Lessi quella frase tre volte.
La domenica mattina il quartiere discuteva ormai di qualcosa di più grande di Mimì.
Di dignità.
Di quanto sia facile giudicare chi perde una casa.
Di perché l’aiuto debba così spesso essere accompagnato dall’umiliazione.
Il lunedì sera mi telefonò Elena.
La voce tremava.
“Devono chiudere una parte della pensione. Si è rotto un tubo. Non c’è riscaldamento. Domattina dobbiamo andare via.”
“Dove andrete?”
Silenzio.
“Non lo so.”
Ci sono frasi che non dovrebbero esistere.
“Non lo so” detto da una madre che deve decidere dove far dormire sua figlia è una di quelle.
Dieci minuti dopo ero in macchina.
Il parcheggio della pensione sembrava una casa intera rovesciata sull’asfalto.
Sacchi.
Coperte.
Una lampada senza paralume.
Una donna cercava di chiudere un passeggino.
Un uomo trascinava due valigie rotte.
E Martina era seduta sul marciapiede.
In grembo aveva il maglioncino rosa di Mimì.
Quando vide la mia macchina si alzò.
Elena sembrava sfinita.
“Mi dispiace. Non sapevo chi chiamare.”
Guardai le borse.
Il freddo.
La faccia di Martina.
“Allora hai fatto bene a chiamare me.”
“Non possiamo disturbarti.”
Ho sempre trovato strano che le persone con il peso maggiore siano quelle che si scusano più spesso per occupare spazio.
“Non mi disturbate. Avete freddo.”
Le feci salire.
Mentre guidavo pensai una frase pericolosa.
Solo per stanotte.
L’ultima volta che l’avevo detta era entrata Mimì nella mia vita.
Appena aprimmo la porta di casa, la gatta sentì la voce di Martina e arrivò di corsa.
Le saltò quasi al petto.
Elena voltò la faccia.
Io finsi di non vedere le lacrime.
Preparai pane tostato con formaggio e una frittata.
Martina mangiò tanto.
Poi si scusò.
“Se chiedi scusa un’altra volta al mio formaggio, ti faccio pagare l’affitto,” le dissi.
Rise.
Quella volta rise davvero.
Quando Martina si addormentò sul divano con Mimì contro la pancia, Elena ed io restammo in cucina.
Mi raccontò delle liste d’attesa.
Degli appartamenti che chiedevano cauzioni troppo alte.
Di una stanza che accettava adulti ma non bambini.
Di un’altra che non accettava animali.
“Io lavoro.”
Si massaggiò la fronte.
“Faccio quello che mi dicono di fare. Ma ogni porta si apre soltanto abbastanza da farmi vedere un’altra spesa.”
Non avevo una risposta.
Perché essere poveri costa.
Costa denaro.
Costa tempo.
Costa sonno.
Costa biglietti dell’autobus.
Telefonate.
Documenti.
Cauzioni.
Giornate di lavoro perse.
E ogni tanto il conto arriva sotto forma di qualcosa che ami.
“Se avessi un posto stabile,” chiesi, “riusciresti a gestire il resto?”
Elena fece una risata senza allegria.
“È come chiedere a una che sta affogando se starebbe meglio con una barca.”
La mattina seguente Sara arrivò con una scatola di paste, un quaderno e l’espressione che aveva quando aveva deciso che un problema non sarebbe rimasto un problema.
Guardò me.
Guardò Elena.
Martina.
Mimì.
“Va bene. Sistemiamo quello che possiamo.”
Quella giornata cambiò il quartiere.
Sara telefonò alla sorella del meccanico.
La donna della mensa chiamò una sua conoscente che affittava un piccolo bilocale sopra il garage.
Una segretaria scolastica in pensione offrì sedie, lenzuola e una stufetta.
La maestra portò pennarelli.
Qualcuno lasciò davanti alla lavanderia due sacchi di cibo per gatti.
Un uomo che non volle dire il proprio nome portò una lettiera ancora confezionata.
A mezzogiorno il mio appartamento sembrava essere stato assaltato dalla gentilezza.
Non erano tutti così.
Un uomo scrisse a Sara che stavamo “premiando le cattive scelte”.
Elena vide per caso il messaggio.
Lo lesse.
Poi disse con calma:
“Alla gente piace molto dire ‘cattive scelte’. Così può convincersi che le disgrazie capitino solo a chi se le merita.”
Nessuno trovò una risposta migliore.
Nel pomeriggio arrivò la proprietaria del bilocale.
Si chiamava signora Carla.
Capelli bianchi.
Scarpe robuste.
Una di quelle donne capaci di preparare lasagne per dodici persone e, nello stesso momento, spiegarti con precisione dove hai sbagliato nella vita.
Entrò.
Guardò Elena.
Martina.
Mimì.
“I gatti sono ammessi.”
Martina la fissò.
“Davvero?”
La signora Carla sembrò quasi offesa.
“Ho settantatré anni. Non ho intenzione di passare quelli che mi restano a litigare con i gatti.”
Poi disse il prezzo dell’affitto.
Basso.
Non facile.
Ma possibile.
Il problema era la cauzione.
Naturalmente.
C’è sempre un ultimo muro, abbastanza basso da farti vedere la soluzione e abbastanza alto da non lasciarti passare.
Elena chiuse gli occhi.
La vidi iniziare a fare conti.
Ore di lavoro.
Biglietti.
Spesa.
Scarpe.
Bollette.
Prima che potesse parlare, Sara alzò il telefono.
“C’è un’altra cosa.”
Dopo il mio messaggio, alcune persone del quartiere avevano cominciato a lasciare piccole offerte attraverso una raccolta organizzata da conoscenti.
Cinque euro.
Dieci.
Venti.
Niente fortune.
Una pensionata aveva lasciato una busta con quindici euro e un foglio:
“Quando ero giovane ho dormito tre mesi con mia figlia nella stanza di mia sorella. Nessuno dovrebbe vergognarsi di avere bisogno di tempo.”
Un’altra persona aveva scritto:
“Usateli per la casa. E tenete insieme la bambina e la gatta.”
Alle sei la cauzione era coperta.
Poco dopo anche buona parte del primo mese.
Elena continuava a scuotere la testa.
Martina chiedeva soltanto:
“Quindi Mimì viene con noi?”
La signora Carla sospirò.
“Ma certo che viene. Non vorrai mica farmi iniziare una guerra con quella faccia lì.”
Tre giorni dopo si trasferirono.
La casa era piccola.
Un cucinino.
Un divano già vissuto.
Un tavolo che traballava e che sistemai infilando un pezzo di cartone sotto una gamba.
Una camera per Elena.
Una nicchia dove Martina volle mettere il suo letto perché Mimì potesse dormire ai piedi.
La prima cosa che Martina appese al muro fu il vecchio disegno.
La pensione.
Il distributore.
La gatta alla finestra.
Questa volta aveva disegnato una grande X rossa sopra il numero della stanza.
Accanto aveva scritto:
“DI NUOVO A CASA.”
Uscii sul balconcino.
Avevo bisogno di aria.
Non ero triste.
A volte il sollievo arriva nel corpo quasi come il dolore.
I venerdì continuarono.
Solo che cambiarono forma.
Martina veniva ancora da me dopo scuola.
Qualche volta portava i compiti.
Qualche volta biscotti della signora Carla.
Mimì, invece, aveva ormai una finestra tutta sua anche nella nuova casa.
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