.
Verso le due mi svegliai.
Mimì dormiva appoggiata contro la mia gamba.
Come se fosse lì da anni.
Il pomeriggio successivo andai alla pensioncina del disegno.
Davanti alla stanza numero dodici c’era una ragazzina seduta sul marciapiede con lo zaino tra i piedi.
Avrà avuto undici anni.
Forse dodici.
Aveva però quella faccia stanca che i bambini non dovrebbero conoscere.
Quando vide Mimì attraverso il finestrino si alzò di colpo.
Pensai che sarebbe corsa verso l’auto.
Invece avanzò lentamente, stringendo le mani dentro le maniche di un giubbotto troppo leggero.
Si fermò a un passo dalla portiera.
“Ha dormito al caldo?”
Quella domanda mi fece più male di quanto volessi ammettere.
“Sì.”
La ragazzina annuì.
Come se fosse l’unica cosa che si era permessa di sperare.
Poi posò una mano sul bordo del finestrino abbassato.
“Non l’ho abbandonata.”
“Lo so.”
“Voglio che lei lo sappia.”
“Lo so davvero.”
Mimì spinse il muso contro le sue dita.
La bambina trattenne il fiato.
“Nel prossimo posto dove andiamo non vogliono animali. Anche qui ci avevano detto che se la vedevano ancora dovevamo lasciare la stanza prima del previsto.”
Abbassò gli occhi.
“Ho provato a pensare a un’altra soluzione. Erano tutte brutte.”
Accarezzò Mimì dietro le orecchie.
Poi cominciò a piangere.
Piano.
Senza rumore.
Come chi ha imparato che perfino piangere può disturbare qualcuno.
“L’ho avvolta nel mio maglione.”
Guardai quello rosa dentro la macchina.
“È la cosa più calda che ho.”
Non sapevo cosa dire.
A quell’età pensi di aver imparato almeno le parole giuste.
Non è vero.
A volte non esistono.
Poi la bambina disse una frase che ancora oggi mi torna in mente.
“I grandi continuano a dire che è tutto temporaneo. Ma ogni volta che qualcosa diventa temporaneo, noi dobbiamo lasciare indietro qualcosa.”
Mi infilai le mani nelle tasche del cappotto.
Non potevo aggiustare la sua vita.
Non potevo prometterle una casa.
Non potevo fare discorsi.
Potevo però dire una cosa vera.
“Posso tenere Mimì io.”
Mi guardò.
“Come?”
“Vive a casa mia. Mangia, dorme al caldo, si prende tutto il divano come se pagasse lei l’affitto.”
La bambina mi fissava immobile.
“Tu vieni a trovarla.”
“Quando?”
“Il venerdì dopo scuola.”
“Ogni venerdì?”
“Ogni venerdì.”
Le indicai Mimì.
“Rimane tua. Io faccio soltanto il vecchio che compra le crocchette.”
“Per davvero?”
“Per davvero.”
Si portò entrambe le mani alla bocca.
Poi si accovacciò.
Mimì le saltò quasi in grembo e cominciò a fare le fusa così forte che le sentivo dalla mia parte dell’auto.
Fu così che conobbi Martina.
E da quel giorno il venerdì smise di essere soltanto il giorno prima del fine settimana.
Alle tre arrivava con lo zaino.
Io mettevo sul tavolo una tazza di cioccolata calda.
Lei raccontava a Mimì tutto quello che le era successo.
Compiti.
Una maestra severa.
Una compagna che copiava.
Il panino che sua madre le preparava quando riusciva a fare la spesa.
Io facevo finta di non ascoltare.
Mimì passava da lei a me come se avesse due famiglie da controllare.
Credevo di aver salvato una gatta.
Mi sbagliavo.
Quella gatta aveva portato alla mia porta il cuore di una bambina.
La prima volta che Martina non arrivò di venerdì, Mimì lo capì prima di me.
Alle tre meno dieci si sedette davanti alla porta.
Alle tre e venti era ancora lì.
Alle quattro la cioccolata sul tavolo era fredda.
Alle cinque fuori era già quasi buio.
Continuavo a ripetermi che magari l’autobus era in ritardo.
Che forse Martina aveva la febbre.
Che nella vita succedono imprevisti.
Ma ogni cinque minuti guardavo l’orologio.
Alle sei Mimì fece un verso strano.
Non era proprio un miagolio.
Sembrava una domanda.
Il venerdì successivo preparai di nuovo la cioccolata.
Misi anche i biscotti buoni, quelli che normalmente compravo e poi mi rimproveravo di aver comprato.
Alle tre e venti bussarono.
Martina era lì.
Aveva lo zaino su una spalla e le mani nascoste nelle maniche.
Sembrava più piccola della settimana precedente.
Mimì schizzò fuori dalla porta e quasi scivolò sul pianerottolo.
Martina lasciò cadere lo zaino e si inginocchiò.
La gatta le salì addosso.
Lei rise.
Poi la risata si spezzò a metà.
“Va tutto bene?” chiesi.
Martina annuì troppo in fretta.
I bambini fanno così quando pensano che la verità possa creare altri problemi.
Non insistetti.
A tavola parlò poco.
Continuava ad accarezzare Mimì e a guardare i disegni che avevo attaccato al frigorifero.
Uno mostrava Mimì sul mio divano.
In un altro portava una corona.
Nel terzo c’eravamo io e lei davanti alla porta di casa.
Sotto Martina aveva scritto:
“CASA SICURA.”
Quel giorno guardai quelle due parole a lungo.
“Non sei venuta venerdì scorso.”
“Ci hanno spostate.”
“Dove?”
“In un’altra stanza. Poi anche da lì siamo dovute andare via.”
Girava il cucchiaino nella tazza.
“Mamma non voleva che venissi perché non sapeva se saremmo rimaste ancora in paese.”
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